Benvenuti a Novaria

XVIII-XIX secolo

Il secolo XVIII si configura come una temperie erudita, che tocca marginalmente anche la biblioteca e l'archivio della Chiesa di Novara. Abbiamo infatti notizia di due visite da parte di personalità comprimarie della letteratura coeva: quella del Mabillon nel 1696 e quella di Ludovico Antonio Muratori nel 1717, testimoniate entrambe da tracce autografe all'interno dei volumi che consultarono.

Un rinvigorito interesse per la biblioteca, limitato agli aspetti materiali, è ravvisabile a partire da Carlo Michele Giulini (1723 ca.-1792), al quale si deve il riordinamento generale dell'archivio in 24 classi, con sottoclassi suddivise per materie e cronologia; nel 1733 incominciò un sistematico lavoro di rilegatura in pergamena dei volumi e infine, nel 1751, vennero intrapresi i lavori di ripristino della muratura, al termine dei quali si procedette all'acquisto di nuovi arredi per rendere la biblioteca più agibile. Il clima erudito di stampo muratoriano diede nuovo impulso agli studi incentrati sulle antiche tradizioni liturgiche ed agiografiche, anche in funzione di una rinnovata pastorale diocesana. Soprattutto, diede modo al canonico Giuseppe Rabbaglietti di scoprire l'omelia De Muliere Chananaea, attribuita a San Lorenzo da Novara o allo Pseudo Lorenzo.

Intorno al 1800, inoltre, si annoverano svariati contributi di Carlo Francesco Frasconi, archivista, paleografo e cerimoniere ufficiale della cattedrale novarese, il quale raccolse il frutto dei suoi studi sulle fonti archivistiche in uno sterminato numero di volumi autografi, ora depositati come Fondo Frasconi presso l'archivio storico diocesano di Novara. Dai titoli si nota come egli risponda alle esigenze dell'epoca, facendo risaltare le tematiche agiografiche, per ricostruire il culto e la devozione cittadina intorno alle figure storicamente nebulose dei primi vescovi.

Al Frasconi si suole anche attribuire la paternità della nuova numerazione in numeri romani, anziché in numeri arabi, apposta intorno al 1801 nella parte inferiore del dorso dei manoscritti capitolari, seguendo un più moderno criterio bibliometrico che interessa quasi tutti i codici. In quell'anno, infatti, la Repubblica Cisalpina minacciò di dichiarare proprietà nazionale le ricchezze degli archivi e delle biblioteche capitolari, perciò il Capitolo di Santa Maria fece nascondere le sue. Dileguato il pericolo, il tesoro librario fu rimesso a posto e fu riclassificato, stavolta con i numeri romani. In questa occasione, alcuni volumi vennero perduti. Dopo la creazione del nuovo assetto librario, si dovette attendere la seconda metà dell'Ottocento per cogliere un primo abbozzo di catalogo dei manoscritti, ad opera del canonico Giovanni Antonio Delvecchio e organizzata, seguendo la segnatura del Frasconi, secondo la descrizione dei codici, parziale e lacunosa. Completo ed esaustivo non fu nemmeno il successivo catalogo di Niccolò Colombo, in cifre arabe. Esso non ha un ben definito criterio cronologico e omette volontariamente un gruppo di codici liturgici di formato manualistico perché considerati privi di un qualunque interesse che non fosse locale.

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