SCRITTI DI DON GIUSEPPE ROSSI
A.S.D.N., Sezione don Rossi, II, A, Teca 1
Tema
La pace è premio alla virtù dei forti e sicura garanzia di ogni progresso per i popoli che la sanno difendere.
Ogni uomo, entrando nel segreto del proprio cuore, e sviscerando l’esuberanza dei sentimenti e dei desideri, che spesso creano inquietudine all’animo, trova che un desiderio soprasta tutti gli altri, il desiderio della pace. La si cerca ed insegue spasmodicamente nelle vicissitudini della vita; la cerca il contadino, l’umile operaio che ogni giorno bagna col sudore della fronte il pane della propria famiglia e alla sera stanco, con le membra rotte, domanda il riposo alle ore della notte; la cerca il benestante, il ricco, che pur non essendo preoccupato dal bisogno, dalla necessità, deve rispondere ad una brama più forte e più imperiosa del cuore, stanco di vagare tra i beni di fortuna che non possono salvare (?); e la cerca lo scienziato, intento alle più alte speculazioni, che spesso la domanda alla scienza senza poter trovare una risposta adeguata. Si direbbe una meteora quando si scorge l’uomo che come farfalla, volteggiando di fiore in fiore, è sempre scontento di sé e di tutto. Eppure molti volti sono aureolati dal sorriso della pace, alti umili e candidi a cui la moltitudine guarda, molte volte, senza rendersi ragione e domandarsi, come il grande vescovo d’Ippona "Si isti, cur non ego?". La suora che passa la vita in ospedale, sacrificata ai dolori dei sofferenti, continuamente in veglia al capezzale del moribondo, ha la pace nel cuore ed è angelo di pace ai tanti figli che la morte le dona. E la forza di tanto sacrifizio le è data dall’Essere supremo che essa adora nel suo animo.
E si trova la pace in umile stamberga, tra la miseria, tra la povertà; esseri tanto disprezzati perché abbandonati dalla fortuna, sopportano con animo grande lo squallore e la sventura, mirando con una vita florida e ricca del cuore, nascosta agli occhi del mondo, allo splendore dell’oltretomba: esseri più grandi, che i conquistatori della storia, perché lottano e vincono più dure battaglie quali sono quelle del cuore, della propria anima.
La pace non è frutto che si coglie nell’egoismo o nel vortice dei vizi: ma nell’equilibrio delle proprie passioni, nell’opera buona (che è perla incastonata nell’anima e che la rende di incomparabile valore). Se ogni arte, ogni ideale ha un’anima grande da porre all’ammirazione degli uomini, da lanciare sulle ali della gloria, la virtù che in sé accoglie gli ideali più fulgidi ha schiere di forti che guardano impavidi alla morte, ad essi foriera di vita, baldi giovani, che con volere indomabile seguono la via del dovere, insieme unendo religione e patria. Solo il cristianesimo poteva portare al mondo tale rivoluzione: che la sventura perdesse il suo aspetto tetro e si elevasse a merito, che la povertà fosse amata. E così esso dava all’umanità la pace vera, consona alla natura umana, informando ogni azione al vero, al bello, al giusto nella piena perfezione dell’Essere, Iddio. E la virtù che aveva disertato gli altari delle religioni, ritorna venerata nelle splendide basiliche dove ogni animo prostrandosi riceve la pace; ritorna vivificando ceneri gloriose, la cui vita è un inno di pace serena. E al palpitare di queste ceneri, sulle stesse armi, nella stessa via, migliaia e migliaia di anime trovano la pace e la portano tra i miseri, anche se deformati da schifosa lebbra e strappano da molti ulcerati il sorriso (della pace).
La società è un’analogia dell’uomo: e come l’uomo essa pure abbisogna di pace perché possa raggiungere lo scopo per cui esiste. Se si considera la formazione del vasto impero romano, si trova che il maggior suo splendore raggiunse quando i membri erano tra loro concordi, quando cioè i cittadini si votarono alla morte nella difesa delle ceneri paterne; e incominciò la sua rovina, quando ciascuno mirava solo al proprio utile accampando egoismo e ambizione. È la storia di tutti i tempi che insegna. Nella pace è il progresso: e mai come oggi si scorge l’importanza della pace per i popoli, per una mutua collaborazione. Indebolendosi i vincoli di fratellanza che oggi più che mai si sono stretti tra popolo e popolo, diminuisce il benessere, penetra nelle famiglie con la povertà, la miseria. Splendore di scienze, di lettere, di opere si ha quando tutto il popolo può, senza stento, soddisfare alle sue esigenze materiali, morali e intellettuali. La pace, la fratellanza, diffusasi dal Golgota, orsono due millenni, risplende di vivida luce, confermando la grandezza della Chiesa di Cristo.
Minuta di corrispondenza
indirizzata allo zio Ernesto Deambrogio
Mio caro zio,
a te, alla nonna (si è fatta male ancora), al Pierino e a Maria i miei auguri di lieta e santa Pasqua. Vi ricordo sempre e prego perché Dio vi abbia ad aiutare: confidenza e pazienza mio caro zio. Saluti tanti.
Aff.mo nipote
Tema
Sopra il monumento di Dante
Pensare al Leopardi e sentire all’orecchio rintocchi di campana a morto è la stessa cosa. Dolore, pianto e disperazione: ecco il canto, la poesia tra cui giace, nella comune opinione, il poeta di Recanati. La poesia non volge le sue ali solo alle gioie, alla bellezza; essa si libra pur tra le tenebre e passa con lieve volo tra tombe e posa sulle tristezze della vita. Velate a lutto con i crin dimessi e i volti mesti le Muse trattennero il poeta in Elicona e con lui ragionarono dei dolori della vita, mentre nella Germania Schienpenauer (sic!), filosofando poneva la base del pessimismo. A torto si giudicherebbe, se si considerasse Leopardi nella sua mesta poesia come un fatto a sé; contrariato dalla sorte a lui così parca dei suoi doni: s’ha a valutare in relazione allo spirito proprio del secolo in cui visse. Tutta la letteratura è avvolta da una nebbiolina di pessimismo che scende dal Nord col Goethe, il massimo esponente della lirica teutonica. Così triste e dolorosa appare la vita quando Goethe si canta il Werther pur tra gli spassi di una società elegante e buontempona. Il Leopardi dovette respirare a piene gote questo spirito, dovette vivere in un mondo di triste realtà alla quale era inclinato anche per natura. Viva e forte sentiva in cuore la passione e Venere vide ed ammirò: non già quale appariva agli antichi: Venere nuda che poi il Tetrarca coprì di un velo candido in una luce di pace e di felicità.
Minuta di lettera
Illustrissima sig. Contessa,
Permetta che nella solennità della Pasqua formuliamo (per Lei) voti di ogni bene e Le manifestiamo la nostra gratitudine per la bontà sua e per la generosità a noi usata. Le promettiamo sempre preghiere.
Con la più alta stima obbl.mo chierico (manifestiamo la nostra gratitudine per Lei che sempre ci mostra tanta bontà, tanto cuore aiutandoci a raggiungere la nostra meta con minor difficoltà).
Schema di predicazione
(La samaritana)
Gesù alla samaritana – Se tu conoscessi il dono di Dio. Continua ad essere il lamento di Gesù perché il mondo non conosce questo dono. Quanta luce nel mondo. La scienza ha trasformata in energia l’acqua del ruscello che scaturisce dalle nevi dei nostri mondi. Ricchezza di luce materiale – povertà di luce spirituale.
Lucia; sua educazione; sua generosa dedizione; proposito sulla tomba di Sant’Agata; vende tutto e dà ai poveri; perseguitata; sua fortezza; corona.
Maria Santissima
Fu Madre di Dio; fu veramente vergine; grandezza – dignità.
I. Divina maternità
Arcangelo Gabriele
Santa Elisabetta
La Chiesa la invoca
porta nel suo seno il Verbo; fu tempio vivo.
B) La dignità: comporta i doni più eletti: immacolata concezione - pienezza di santità – incorruzione – assunzione
II. Vergine: prima del parto
Leggenda teutonica…
Fu concepito di Spirito Santo
Le circostanze dell’Incarnazione
I fatti prodigiosi – mistero
a) S’incarnarono tutte e tre le Persone?
b) Cessò di essere Dio? No
Fu avvilita la divinità? No
c) Vi erano due nature diverse? Sì: oro e ferro; noi anima e corpo
d) Di questa unione ne parla il Vangelo
e) San Vincenzo e il condannato.
Appunto
La fantasia (nostra) si insinua tra i magmi, va sotto le povere zolle: da una semplice iscrizione, da una data essa ricostruisce una vita felice e operosa, ricca di opere; là una vita di affetto tra figli amati; da una parte una vita in cui si pregustavano forse le gioie d’una speranza tanto cara quanto desiderata; da un’altra una vita ridente e bella nel suo sbocciare. Tutto la morte ha troncato e ha gettato nell’ombra del sepolcro.
Giuseppe Rossi, Varallo Pombia
Bozza di una lettera
Reverendissimo Monsignore,
stretti a Lei, nel suo cinquantesimo, uniti a quanti hanno ricevuto frutti di feconde energie, ci rallegriamo ed ammiriamo la Sua operosità mobilissima, svolta all’ombra del Santo….
Predica
Maria Ausiliatrice dei cristiani.
Nella devota penombra del suo santuario Maria Ausiliatrice sorride ancora a San Giovanni Bosco: oltre l’immobilità del corpo venerato esiste una realtà feconda, viva; lo spirito di Don Bosco palpitante nei suoi figli aleggia ai piedi della Vergine celestialmente bella. Oggi il cuore di tutti i salesiani sparsi nel mondo ha un palpito, un sospiro, un anelito alla protettrice: unione di cuori nella diversità delle lingue.
Sorvolando i motivi particolari di devozione io fermo la mente in un pensiero universale logico che si delinea dalla effigie di Maria Ausiliatrice. La Vergine è con lo scettro, è con Gesù che sorridente tende le braccia: qui è la ragione della nostra sconfinata fiducia. Lo scettro in mano della madre iniziò una nuova economia di grazia; fece zampillare una sorgente perenne di vita, di acqua ristoratrice nelle tristezze di un pellegrinaggio faticoso, aprì l’era novella sospirata nelle pagine sante dopo la promessa della donna vittoriosa contro il serpente ingannatore. Lo scettro nelle mani della Vergine ha spezzato la coalizione delle forze nemiche, ha disteso gli animi alla fiducia del perdono ed alla confidenza filiale; ha rischiarato il cielo: oltre gli spazi, oltre i mondi vibra un’armonia dolce di cuori: un’effusione di anime.
I figli hanno incontrato gli occhi di una madre nel tormento doloroso dell’impotenza a rompere la servitù della materia, nella ricerca appassionata degli eterni destini, l’insopprimibile istinto a varcare il mondo dei sensi.
Lo scettro della Vergine risplende d’oro come il suo cuore; non s’attenua ma più e più cresce il coro di voci che sale per tutti i tempi e si fonde con gl’infuocati accenti di S. Bernardo:
Nullus munerum tuorum numerus est.
Nullus nisi per te, o sacratissima, salutem consequitur.
Nullus nisi per te, o immaculatissima, qui a malis liberetur.
Nullus nisi per te, o castissima, cui donum indulgeatur.
La fecondità perpetua, proclamata da Gesù dal trono del dolore, determinava il sublime dominio mariano e l’estendeva nello spazio e nel tempo sul corpo misticamente vivo di Gesù: la Chiesa; continuava le esigenze del cuore materno come nella vita terrena, verso il mistico corpo che si sviluppa in un’atmosfera di odio, di insidie, di guerra ad oltranza. Oggi come ieri, come venti secoli fa, le forze ostili coalizzano per smembrare, disgregare il corpo, disperdere la linfa vitale che Gesù vi infuse col martirio della croce.
La Vergine vigila poiché è un istinto nella madre il conservare il proprio sangue, il sangue del figlio: quest’istinto è per il popolo cristiano orgoglio, sicurezza, forza.
La raffica protestantica ha spezzato l’unità abbandonando le membra divelte alla consunzione dell’arbitrio umano. Senza Gesù, senza Maria è il regno della morte. Tornerà la vita se affluirà di nuovo la grazia, se Maria riavrà i suoi altari nella fede che trascende il sangue e la razza.
Non penso al cielo del Nord senza che si affacci l’idea di una foschia opprimente; più tetra è la vita dello spirito senza uno sbocco all’amore e al dolore, senza un sorriso per le insopprimibili esigenze dell’anima. Come una giornata di sole risplende invece la vita del nostro popolo nella dolce poesia di una tenera devozione. E mi risuona commovente, con soave accento, il canto del poeta:
L’umile paesel non ha dolori
che non ricorra alla chiesuola antica
e da te grazia implori
o non mai tarda degli afflitti amica.
Maria Ausiliatrice ci presenta Gesù: per Mariam ad Jesum. È la via della nostra salute. L’opera della Vergine, ostacolata dall’insensibilità umana, sembrerebbe frustrata nel suo fine: ma il cuore di madre assiste la vittima del peccato in ogni istante fino a riaccendere sul letto di morte il sorriso della speranza e della fiducia, con quella sollecitudine che conduce l’anima pia per le vie di Dio e le accelera il passo ascensionale di virtù in virtù.
Se l’uomo è ostinato nel male, più ostinata direi la Vergine nel salvare il sangue di Gesù perché ella ha compreso il duro prezzo del riscatto. È lo sforzo del genio per rappresentare l’intenso desiderio di Maria di stringersi i suoi figli al seno il dramma centrale del Giudizio di Michelangelo.
Ma più palese è il poema mariano di tutti i giorni all’ombra dei santuari, nella casa della Vergine sempre aperta ad ogni affanno, ad ogni dolore; tutte le età hanno una confidenza ed una preghiera perché tutti, senza differenze, nascondono dei bisogni umanamente inappagabili, delle ferite umanamente incurabili. Ed escono dalla casa benedetta con nuove risorse per le battaglie della vita col sereno nell’anima.
La sintesi dell’opera mariana si esprime in una parola: Gesù. La santità è la riproduzione di Gesù nell’anima. Maria ci vuole alla santità poiché è nella madre il desiderio ed il diletto di contemplare l’effigie del figlio anche se lontanamente rappresentata: l’affetto copre le deficienze.
Per noi Gesù è sospiro dell’anima, è vita, è tutto: apostolato e sacerdozio gravitano su questo centro magnetico.
Non chiederemo le felicità della terra perché contro lo spirito del Vangelo, non l’assenza dei dolori perché questi ci configurano a Cristo Signore: noi vogliamo dalla Vergine Gesù nel cuore e nelle opere. Risplenderà Gesù in noi come risplende di luce più viva l’Ostia candida, nell’atmosfera mariana.
Corrispondenza
(Pasqua 1935, dall’Isola di S. Giulio)
Rev.mo sig. Arciprete,
mentre risuona nella liturgia l’Alleluja in note armoniose, ispirati agli stessi sentimenti di gioia e di pace, formulo i migliori auguri, che non sono vane parole perché valorizzati dalla preghiera.
E promettendole il mio ricordo al Signore sento il bisogno di raccomandarmi alla sua carità perché voglia concorrere con la preghiera alla mia preparazione ai prossimi Ordini che spero di ricevere prima delle vacanze qui accanto alla tomba di San Giulio.
Con animo grato e con filiale devozione esprimo miei rispettosi ossequi.
Dev.mo ch.
Corrispondenza
(senza data né località)
Rev. sig. Arciprete,
nella solennità della Pasqua le giungano graditi i nostri auguri che vogliono essere l’espressione sincera del nostro cuore, riconoscente dei benefici da lei ricevuti.
Le promettiamo di ricordarla in particolar modo nelle nostre preghiere col più vivo desiderio che Dio le doni grazie copiose per una sempre maggior fecondità del suo ministero.
(senza firma)
Corrispondenza
Mio carissimo babbo,
mi scuserai questo mio ritardo e prego di non attribuirlo a pigrizia o a dimenticanza. Tutt’altro. Il motivo è questo: credevo che avresti fatto ritorno in famiglia a passare (…) e perciò aspettavo di giorno in giorno di rivederti dopo tanto tempo.
Spero però che avrai indovinato il mio pensiero per te nel giorno di Natale anche lontano. Certo non potevo dimenticarti: troppi motivi e tutti inducono a mostrarti la mia riconoscenza e il mio affetto. E non potendo ricompensarti dei tanti sacrifici in un modo adeguato ho pregato Iddio e lo prego sino a che (?) ti abbia a rimunerare poiché quello che fai per me lo fai anche per lui e ti conservi per molti anni.
Aff.mo
Una pagina di diario da seminarista
(Giorno 20…)
Il mio spirito ringiovanisce nell’emozione di trovare tra poco la propria strada. Finora vivo incerto, come briaco a cui tutto d’intorno gira e manca un appoggio; e deliro quando cerco di capire il piacere dalla scienza, trovando il desiderio maggiore della possa. E ripeto a me stesso, quasi a coraggio, le parole dell’Alfieri: volli, sempre volli, fortissimamente volli; in un istante l’animo s’accende di entusiasmo e vorrebbe percorrere la luminosa via della gloria se non sentisse un peso di piombo che la trattiene. Non è a dire la tensione che mi (?) succede, accasciando le forze e posto anche nell’incertezza (?).
Scritto dietro l’immagine della Madonna Immacolata
A ricordo di un dovere compiuto.
8 dicembre 1926
Sia sempre il tuo cuore giglio fragrante dinanzi a Gesù Eucaristico
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"Affidami o Gesù alla protezione della tua Mamma Immacolata e all’assistenza dei tuoi angeli, perché il riflesso del loro candore illumini sempre la mia vita".
Schema di predica
Santa Lucia
Lucia, santa della luce.
Santa Lucia è una stella che brilla ancora nel cielo della Chiesa.
Perché?
Grazia santificante, luce dell’anima
La vera bellezza: cosa pensa il mondo della bellezza? Attribuisce il massimo valore – le stelle.
Perché la sua anima si è accesa dello splendore della santità.
Conoscere il dono di Dio – la grazia – Cos’è per il mondo (?) una parola ormai vuota di senso.
Per l’opera della madre – educazione – il dovere della madre – farsi amare – educare vuol dire farsi amare.
Schema di predica
(Santa Lucia)
1. Il giovane cieco
Nell’anima la luce della fede
2. La luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.
3. Più importante ancora che non la luce degli occhi.
4. Santa Lucia nella sua breve vita ci appare la santa della luce, ma della luce spirituale: così Dante la scelse a simbolo della Grazia.
5. La grazia è come il seme: vien gettato alla terra.
(Perché nella santa si è sviluppato? – Perché in noi è rimasto soffocato?)
La madre ha preparato il terreno, il cuore della figliola ha sviluppato questo seme di vita divina - ha strappato quelle erbe cattive che si manifestano nella prima età – Napoleone – dalla vostra formazione, la formazione dei figliuoli – la prova? Accanto ai santi, di solito c’è una buona mamma – il catechismo – non siamo solo tubi digerenti – la favola del ragno.
6. Sviluppo meraviglioso – la grazia innalza verso Dio – l’aquila reale – essere convinti che ciò che vale al mondo è la grazia.
Non la grazia del corpo – statistica – quanto tempo passo per il corpo –
7. Fortezza cristiana che viene dalla purezza – risolto questo problema uno è libero di sé, ha un carattere, un’idea, una fede.
Schema di predica
(La preghiera)
Il sottomarino e l’ossigeno.
Cos’è la preghiera: l’ossigeno dell’anima.
La teoria (?).
Come deve essere la preghiera.
Pia elevazione
1. Per riconoscere Dio
2. Per ringraziarlo
3. Per chiedergli perdono e grazie.
Come si deve pregare.
Umile: del pubblicano.
Attenta: distrazioni.
Devota: affettuosa.
S. Messa: ascoltata.
È necessario pregare.
1. Dio lo comanda
2. Perché ordinariamente solo a chi prega con perseveranza.
Le parabole dell’amico bisognoso – il figlio che domanda al padre
La preghiera dei Santi: fa miracoli.
Esempio portato da S. Matteo.
Schema di predica
(sulla morte)
1. La bimba va al cimitero – ritorna sperando.
2. L’umanità credente va al cimitero – ritorna sperando.
3. Rimane il salutare ricordo della morte – rivive il ricordo.
Rinnovare – chi chiede trova qualcosa – chi non crede, il freddo.
4. Tra poco – riunisce il padre – il figlio.
5. Il vero concetto della morte e risurrezione: la consolante diatriba della Chiesa. Corpi disgiunti, anime riunite nel tempo… - esempio.
6. Accogliamo la voce della morte per prepararci.
Appunti sul Regno di Cristo
(fotocopia con n. 17)
La proprietà nel nuovo diritto fascista
Ma in quest’epoca di ignoranza e di indifferenza forse non si comprende dalla maggior parte dei cristiani l’eroismo di questi giovani martiri che han trovato seguaci in altra nazione martoriata dalla delinquenza diabolica, in quella spagnola.
E non è che la condotta lineare dei veri seguaci di Cristo, il suggellare col sangue la propria fede, il proprio amore a Cristo sovrano delle anime.
Il Regno di Cristo non è di questo mondo: l’ha affermato esplicitamente Gesù stesso quando il preside romano Pilato gli chiedeva: "Dunque tu sei Re?".
Non si regge sulla forza delle armi, non sulle attrattive dell’interesse, ma solo sull’attrattiva dell’amore.
Egli ha voluto regnare per mezzo del cuore ed è questo il nuovo modo di conquista. Non mi meraviglio se una croce è il suo trono: "Regnavit a ligno Deus". È insieme l’attestato più eloquente della natura del suo Regno, è la manifestazione più chiara dell’amore; è qui tutto il significato della redenzione: il sacrificio espiatorio del Calvario per cui egli acquista sulle anime nostre dei veri diritti sovrani: il suo sangue è il prezzo del nostro riscatto.
Se dunque il Regno di Cristo è fondato sopra l’amore, si capisce allora che solo l’amore deve creare i suoi sudditi. E sono quelle anime…
CORRISPONDENZA
Castiglione 16-3-1940
Gent.ma Sig.na,
Mi sono giunti graditissimi i suoi auguri, aggiungo i suoi dolci auguri.
Si vede che non si accontenta di esprimere con le parole ma vuol proprio far gustare la dolcezza della sua anima.Però le confesso che quelle paste, mentre sono una espressione, sono pure un’occasione di peccati di gola. La colpa è sua se pecco perché mi mette nell’occasione. Farò in modo di non peccare di gola e per non addossare a lei una responsabilità davanti a Dio, di mangiarli come espressione cioè mi spiego, pensando non alla dolcezza del dolce, ma alla bontà della sua anima. Siamo a posto allora anche davanti a Dio.
La ringrazio di cuore degli auguri e della dolce sorpresa: e cercherò da parte mia, se il Signore non vorrà diversamente, di rimanere a Castiglione tanti anni quante sono le paste che mi ha mandate. E’ contenta così o forse è troppo?
E a Revislate come si sta? E’ riuscita ormai ad ambientarsi? Lo spero. Ho ricevuto una sua cartolina da Varallo Pombia: ha avuto ottime impressioni del mio paese? Me le dirà quando ci troveremo, se tornerà in famiglia a Pasqua. La sua buona mamma è sempre sana ed allegra.
A Castiglione la vita passa tranquilla senza novità. Mentre le scrivo, suona l’agonia del povero Alberto Bassi di Ielmala: pace alla sua anima.
Non so se tornerà a passare le vacanze pasquali a Castiglione:non se tornasse le presento ora i miei più sentiti auguri di una santa e felice Pasqua.
Spero in aprile di fare una scappata a Varallo Pombia: da Varallo Pombia a Revislate la via è breve. Arrivederla.
Preghi per me perché possa diventare un po’ bravo: da parte mia non mancherò di ricordarla nella S. Messa. Sia sempre allegra. Di nuovo il mio grazie e i migliori auguri. Saluti cordiali anche da mia sorella
Dev.mo
Sac. Giuseppe Rossi
Castiglione 17-12-1940
Gentilissima Signorina,
sono persuaso, più che persuaso che si trovi bene nonostante il freddo così crudo. Ho ricevuto la sua cartolina di Revislate e mi pare che Revislate dal panorama si possa paragonare ad un paese di riviera: c’è sempre il sorriso del sole (d’estate). Fortunata lei o forse il freddo si fa sentire come di qui? Lo credo. Allora vorrà indicare con quel paesaggio, così ridente, il panorama della sua anima piena di luce, di gioia, di serenità. Se è così e sarà così, Deo gratias! E la gioia andrà aumentando in prossimità delle feste di Natale, quest’anno così ridotte. Farà una breve comparsa a Castiglione ma spero almeno di constatare che non ha perso il tempo per la sua salute. Non dico di fare come le marmotte di ingrassare, ingrassare ma di ricuperare se non altro quello che ha perso quest’estate. Siamo d’accordo! Qualche giorno fa io e Luigi eravamo ad Intra e già stavamo per prendere una decisione quasi eroica, dico eroica perché eravamo disposti non solo a vincere la distanza ma sopratutto il freddo così acerbo per venire a trovare la nostra buona Maria. Poi non s’è fatto niente, non per mancanza di volontà, tutt’altro ma per mancanza di tempo: siamo in Avvento, c’è il Catechismo e noi vogliamo venire con comodo, disponendo almeno di due giorni. Allora siamo decisi, a questa primavera sicuramente. Si prepari a ricevere gli ospiti. E termino perché non voglio farle perdere tempo siccome so che ha sempre tanto, tanto tanto da fare. Ancora una notizia: sa che abbiamo qui una giovane maestra supplente? Una cacciatrice (di uomini). Con questo ho detto tutto. Castiglione è proprio sfortunato da questo lato. Tante volte dico fra di me: quanto pagherei ad avere una maestra come la mia ottima Maria Martini. Ma si vede che i tesori sono rari e lei appartiene proprio ai tesori. Si conservi sempre così un tesoro di maestra. Allegra e tranquilla sempre: non si preoccupi tanto delle cose di casa: la mamma sta benone: l’ho trovata qualche giorno fa.
Ricordandoci nel Signore ( non faccio auguri perché voglio farli a voce)
Con affetto
D. Giuseppe Rossi
Il Quaderno di don Rossi
Depositato: A.S.D.N., Sezione don Giuseppe Rossi, A,III,2
Tra gli scritti superstiti di don Giuseppe Rossi, la parte più cospicua è contenuta in un quaderno ad uso scolastico a righe, con copertina in cartoncino nero (cm. 22 x 15 x 1,8). Le righe sono 22 per pagina, con distanza una dall’altra di cm. 0,8; lo spazio per scrivere delimitato dai margini costituiti da due righe verticali di color viola è di cm. 12; le pagine complessive superstiti sono 230, per un totale di 115 fogli superstiti (qualche foglio verso il termine è stato strappato).
Struttura del testo: Prima pagina bianca; p.2: Elenco delle domeniche di cui si trova poi il commento al Vangelo, una specie di indice (composto nel 1943); pp. 3-10 risoluzione di un Casus Conscientiae riguardante "de vi metuve in matrimonio". Non viene trascritto.
pp. 11-12: Esempi per predicazione
p.13 lo schema della distribuzione della predicazione circa il Vamgelo della domenica e la catechesi degli adulti per le domeniche XXII-XXIV dopo Pentecoste. Importante perché indica come don Rossi abbia impostato i primi passi del suo ministero parrocchiale, nel novembre 1938 come indica la data.
p.15 Domenica X dopo Pentecoste (la pagina ha solo questo titolo, il resto è bianca).
pp.17-25 Colloqui con Mussolini di Emilio Ludwig. Si tratta della lettura fatta probabilmente dal 23 marzo al 4 aprile (1939 o 1940?), di un’opera tradotta in italiano nel 1932. Don Rossi riassume i passaggi, riportando l’assunto e l’impianto dell’opere, con alcune citazioni o sentenze ritenute degne di nota.
pp.26-61 annotazioni e considerazioni poste sotto una data, dall’ultimo quadrimestre 1942 (da quattro anni c’è la guerra) al 29-III-1943. Il fatto che le considerazioni siano state poste sotto un determinato giorno ha fatto pensare ad un Diario.
pp. 62-94 vangeli della domenica (domenica V dopo Pasqua, Ascensione, domenica VI dopo Pentecoste, domenica VII dopo Pentecoste, domenica X dopo Pentecoste)
pp.95-101 bianche
pp.102-227 vangeli della domenica(domenica XI dopo Pentecoste, domenica XII dopo Pentecoste, domenica XIII dopo Pentecoste, domenica XIV dopo Pentecoste, domenica XV dopo Pentecoste; domenica XVII dopo Pentecoste, domenica XVIII dopo Pentecoste, domenica XIX dopo Pentecoste: giornata missionaria; domenica XX dopo Pentecoste: Festa di Cristo Re; Festa di Tutti i Santi)
pp.228-230 bianche
Annotazioni: della presenza di alcuni pensieri costituenti una specie di itinerario interiore o diario dell’anima si aveva notizia sin dagli anni ’70, quando alcune pagine vennero ricopiate sotto forma dattiloscritta e fatte circolare tra persone interessate, a vario titolo, a don Rossi. Anche don Angelo Luigi Stoppa nella sua biografia: Il Parroco Giuseppe Rossi, eroe della carità, ed. Stampa diocesana, Novara 1986, pp.75-96 ne dà un’ abbondante antologia di citazioni, che preferisce intitolare: Oasi ricreative dello spirito.
In alcuni appunti di don Stoppa inseriti nel Quaderno si legge:"Il presente quaderno è quello che era stato dato dalla sorella Maria a don Giorgio Nobile e che egli ha sempre chiamato "Diario" e da cui desunse gli squarci di diario dattiloscritti, circolanti ed utilizzati per le varie citazioni pubblicate".
In un altro appunto don Stoppa precisa che ha raccolto un foglio isolato indicato come (foglio) A) del marzo 1939 e scrive: "Rivela l’esistenza di un diario dei primi tempi di vita pastorale, andato perso. La sorella dice di aver bruciato quaderni, ma di appunti scolastici. E afferma che di diario c’era solo un quaderno"
Un altro foglio è indicato come B): appunto del 1° gennaio 1944
L’autografo è conservato nell’Archivio Parrocchiale di Castiglione.
Nel 1995 don Stoppa pubblicava il cosiddetto Diario, intitolandolo: Oasi ricreative dello spirito, Annotazioni intime del 1939-1943, Interlinea, Novara 1995. desumendo l’espressione da quanto don Rossi scriveva in data 26 marzo 1943. Don Stoppa metteva anche una frase come titolo di ogni pagina di diario, prendendola dal diario stesso.
Si trascrive questa parte del Quaderno tenendo conto dell’edizione di don Stoppa.
Bibliografia: Su Oasi ricreative dello spirito, Annotazioni intime del 1939-1943, si veda Mario Perotti, recensione in Novarien., 25(1995), pp.192-194.
Pier Giorgio Longo, I Parroci del Concordato tra tradizione e modernità, in "Novara fa da sé", Atti del Convegno di Belgirate 1993, a cura di A.Mignemi, Istituto Storico della Resistenza, Novara 1999, pp.183-227; in particolare su don Rossi, pp.196-207.
TRASCRIZIONE DEL QUADERNO
Si omette la trascrizione di un Casus Conscientiae, posto all’inizio, segue:
Esempi per predicazione
1. A Boas, America del Nord, in una piccola scuola elementare. Il maestro ha distribuito il disegno di una casetta senza comignolo. Gli scolari devono cercare quello che manca e completare.
Un istante di silenzio: poi un lampo di sorriso ed ogni bimbo è chino sul lavoro. I ragazzi americani, tutti, hanno aggiunto al disegno il comignolo.
Soltanto un bimbo italiano esita ancora: guarda il disegno, fissa ansiosamente il maestro che attende e poi traccia con decisione una gran croce sulla porta della casa.
Bene. La croce vale assai più del comignolo. Tutto manca alla casa, quando manca la croce.
2. Nell’America del sud vive un grosso pipistrello chiamato Vampiro, il quale succhia il sangue degli animali addormentati ed anche degli uomini.
Per riuscire nel suo intento egli si avvicina all’animale o all’uomo che dorme nell’aperta campagna e battendo dolcemente le ali produce così un senso gradito all’animale o all’uomo addormentato. Punta sulla carne le sue labbra e la sua lingua aspra, producendo una piccola ferita dalla quale estrae a suo piacimento il sangue. Quando è sazio se ne vola via. Dopo qualche tempo l’uomo si desta e si sente in preda ad una straordinaria debolezza.
Novembre 1938
Domenica XXII dopo Pentecoste.
Vangelo domenicale.
Catechismo: la speranza e la confidenza in Dio.
Domenica XXIII dopo Pentecoste.
Vangelo domenicale.
Catechismo: la disperazione.
Domenica XXIV
Vangelo della domenica.
Catechismo: la presunzione.
…..
Domenica X dopo Pentecoste
Colloqui con Mussolini (Emilio Ludwig)
Dal 23 marzo al 4 aprile (1939 ?). Per un’ora al giorno. Il perché di questi colloqui. Dapprima diffidenza verso il Fascismo come verso ogni rivoluzione che travolge le istituzioni vecchie. Dalla democrazia e parlamentarismo alla dittatura. Quali vantaggi e promesse future? Studio del Fascismo nell’uomo che lo determinò. Idea basilare per comprendere l’uomo seguace di Nietzsche.
Ammette Nietzsche come Schopenhauer il mondo ridotto ad una forza unica o appetito cieco che si chiama volontà – libera in se stessa, necessaria nelle sue manifestazioni. La più elevata delle manifestazioni l’uomo che è volontà cosciente: questa volontà cesserebbe se fosse soddisfatta – cesserebbe l’uomo e il mondo – quindi finchè c’è l’uomo e il mondo, ci saranno desideri insoddisfatti, cioè il dolore.
Ma Nietzsche invece di predicare come Schopenhauer la negazione della volontà di vivere, vuole che sia spinta al massimo grado senza freni di sorta, fosse pure il bene dei propri simili. Esclusa quindi la compassione e la beneficenza verso i miseri per non perpetuare la miseria. Elevarsi al di là del bene e del male, senza morale che è riservata ai miseri: "la morale degli schiavi".
Mussolini, uomo di squisita cortesia come tutti i forti ingegni; solitario e di una calma mirabile – oltre al potere non vi sono per lui altri godimenti – si identifica con lo Stato.
Caratteristica della grandezza di Mussolini: 1) Dall’altezza del potere non ha disimparato ad ammirare le azioni degli altri.
2) Ha appreso a riconoscere il significato simbolico delle proprie azioni.
Scuola della povertà – buona educatrice la fame quanto le prigioni e i nemici – dal lavoro duro, nei contrasti si impara la pazienza: a dominare la pazienza e se stessi.
Scuola del soldato: la guerra un mezzo di educazione – ha un’efficacia morale l’imparare a non tremare – giornalista: per me il giornale era l’arma, la bandiera e potrei dire l’anima.
Scuola della storia: alla scuola di Machiavelli – Bismark, il più grande uomo del suo secolo – pena di morte introdotta per motivi sociali – non è stato S. Tomaso a dire che bisogna tagliar via un braccio cancrenoso perché non muoia tutto il corpo – Napoleone come ammonimento non come modello – la sua vita ha indicati gli errori ai quali difficilmente si sfugge: nepotismo, lotta col Papa, mancanza del senso della finanza e dell’economia.
Pensiero circa la guerra: fu la sua rovina la corona chè lo costrinse a sempre nuove guerre. L’impero è pericoloso: quanto più si estende, tanto più perde la sua forza organica. La tendenza all’imperialismo è una delle forze elementari della natura umana, come la volontà della potenza. Finchè uno vive è imperialista. Cessa di esserlo con la morte. Un dittatore può essere amato. Quando la massa nello steso tempo lo teme. La massa ama gli uomini forti. La massa è donna. In ogni anarchico sta dentro un dittatore fallito. Ogni rivoluzionario diventa in un determinato momento conservatore.
Razza: non esiste più una razza pura, nemmeno quella ebrea – razza: questo è un sentimento, non una realtà; il 95% è sentimento. L’orgoglio nazionale non ha affatto bisogno dei deliri di razza. Né razza né forma di stato né l’unità della lingua determinano il nazionalismo.
Goethe disse che in un volto italiano il dito di Dio è più visibile che in un volto tedesco.
Questi ha una causa morale. Oggi v’è una maggior forza censiva nei volti. La volontà di movimento cambia i lineamenti.
Impossibile: non esiste; se non si inculca questo alla gente, essa si addormenta e dice anche nelle cose semplici che sono impossibili.
Le idee mi vengono meglio alla sera.
La massa: la massa non è altro che un gregge di pecore, finchè non è organizzata. Nego che essa possa governarsi da sé. Ma se la si conduce, bisogna reggerla con due redini: entusiasmo e interesse.
Musica e donne, gesti ed emblemi sono un elemento festoso. Musica e donne sono il lievito della folla e la rendono più leggera.
Noi siamo, come in Russia, per il senso collettivo della vita e questo noi vogliamo rinforzare a costo della vita individuale.
Sorel nega del tutto il progresso morale, ne riconosce solo uno meccanico.
Solo la fede smuove le montagne, non la ragione. Questa è uno strumento ma non può essere mai la forza motrice della massa. La gente ha oggi meno tempo a pensare. La disposizione dell’uomo moderno a credere è incredibile.
Pericoli della dittatura.
Hegel scrisse: il popolo è quella parte della Nazione che non sa quello che vuole.
Sull’Europa. Non vi sono popoli buoni né cattivi. Ma vi sono popoli il cui temperamento è più attraente di quello di altri. La preferenza rimane naturalmente soggettiva. La crisi odierna è crisi del sistema capitalistico. Da questa crisi che deve operare ancora più profondamente e da nuove rivoluzioni che verranno uscirà il nuovo tipo dell’europeo.
Costruzione interna: Malthus. Economicamente è un errore, moralmente un delitto. La diminuzione della popolazione porta con sé la miseria. La donna deve obbedire. Essa è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto dell’architettura in tutti questi secoli? Essa è estranea all’architettura che è la sintesi di tutte le arti e ciò è un simbolo del suo destino.
Roma e la Chiesa: "Libera Chiesa in libero Stato". È irrealizzabile con la Chiesa cattolica. Possibile è solo la completa divisione dei due poteri: lo Stato ignora la Chiesa oppure regola con essa le cose comuni. Entrambi hanno innanzi a sé la stessa materia, l’uomo: in un caso come credente, nell’altro come cittadino. "Allorché Roma venne sotto l’impero di Cristo, cadde la schiatta dei dominatori, forse la sola nella storia". Rese l’Europa d’oggi impotente a volere, ma non fu abbastanza reazionaria per difendere il feudalesimo, così scrisse del cristianesimo. Disse anche: "Adesso sono venuti nuovi spiriti liberi, solitari, bellicosi, con una certa nobile perversità per liberare il mondo dall’altruismo".
Roma centro del mondo nel senso di avere più storia degli altri. Gerusalemme e Roma. Gesù è il più grande. Cesare viene dopo di lui. Iniziare un movimento, una religione che dura da duemila anni! Quattrocento milioni di seguaci fra cui i poeti, genii e filosofi. Questo esempio resta in eterno!
Agire e pensare. La pratica giornaliera può inaridire l’anima. Per evitare ciò bisogna continuamente rianimarsi con la viva e palpitante natura delle masse e poi di nuovo del singolo, così si conserva lo slancio e si può sfuggire all’aridità della burocrazia. Io cerco di superarla pensando all’Umano, con la sua miseria e la sua bellezza, con le debolezze e grandezze.
L. "Le sembra che quello che ha raggiunto sia conforme a ciò che progettò?".
Non è la medesima strada che ho prevista ma è ancora il medesimo marciatore. La via è cambiata, perché così fa la storia; l’individuo rimane lo stesso. Il materiale dell’uomo politico, l’uomo, è una materia viva. Il mio materiale è variabile, complesso, sottoposto all’influenza dei morti, anche all’influenza delle donne. È per me un mondo poco chiaro l’influenza delle donne.
Weininger ha visto esatto nel punto principale, sebbene infine esagerasse.
L. "Guidato e tormentato da presentimenti?".
Tutt’e due le cose. Questi sono gli avvenimenti della sub-coscienza, fisicamente e moralmente. L’uomo politico ha bisogno prima e dopo della fantasia, altrimenti egli è altro, non arriva a niente. Nessuno può giungere a qualche cosa senza un sentimento poetico, senza la fantasia. La potenza della parola ha un valore inestimabile per chi governa. Occorre solo variarla continuamente.
Distinzione degli uomini: li distinguo in quelli che mi attirano e in quelli che mi ripugnano. Ciò mi è subito chiaro fisionomicamente. Poi vi è una quantità di altre categorie, per esempio gli ottimisti. Poi vi sono gli assimilatori che afferrano la realtà con la medesima finezza con la quale l’ape estrae il miele dal fiore. Altri poi si lasciano schiacciare dalla realtà prima ancora di averla compresa.
Pagine del Diario
Venne pubblicato a cura di don Angelo L. Stoppa nel 1995, con il titolo: "Oasi ricreative dello spirito", Interlinea Novara, 1995,; per comodità del lettore si riportano le pagine dall’opera "Oasi ricreative dello spirito", lasciando i titoli, presenti in quella edizione e segnalando le omissioni del curatore.
La prima pagina del Diario è stata scritta su di un foglio di quaderno a righe con le linee verticali dei margini di color rosso.
Nel retro della pagina:
Domenica di Pasqua
Alleluia! Il canto della Chiesa dopo la settimana delle tenebre, dopo il ricordo doloroso della Passione è un grido di vittoria che si ripercuote nelle anime. Diffondendo la gioia più pura. Questo è il grande giorno che ha fatto il Signore, esultiamo e rallegriamoci in esso. Ogni anima ben nata che sente la grandezza e la bellezza della propria fede prova la gioia e la pace di questo giorno solenne.
(a matita) Tota pulchra es Maria
et macula originalis non est in Te
Tu gloria Jerusalem, tu laetitia
Tu advocata- Tu Mater- ora
pro nobis.
Dopo cinque mesi di vita parrocchiale
Dopo cinque mesi di vita parrocchiale sento come un bisogno di una sintesi: quale il risultato del mio lavoro? Nullo o quasi. Non vedo alcun frutto. Isolato col dolore che mi penetra nelle ossa, non trovo un metodo di conquista. Una roccia impenetrabile mi sta di fronte: un popolo senza desiderio di bene, di sacrificio, di eroismo. Mi pare di battere invano col furore dei miei giovani anni, di sprecare le migliori energie in un lavoro vano. Dopo questa amara constatazione non getto le armi perché non dispero ancora del tutto.
Sopra il mio capo, sull’agitarsi di passioni umane veglia un Essere che tutto può. Mi getto disperatamente tra le braccia di Gesù di cui devo seguire le orme verso la croce, il Calvario. Si scatenano le bufere umane che paiono tutto travolgere: con Dio io sono oltre la grigia nuvolaglia delle passioni, nell’atmosfera serena dell’azzurro infinito, nella pace divina. Allora soffro con gioia perché unito al mio Dio sulla croce. Così io rivivo alla nuova vita che è nella morte del corpo. Comprendo le eroiche pazzie dei Santi nel cercare la croce, la sofferenza: erano anime assetate di vita, quella vita sgorgata dal sangue versato sul Golgota che è lavacro di tutte le colpe, che è un farmaco di tutte le ferite.
28 marzo 1939
La guerra continua
La guerra continua la sua opera di distruzione: essa travolge uomini e cose. Secoli di civiltà cristiana hanno lasciato orme di indiscutibile valore in opere di pensiero e d’arte, vanto e decoro di molte città. Ora si avanzano le esigenze di una guerra totalitaria che nulla risparmia: come un ciclone universale che lascia dietro a sé rovine su rovine. Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questo conflitto: di solito ogni rivoluzione segna un’epoca nella storia dell’umanità: la guerra è il travaglio del parto. Aspettiamo, trattenendo il respiro, la fine di questo travaglio. Qualche cosa già si intuisce come sospeso nell’aria, qualche cosa di indefinibile, di incerto: un vero tormento spirituale nella massa. Quattro anni di speranze e di ansie, di sofferenze e di stenti maturano forse i loro frutti per un migliore avvenire. Se è vero che le sofferenze sono scuola di ben vivere quando sono virilmente sopportate.
settembre 1942
L’uomo in ogni azione cerca il benessere, la felicità
La vita è un quadro a vari colori, e dalle molteplici sfumature: ogni uomo è a sé e non fa serie. Però vi sono espressioni che appartengono all’umanità e non all’individuo. Gli effetti possono essere diversi, ma la causa è sempre identica.
L’uomo in ogni azione cerca il benessere, la felicità. L’indagine è affidata all’individuo: e se pur è mosso dallo stesso anelito comune, può percorrere diverse vie secondo l’essere individuo. Chi vede la propria felicità nelle ricchezze; chi nella soddisfazione degli istinti più bassi; chi nella perfezione della propria arte; e in fine chi nel possesso di Dio. Vari pellegrini su strade diverse si illudono di arrivare alla stessa meta. Alcuni dopo una corsa affannosa si trovano in un vicolo cieco: s’accorgono d’aver perso tempo e forze. Bisogna indietreggiare, battere altra strada, forse meno facile, più accidentata ma la vera: quella dei Santi. E un vero peccato che non tutti arrivino a tempo al vicolo cieco: sono attratti nella affannosa corsa del fenomeno della fata morgana e neppure dubitano della loro illusione.
21 gennaio 1943
Un’altra ora nera nella storia italiana
Tripoli è passata agli Inglesi: un’altra ora nera nella storia italiana. Sono le sorprese della guerra. Però se resta mortificata la grandezza territoriale dell’Italia dalla strapotenza inglese che risucchia il sangue e il sudore dei coloniatori italiani, rimane intatta una grandezza che non poggia sulle armi ma sul genio, sullo spirito.
(Il brano seguente, sino al termine, è stato omesso da don Stoppa)Il cielo d’Italia è chiaro, di colbalto: non conosce la tetraggine delle nebbie nordiche: le notti italiane risplendono di astri di prima grandezza. Il nome d’Italia s’ identifica in Dante, in Michelangelo, in Galileo, in Volta, in Marconi. Si sono visti più volte imperi formati dalla fortuna delle armi crollare: e basta ricordare le vicende dell’impero romano. Però di questo vasto impero polverizzato dalle orde barbariche rimase il meglio: l’opera dello spirito, del genio romano che oggi ancora impera. Contro i nemici che calcano terre che furono nostre per diritti di sangue e di sudori, opponiamo la nostra vera grandezza.
25 gennaio 1943
(omessa da don Stoppa)
Un articolo di Giornale mi ha introdotto nella vita privata di Hitler: per qualche istante solo fui a contatto con l’uomo che ha nelle sue mani le sorti della Germania: mi fu sufficiente per comprendere il segreto della sua grandezza. Parrebbe che il genio tenti di fermare il corso del tempo con un’attività prodigiosa: ogni istante ha un suo valore: ogni istante ha un suo valore. Pensate la vita della nazione nelle varie ramificazioni converge alla mente di Hitler come una centrale che ripartisce l’energia. Il flusso e riflusso delle attività assorbe l’uomo giorno e notte: qualche momento di sosta, di riposo, necessario sia al corpo che alla mente per il rinnovo delle energie; poi ricomincia il faticoso lavoro. Al corpo non concede più del bisogno: i suoi pasti sono frugali. Uno stomaco pieno nuoce alla attività dell’intelligenza e ruba energie nel laborioso chilo. E’ massima antica e sempre vera che la sobrietà dà origine alle grandi virtù.
26 gennaio 1943
(omesso da don Stoppa)
Gli esseri viventi: Non è possibile dare una definizione esatta della vita: nessun autore ne diede una soddisfacente. Ci riduciamo a descrivere le cause immediate o prossime dei fenomeni vitali.
27 gennaio 1943
Più fortunato chi s’adopera ad addolcire le sofferenze altrui
Se guardiamo attorno, alle anime che ogni giorno ci avvicinano, se ascoltiamo le voci che giungono al nostro orecchio nel segreto di una confidenza (se potessimo strappare il velo che cela la vita privata di un individuo o di una famiglia) sentiamo vibrare una nota di dolore che si cerca di nascondere con una gioia fittizia.
Si soffre da tutti in qualche istante, in molti istanti della nostra dura esistenza. Si avvicendano le giornate di sole e di nebbia, di gioia e di tristezza.
E sono gli uomini spesso a far soffrire, essi che nell’animo forse aspirano a liberarsi dal dolore, essi che provano di continuo le trafitte del soffrire. Fortunato chi nella vita non ha mai procurato un dolore al suo simile; più fortunato chi si adopera ad addolcire le sofferenze altrui, chi spande olio di carità e di compassione sulle ferite sanguinanti. Il conforto recato agli altri è balsamo per il nostro cuore, è gioia che lenisce le nostre croci.
27 gennaio 1943
Ore gravi di eventi quelle che viviamo
Ore gravi di eventi, si dice, quelle che viviamo. Due ideologie si scontrano in un duello all’ultimo sangue: si contendono il dominio del mondo. E gli uomini, travolti da queste due forze operanti al di sopra delle contingenze della guerra, sono gli strumenti buttati nella mischia per conseguire lo scopo.
E intanto la macchina bellica si muove col suo peso di acciaio e di fuoco, pressando il fiore dell’umanità, col cieco furore che più non discerne il giusto e l’ingiusto, il lecito e l’illecito. La visione di sangue, di lacrime, di distruzioni deciderà l’uomo ad arrestare la corsa verso il precipizio? Non è più possibile: l’odio e l’orgoglio dei pochi interessati ha soffocato ogni sentimento di umanità. Le sciagure dell’ora sono ricche di insegnamenti: più volte si è apertamente denunciato che la società nostra tentava di porre in disparte il divino, il soprannaturale e di ridurre la vita entro i confini ristretti del tempo. Ma senza Dio si cade nelle mani dell’uomo.
28 gennaio 1943
Noi grandi di orgoglio e piccoli di cuore
In un paesello del Portogallo, nel silenzio dei monti dove la natura più chiara porta le orme di Dio, a Fatima la Madonna ha parlato a tre poveri pastorelli. In questo caso come in cento altri, Ella confida i suoi segreti ai semplici che più di tutti hanno il cuore aperto al soprannaturale.
Ci meravigliamo di queste abitudini della Vergine che contrastano col nostro punto di vista. Noi grandi di orgoglio e piccoli di cuore non ci confidiamo ai bimbi. Secondo la nostra umana sapienza la Madonna avrebbe dovuto fare le sue confidenze al Romano Pontefice che ci rappresenta in terra Gesù Cristo, la cui parola ha l’appoggio della autorità.
Forse tali rivelazioni sarebbero state meno efficaci; continuamente il Pontefice parla ai cuori e alle intelligenze parole di vita e nel suo soprannaturale ed infallibile Magistero ripete ciò che serve per la nostra salvezza. I semplici devono confondere i superbi.
29 gennaio 1943
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Le idee si confondono sempre più col prolungarsi della guerra
Le idee si confondono sempre più col prolungarsi della guerra e con le alterne vicende. Da ambo le parti si crede nella certezza della vittoria e questa fede si propina in pillole ben dosate con l’alterazione dei dati e dei fatti alla grande massa che alla fine si persuade di tener tra le mani con le ali tarpate la vittoria. Così si tiene alto il morale: ma in fondo è morfina deleteria sulle energie dello spirito, la quale impedisce l’insorgere di una qualsiasi reazione. Ancora più confuse sono le idee circa gli scopi di questo conflitto. Tutti al primo urto si chiedono e con diritto, poiché la vita non è un dono da buttarsi via, perché si combatte? E vi rispondono in coro dall’una e dall’altra parte che si combatte per la giustizia. E nessuno degli interessati ci dà la definizione precisa del termine. Forse per mettere in sesto le idee nella testa degli uomini e per acquietare gli animi esacerbati dovrà sorgere un nuovo Salomone a rendere giustizia ai contendenti.
30 gennaio 1943
Le leggi della natura tutelano l’ordine del creato
La civiltà indica un modo di vita secondo il diritto naturale che è impresso nella coscienza di tutti gli uomini. Questo termine è da molti usurpato e piegato ai sensi più diversi che molto si allontanano dal genuino. Come il creato è governato da forze che ubbidiscono a leggi stabili ed universali così l’uomo ha in sé delle forze che devono essere regolate da leggi. Queste leggi l’uomo troverà nella sua stessa natura. Prescindiamo dall’individuo che può soffocare o deviare alcune naturali aspirazioni ma l’essere normale ha chiara nella coscienza la nozione del bene e del male. Le leggi della natura tutelano l’ordine del creato: più evidente appare la necessità di una legge morale là dove l’essere libero rimane responsabile dei suoi atti.
5 febbraio 1943
Un caso come tanti altri
Un caso come tanti altri che arricchiscono la cronaca di ogni giorno: una signorina modernissima, ha creduto che la vita fosse come i sogni del suo cervello etereo: un romanzo. Ma a scrivere romanzi, occorrono impegno e fantasia: cose rare di cui natura è avara. E facile invece leggerli: basta la pagella di terza elementare. Infatti il romanzo non ti chiede l’attestato della tua istruzione: non pretende di forzare le porte del cervello: si accontenta di rimanere nell’anticamera cioè nella fantasia. E tutte le signorine che han bruciato incenso all’idolo della moda vivono in un mondo di fate. Più facile ancora è fare i romanzi, e non sempre a lieto fine. La notte scorsa una farfallina 1900 cercò nella vita il romanzo a lieto fine. volteggiò nella notte e trovò alla fine un calabrone. Pareva nel regno della felicità dove un fuoco sacro scioglie i cuori e li fonde: ma poco durò l’incanto. La corsa nel buio della farfallina e del calabrone finì male in un fosso. Questa è la realtà della vita.
12 febbraio 1943
Si manifesta l’azione divina in ogni forma di bene
Nella solitudine di Patmos un veggente ha parlato duemila anni fa: ci ha dato la visione del mondo nella sua intima, profonda invisibile realtà. Le forze che torturano la nostra povera umanità sono poste in simboli: bestie che scendono dal cielo e bestie che escono dal mare. Una lotta combattuta con estrema ferocia; l’uomo abdica alla ragione e conserva il solo istinto di sangue, di distruzione. Il trionfo dell’orgoglio che continua sulle orme di Lucifero finché vi sarà un uomo sulla terra. L’umanità, una massa di individui che si agita, si muove: inconsciamente entro un involucro invisibile che fa pesante il respiro. In questa unione di orgogli è la forza e la potenza della bestia apocalittica che mira alla distruzione della potenza di Dio. Sotto l’azione di questo narcotico di superbia è l’illusione di afferrare l’Invisibile e
soffocarlo nel sangue e sotto le rovine dovunque si manifesta l’azione divina, in ogni forma di bene, in ogni legge di ordine, in ogni cuore.
14 febbraio 1943
Un sole di primavera
Mi piacciono le cose belle inonda di luce la natura
Il cielo è limpido: non una nuvola rompe l’azzurro terso: un sole di primavera inonda di luce la natura morta e diffonde gioia e sorriso nelle cose e nei cuori. Bisogna avere anima di poeta per esprimere i sentimenti intimi che dal subcosciente salgono alla superficie del nostro essere come attratti da tanta luce diffusa. Il cristallo nell’ombra, nella oscurità ha la natura delle cose morte: un oggetto comune posto a contatto dei raggi solari si trasforma in astro che riverbera attorno migliaia di raggi.
L’anima nostra è un cristallo di altra natura la cui bellezza si rivela quando è colpito dal sole divino. Ci consoli questa verità: siamo fatti per la luce. Se mai nella vita le molte vicende tristi hanno sommerso questo divino cristallo, rimane pur sempre un legame di attrazione col sole il quale a poco a poco riporterà alla superficie l’anima che riprenderà i suoi divini riverberi. Intanto il sole fugge verso il tramonto a rallegrare altre anime e lascia dietro a sé il ricordo nostalgico.
19 febbraio 1943
Mi piacciono le cose belle: amo la poesia, la pittura, la musica. Ammiro la natura nei fiori; nel verde della primavera nascente, nell’orrido maestoso dei monti. Tutto nel creato ha un ritmo, un colore, una parola. La vita è bella quando le infinite vibrazioni si intonano con quelle dell’anima. Ma nell’armonia delle cose e degli spiriti, quante battute di arresto, quanti contrattempi, quante stonature là dove più sublime dovrebbe essere la poesia, nel mondo delle anime: come un’atmosfera pesante avvolge gli uomini e li riduce ad una prosa mortificante. Quando la sorgente ritmica è impedita, perde il suo timbro. Molte anime danno un suono fesso: e dovrebbero invece vibrare di un suono argentino che armoniosamente leghi la gamma dei suoni. La donna ha questa missione nel mondo col suo elevato senso di poesia, innato, istintivo; col suo cuore che racchiude l’armonia più bella della natura che tutte le altre in sé comprende, la maternità.
20 febbraio 1943
Occhi sereni come l’azzurro del cielo
Occhi sereni come l’azzurro del cielo, quieti come la distesa del mare calmo: sono gli occhi dell’innocenza quasi un riflesso divino. Dietro le pupille che guardano senza mistero e con stupore vi è un piccolo mondo che non conosce le tempeste della vita: fiori delicati, aperti al primo sole, ebbri di luce e di calore. Stanchi del nostro vivere agitato, spesso sentiamo viva la nostalgia di uno squarcio di cielo: ci prende il desiderio di un ritorno alla prima età che Dio riscaldava del suo riflesso. Per un istante ti par di ritornare quando stringi le gracili membra e fissi l’occhio nelle pupille innocenti: resti come rapito in una estasi dolce in cui dimentichi la tua vita di miserie. L’occhio di Dio ti guarda nel fondo dell’anima e ti tormenta a questo richiamo. L’uomo si abbandona nel pazzesco tentativo di distruggere Dio, di dimenticarlo, di riporre l’idea tra i ricordi storici. Ma finché nel cielo brilleran le stelle e sulla terra risplenderanno occhi di bimbi, Iddio continuerà ad essere l’aspirazione ed il tormento delle anime.
22 febbraio 1943
La famiglia è il nucleo della società
La famiglia è il nucleo della società: è un nido che custodisce e difende i valori dell’uomo: dove si conserva il calore dei sentimenti. Germogli di nobiltà, insiti in ogni cuore trovano il naturale sviluppo accanto al focolare, nei legami del sangue. Due cuori prima ignoti, si fondono in un patto di reciproca fedeltà da cui scaturisce la vita, in sorrisi di bimbi, che allietano il nido familiare. Qui solo la vita ha un senso, elevato fin oltre il cielo, a contatto col divino da cui scende la vita nell’opera sorta dalla comunione degli elementi di due esseri. Iddio accende il fuoco della vita e la famiglia è il tempio naturale di Dio, arca dell’alleanza che custodisce la legge e la manna delle virtù morali e civili. Pallida, lontana riproduzione della Trinità divina ma nella relazione dei membri fondata sopra l’amore reciproco. Se la società nostra non vuol perire sotto le rovine nel crollo di ogni virtù civile e morale che una pseudo scienza sta operando in nome di una libertà senza leggi e senza Dio, deve riaccendere di nuovo splendore la fiamma del focolare.
24 febbraio 1943
Psiche, a te dirò i segreti intimi
Psiche, a te dirò i segreti intimi che non si svelano a chiunque si incontra sulla via. Ti vorrei introdurre nell’intimità dei miei sentimenti, in un piccolo mondo agitato gelosamente chiuso ad ogni occhio indiscreto: tu sola testimone delle vicende liete e tristi del mio piccolo mondo, tu sola depositaria dei giudizi che la realtà di un vita eterna ha determinati, tu sola giudice imparziale e veritiera della mia intelligenza. Da te spero un conforto nelle ore buie quando s’invoca una parola amica; da te un sostegno se la volontà tenta piegarsi sotto il peso di un ostacolo o di una delusione: da te la lode o il rimprovero nelle mie azioni, nei miei propositi. Ascolterò la tua voce, il tuo consiglio con gioia come la voce della mamma, suadente, penetrante nella profondità dell’ anima. Con te passerò le ore migliori, ragionando delle molte cose della vita e delle anime, dei molti problemi oggi agitati davanti alla coscienza cristiana. Così di luce in luce senza noie verso la verità.
27 febbraio 1943
Sali a confonderti nella luce
Un cantuccio anche per me nel creato, un po’ di solitudine che mi avvicini al cielo: aspiro all’ azzurro denso dove ogni voce si perda, dove l’occhio rispecchi l’immensità dello spazio. In alto più vicino alle stelle: finché possa sentire il battito del mio cuore all’unisono col ritmo dei mondi che cantano le glorie di Dio. Come un peso che stringe da ogni parte, la vita di ogni giorno, intessuta di miserie e di colpe, fa l’anima stanca e nauseata. Bisognerà subire questa prigionia senza speranza di migliori destini in cui aspirazione e desideri diventino palpitante realtà. L’anima dovrà subire sempre, fino alla fine i miasmi, il tanfo che soffocano le energie vitali dello spirito? Non è possibile! Insorge, nell’ora di Dio, una volontà di redimersi: uno squarcio di cielo, un raggio di sole, verso le altezze dell’Infinito. Desiderio di libertà nella purificazione. Divina farfalla, vuoi profumi di fiori di una tiepida primavera in un sorriso di sole e di colori. Getta l’involucro alla terra a cui aderisci, compi la metamorfosi, lascia il letargo per la vita: metti l’ali a questi divini richiami e sali a confonderti nella luce.
1°marzo 1943
A Dio piace la dimora tra le anime semplici
Un oratorio di campagna senza linee artistiche, senza pretese, costruito dalla fede di antenati lontani: linee semplici, disadorne: un altare con rozzi candelabri: qualche pittura rigida che guarda dalle pareti: pochi banchi: nulla di prezioso e di lusso. Non luci che diano solennità al rito ma raggi d’oro di un sole nascente che dardeggiano da una finestra del coro, rallegrano le anime pie, raccolte in attesa dell’augusto sacrificio. Povertà di cose che non disdice a chi amò la povertà: una ricchezza di sentimento nella semplicità dei cuori dà poesia e gioia e candore al rustico tempio. E a Dio piace la dimora tra le anime semplici più che il tempio ricco di marmi e di oro ma povero di cuori. Una soave quiete è sui volti che la malizia mai non toccò, increspati dagli anni e non dal vizio, è negli occhi dei bimbi irrequieti che guardano con innocenza quello che si compie sull’ altare. In questa solitudine si rinnova un prodigio: l’umano sfiora il divino mentre in basso passano operai ed operaie che l’umano degradano alla materia.
2 marzo 1943
La vita bene intesa ha molteplici risorse
Mi accorgo col passar degli anni che la vita può essere monotona e noiosa, in ogni condizione: tutti i giorni sempre le stesse cose, le solite miserie, ad ogni sorgere di sole. Si vuoi varietà, qualche nuova esperienza che rompa l’abitudine quotidiana. La vita però bene intesa ha molteplici risorse a cui attingere per alimentare di gioia e di poesia l’anima nostra: se viene vissuta come una conquista. Si ha da spezzare il cerchio ristretto in cui soffocano tante vite nella riduzione ai minimi termini: vivere per vivere: programma di chi subisce passivamente la vita. L’alba ti strappa dalla casa, fresco di forze, il tramonto ti restituisce stanco a consumare il prezzo di tante fatiche: il tozzo di pane assorbe fino ad esaurirle tutte le energie. La vita una conquista di più alti valori ben più preziosi di un tozzo di pane, di più vasto respiro. La posta a cui darai le forze e i pensieri, è la tua anima, in veste di ideale modellato sul divino, saturo del bello e del buono. La salita, al cui vertice troverai te stesso formato, sarà ardua, nella prova della volontà, ma vai verso il sole.
Ci guardano così, l’uomo delle confidenze
Un’anima è entrata nella mia casa, forse per levarsi un peso, confidandosi. Ci guardano così, l’uomo delle confidenze: vogliono che noi li comprendiamo e credono alla nostra indulgenza paterna. Gli occhi tradivano una gioia a stento dominata, specchiavano un pensiero intimo ma con volontà di tener velato. In questi casi s’intuisce ciò che la mente vorrebbe dire, nel senso di una frase, nel modo di svolgere il pensiero. Sguardo perduto nell’avvenire, nella pace di una famiglia lieta del riso dei bimbi: gioia di una sposa che tende sicura la mano per essere benedetta ai piedi dell’altare: sogno di ogni donna. Così fissa nel suo sogno e nell’idea che tutti pensino alla sua gioia, non s’accorge dell’ingrata parte di messaggera che le venne affidata. Ma ambasciator non porta pena. E mi parla di volontà di pace di altre persone, vittime di malintesi e di malelingue, in fondo persone di cuore, facili al perdono. Ai tuoi occhi, poverina, han saputo con arte rivestirsi delle lane dell’agnello; gettando su di me e su chi mi circonda, tutta la colpa. E sia pure così.
3 marzo 1943
Sole e pioggia sono doni di Dio
Stamattina mi alzai con una sorpresa: la pioggia. Anche il tempo ha le sue vicende. Per giorni e giorni il cielo ebbe splendori di meravigliose aurore. Ora nubi basse lasciano cadere una pioggerella monotona, noiosa: le cose si coprono di un velo di tristezza. Anche sulle anime grava questa atmosfera pesante. Non si ride, non si ha voglia di ridere: si cerca la solitudine. Ci si chiude in casa a guardare il fuoco che fa le veci del sole: così per un bisogno di luce e di calore. Non è forse vero che quando piove il fuoco ci attira? E accanto al focolare, nella quiete domestica, quante riflessioni, quanti pensieri sorgono dall’anima. Benedetto il tempo piovoso se ci richiama ad utili riflessioni. Il contadino aspettava da molto la pioggia perché la sua terra mostrava già di aver sete: ha il cuore alla sua zolla che feconda con il suo sudore ed affida all’opera della provvidenza: sole e pioggia sono doni di Dio. Tra le siepi, sulle balze la primula e la viola occhieggiano: primo sorriso di primavera. Tra breve l’acqua che cade, le coronerà di un verde tappeto. Occhi di bimbi guardano i colori vivi dei fiori: ma il contadino aspetta il verde.
4 marzo 1943
Nella quiete del tempio, anime pregano
Nella quiete del tempio, anime pregano: sono vicine alla vita, al calore di un fuoco che purifica. Battiti di cuore per il Cuore svelato tra le fiamme. Un’onda di soprannaturale aleggia tra il lieve mormorio d’una preghiera, tra il canto pio quasi un sospiro. S’alzano di tanto in tanto le palpebre devotamente basse, lasciando libere le pupille di fissare all’altare con l’espressione di chi chiede non sai se amore o perdono. E l’uno e l’altro forse fusi in un unico sentimento. Sanno di aver mancato in un momento di debolezza, di ebbrezza dei sensi: non hanno distinto tra la voce dei sensi e la voce dell’anima, prese ai lacci di un mondo cattivo, forte nella menzogna. Con la bocca aspra per aver accostato le labbra al piacere, col cuore vuoto si offrono a quella rugiada benefica che dal cielo scende a ristorare le anime stanche. E tu, o Dio, porgi la mano per rialzare, ti doni nella bontà del tuo cuore, riaccendi la fede. Risanate dal contatto divino, serene nell’anima purificata, saranno riprese nel vortice della vita quotidiana e forse ricadranno all’agguato dei sensi. Una mano è tesa.
5 marzo 1943
Più felice è chi ha meno pretese
Un’istantanea, un episodio di cui è intessuta la vita mi colpisce l’occhio. Un ragazzo, sbrendolato, con giubba assai capace sta menando al pascolo capre e pecore. Le bestie sembrano pigre: non ascoltano la voce: brucano qualche cespo d’erba. Il pastorello leva di sotto la giubba un sacchetto con sale, facendo un richiamo con la voce. Quelle accorrono avide, premono da tutte le parti il ragazzo che si difende e si schermisce dalle bocche. Son deste ora. Un pizzico di sale a ciascuna con giustizia: un colpetto sul muso a qualcuna troppo noiosa: e il corteo si rimette in moto con più brio. Così è la vita del pastorello tutti i giorni, contento di libertà tra i campi e le sue bestie. Che importa se ha un vestito lacero, se ignaro di tante cose, è solo, per lunghe ore al giorno. Guarda le sue bestie, soddisfatto quando esse col muso alzato lo cercano e s’avvicinano per avere una carezza.
Ciascuno si fa la propria felicità. E più felice è chi ha meno pretese.
10 marzo 1943
Quasi un secolo fa quando Mazzini pontificava
Una finestra aperta sul passato: quasi un secolo fa quando Mazzini pontificava. Giorni burrascosi, oscuri, vibranti di aspirazioni e di sogni. Il bacillo iniettato nella massa dalla Rivoluzione francese impesta ormai vasti strati della popolazione italiana che sembra matura per l’intervento chirurgico. Sulle strade nelle piazze, nei ritrovi, una parola d’ordine che viene incisa con fuoco di passione nel cuore di tanta gioventù: libertà. Una febbre che dà il tremito e la vertigine. Desiderio di far crollare un mondo, vecchio e sterile per costruire su nuove forme con forze giovani un avvenire migliore. La massa vuole la sua esperienza; non le basta l’altrui anche se mietuta di sangue e rovine. Nella furia di voler tutto mutare, a scapito del buon senso e della ragione che nel vortice di tante passioni scatenate dai bassifondi non riesce più a distinguere l’oggetto vero delle sue aspirazioni, si colpiscono anche Istituti che non possono mutare come la Chiesa e su cui non influisce affatto la creduta sovranità del popolo.
10 marzo 1943
La missione del prete
Sono venuto a contatto col mondo col desiderio di affrontarlo per vincerlo: è questa la missione del prete. Ricordo i mesi di ansia nell’attesa del mio nido dove avrei fatto le mie prime esperienze, ignaro della sottile malizia nel male in cui vive la moltitudine. Allora credevo ad occhi chiusi alla forza della volontà in ogni pericolo: supponevo che le anime conservassero sempre la segreta aspirazione al bene. Con la parola forte, con l’esempio, con la bontà dei tratti mi immaginavo di accendere del fuoco attorno a me; con la fede dell’apostolo avrei portato all’altare una schiera di eletti, decisi a resistere al male, per un ideale di vita più pura. Vedevo gli altri come vedevo me stesso, non dubitando che potessero pensare in altro modo. Non sapevo che esistesse un mondo diverso dal modello che mi ero formato nella testa. In me erano ancor vive le impressioni dell’ordinazione, della prima messa: mi sentivo in alto in un effluvio di luce soprannaturale quasi fossi un altro, in un’onda di gioia serena senz’ombre.
17 marzo 1943
Veder chiaro nel mondo delle anime
Non mi riesce a veder chiaro nel mondo delle anime, continuamente ondeggiante. Quasi un mistero le avvolge una fatalità senza controlli: ti arriva all’orecchio la nuova: la tale è caduta. Sulle prime non credi, ti sforzi a non credere. Perché quell’anima era buona, modesta. Ma che c’è di certo nella vita? Siamo sotto una legge fatale che ci porta sugli abissi: un istante di vertigine, di ebbrezza che fiacchi la volontà. Dirò anzi che ti prende la volontà di gettarti nel vortice: la follia dell’abisso. Eppure per parecchi anni camminò sicura, dando garanzie per il domani; o forse già dal subcosciente saliva lentamente il demone della perdizione avvicinando l’istante fatale della caduta? Bisognerebbe penetrare nel pensiero per capire il processo della colpa: ma a noi è dato solo di vedere con certezza il termine di un processo lento e segreto. Ed ora avvicinando l’orecchio al cuore della colpevole mi pare di sentire dei singulti, del pianto o meglio del rimpianto di una vita perduta, senza ritorni, per un istante di follia.
17 marzo 1943
Viole nelle mani dei bimbi
Profumi di viole tra le siepi: viole nelle mani dei bimbi. Preludio di primavera. E già trilli di uccelli per l’aria tiepida e gioia di bimbi sorridenti alla vita. Così ad ogni ritorno della bella stagione. Per me la sinfonia si muta a questi risvegli: sempre più verso il tono minore: per me ritorni di nostalgia. La mente, portata dall’ali del pensiero, rifa a ritroso il corso degli anni ma senza più risentire la lieta sinfonia di giovinezza. Tutto passa travolto dall’onda del tempo: solo avvolto da nebbia il ricordo dei tempi felici. Il ruscello che ebbe vita verso le cime, gorgogliando fresco dalla roccia, canta le prime note di balza in balza, poi si fa schiumoso e rumoroso in un letto tortuoso tra i massi, le cascate, i vortici e quasi stanco della travagliata corsa, corre più quieto verso il pendio, per distendersi poi pigro al piano fino a morire al mare, così la vita nostra corre le stesse vicende nel tempo, sempre più verso la quiete per perdersi nell’oceano dell’eternità.
18 marzo 1943
Così io tempro la mia anima
Festa di S. Giuseppe. Ho notato nel mio intimo qualche meschinità, nascosta nel desiderio di captare l’aura popolare in qualche segno esteriore di benevolenza. Sono contento di essere stato deluso: così io tempro la mia anima che voglio rendere tetragona alle bufere della vita. L’uomo superiore non cerca ricompensa nell’opera buona, né chiede riconoscenza: anzi ama nascondersi nell’ombra dove, evitando delusioni ed abbagli gli è facile equilibrarsi nella serenità dello spirito tra le violente tempeste della vita. Questo l’ideale dell’uomo, a cui aspiro, umilmente, conoscendo le mie forze, ad ogni costo, cosciente delle dure prove che mi attendono.
Se la festa fosse passata del tutto inavvertita, credo che avrei sofferto, godendo rabbiosamente della sofferenza del mio spirito. Invece non mancò qualche espressione di simpatia, qualche segno confortante: un mazzo di fiori profumati di una bimba che ti fa sentire il profumo del suo cuore: parole di augurio, di semplice fattura ma sempre espressive se vengono dall’anima.
19 marzo 1943
Le giornate di fatica sono per me le più felici
Amo l’attività, l’azione: le giornate di fatica sono per me le più felici. Direi che della elettricità passa per i miei nervi, eccitandoli al moto, al fare. La noia mi opprime se inizio la giornata senza un preciso programma: mi agito allora come fossi alle strette di mani invisibili che mi fan soffrire. Mi sento l’anima triste, melanconica: mi pare di essere un pellegrino che ha smarrita la strada e si volge a destra e a sinistra, interrogando sempre indeciso e di ritorno sui suoi passi. Preso da questa febbre di moto ho più volte, per la mia felicità e sollievo, promesso di non perdere un istante di tempo perché vorrei salire alla conquista di qualche cosa di certo, di duraturo, di utile nella scienza e nel pensiero mentre guardo con terrore la fuga inarrestabile degli anni. Se forte e sentito è il bisogno di azione, debole invece e restia è la reazione della nostra carne: sovente la coscienza deve rimproverare all’anima d’aver mancato alle promesse. Ci prende all’improvviso un intimo dissidio, una dissonanza tra la volontà e le forze fisiche, una lotta che indispone l’animo.
22 marzo 1943
Intimo desiderio di capire Cristo
In queste pagine, oasi ricreative dello spirito, stanco di negare nella calma desertica della vita studio un modello che è la verità personificata. Mi sforzo di ritrarlo nei vari momenti della sua vita, con la passione di chi aspira alle gioie pure dello spirito. Un modello che va avvicinato con umiltà: se no si guasta, si falsifica; con amore se no svanisce in una vaporosità che confonde le linee della figura. Ho questo intimo desiderio di capire il Cristo nella storia e nella vita perché riempie di sé il passato e il presente: solo dei poveri pigmei fingono di ignorare la sua presenza nel tempo. Chi cerca la verità con animo sincero, con buona volontà, deve arrivare al Cristo, la Verità: anzi dirò perché Cristo è vivo di una vita senza fine e feconda nella sua beatitudine, che egli sente i gemiti di chi soffre la sete, la voce di chi invoca la luce: si fa incontro all’anima per donarsi saziandone le intime aspirazioni. Mi pare che il Cristo come verità luminosa debba essere una conquista, raggiunta tra intimi travagli meritata dopo ansiose ricerche dentro di noi.
26 marzo 1943
Devo avvicinare le anime
Fui chiamato per vocazione ad essere apostolo della fede: come tale devo avvicinare le anime. Compito difficile e arduo. Il terreno spirituale si presenta molto accidentato, per la varietà dei caratteri che non si possono trattare con un solo identico metodo. Tante teste, tanti modi di agire e pensare: una norma elementare da tenersi presente. L’apostolo poi nella sua azione caritativa, pur a costo di gravi rinunce non riesce sempre a modificare la sua natura in una forma che presenti meno attriti...
29 marzo 1943
Su di un foglio a parte che non appartiene al Diario
Agata fiordaliso
Agata, occhi di fiordaliso, una sera prima d’addormentarsi, mettendo le braccine al collo di suo padre, vuoi sapere da lui dov’era prima di nascere...
«Eri in cielo, piccola mia, eri in Dio».
«Oh... papà! ... e tu dov’ eri prima di nascere?»
«In Dio. veniamo tutti da lui».
«Ma papà, allora noi ci siamo già conosciuti!».
Soave sapiente conclusione, questa, di Agata fiordaliso. Sarebbe più facile vivere in amicizia con tutti, uomini e popoli, se si pensasse che in Dio ci siamo già conosciuti ed amati.
Altro foglio di un presumibile diario conservato nell’originale a Castiglione Ossola (frammento B per lo Stoppa)
Volontà tesa ad ogni costo al meglio
Nuovo anno 1944. Deve essere sfruttato al massimo. Possibilmente nessuna perdita di tempo. Volontà tesa ad ogni costo al meglio. Reazione contro la tendenza al quieto vivere. È ormai l’ora di sorgere dal sonno per non sciupare più oltre del tempo prezioso che fugge e non ritorna. Questo è il programma che sottoscrivo, giurando di essere fedele.
10 gennaio 1944
Le spiegazioni dei Vangeli sono stati presumibilmente elaborate nel 1943, ne fa fede l’accenno al bombardamento di Roma, avvenuto nel 1943.
Abitualmente seguono le norme della precettistica circa la retorica sacra di quei tempi. Quelle più elaborate sono composte da una Introduzione, che aveva il compito di attirare l’attenzione, seguiva il corpo dello svolgimento, in tre punti, poi vi era la conclusione.Vi sono molti riferimenti ad episodi che avevano il compito di risvegliare l’attenzione e di incidere in modo anche emotivo sugli uditori.Lo svolgimento è molto simile ad una lezione di catechesi su di un tema riguardante i sacramenti o la morale.
Di ogni domenica si daranno gli estremi del brano evangelico, che allora veniva proclamato in latino
.Brano evangelico: Giovanni, 16, 23-30.
Domenica V dopo Pasqua – La preghiera
La scienza in mezzo secolo ha fatto dei mirabili progressi: con la scoperta dell’energia elettrica si ebbe un susseguirsi ininterrotto di invenzioni messe a beneficio dell’umanità. Pensate: se il nostro nonno o bisnonno, scomparso al tempo della diligenza, dovesse uscire dal silenzio del suo sepolcro, resterebbe a bocca aperta dalla meraviglia davanti alle conquiste della nostra età: macchine che divorano gli spazi con velocità fantastiche, l’aeroplano, l’automobile, la radio ecc.
Ma una delle invenzioni più belle e più pratiche per l’umanità è il telefono. Stando in casa propria, nella propria stanza, con un semplice giro di manovella e un "pronti" ci si può mettere a colloquio confidenziale con qualunque persona a qualunque distanza. E nel telefono voi sentite la voce della persona lontana, quasi fosse presente di fronte a voi. Lo spazio resta annullato.
Ebbene, la preghiera è il telefono mirabile che ci mette in comunicazione con Dio, che avvicina il finito all’infinito. Iddio ci è nascosto perché è troppo lontano da noi: con la preghiera noi ci mettiamo a colloquio confidenziale con Dio sempre pronto ad ascoltarci, nei nostri bisogni, nelle nostre necessità, nei pericoli.
Avete capito allora cos’è la preghiera? Un colloquio dell’anima con Dio perché la preghiera eleva l’anima fino a Dio, a distanze ravvicinate!
(Appunti non elaborati)
Deve parlare il cuore. Utile il libro di pietà. Le preghiere fatte.
Noi invece tendiamo a meccanizzare tutto.
Brano evangelico: Marco, 16, 14-20.
Ascensione
Fu sempre una delle aspirazioni più vive nell’uomo, il salire verso l’alto, in tutti i sensi, col corpo e con lo spirito. Quando l’uomo potè avere tra le mani, da Galileo in avanti, degli strumenti sempre più potenti e perfezionati per scrutare gli spazi solari, le meraviglie di mondi sconosciuti, ebbe ancor più vivo il desiderio di conquistare il cielo. Per gli antichi sembrava impossibile che l’uomo potesse lanciarsi come gli uccelli verso il sole: e questa convinzione essi avevano espresso nella leggenda di Icaro che volle, con un tentativo folle, con ali fermate con cera alle spalle, salire in alto: ma i raggi del sole liquefecero la cera, le ali si staccarono e il povero Icaro precipitò in mare.
Se prima era una pazzia, un sogno la conquista dell’azzurro del cielo, oggi è realtà. Potenti macchine divorano lo spazio, sempre più in alto, dove non arrivano più gli uccelli, dove l’uomo ha il senso della grandezza sconfinata del creato. E domani, forse già l’uomo sogna, si potrà scendere sulla luna e di là osservare più lontano nello spazio. C’è nell’uomo il senso dell’infinito.
Voi vivete tra i monti che svettano nell’azzurro: più volti vi siete portati sulle cime, forse con fatica, col fiato grosso, per godere panorami incantevoli. Dall’alto voi spingete l’occhio verso il piano lontano, verso l’orizzonte sempre più vasto dove le cose si fanno sempre più piccole. Vi pare di ingigantire come i monti che vi stanno attorno. Noi abbiamo la coscienza di essere piccoli e la sentiamo come un’umiliazione. La nostra piccolezza, che cerchiamo sempre di superare. Excelsior, sempre più in alto. È la parte più nobile in noi che ci spinge ad ascendere, che si rivela in questo profondo desiderio di infinito. La vita umana non si può ridurre ad un cerchio chiuso: com’è invece ridotta la vita delle bestie che non sollevano mai la testa verso il cielo, che restano attaccate alla terra, boccheggianti. E alla nostra povera natura umana il Signore ha aperto gli orizzonti sconfinati dell’eternità. La solennità di oggi ci ricorda questa verità grandiosa.
Ascensione di Cristo – ascensione del cristiano.
Come fu la vita di Cristo – come deve essere quella del cristiano.
La fede - la rivista francese del 1921.
La forza che ci solleva, ci porta in alto.
Ci aiuta a pensar bene.
Ci aiuta a vivere bene, ci aiuta a morire bene.
Fissiamo l’opera della fede nei santi.
Ricordare i super-uomini di Nietsche.
Gli apostoli nell’ascensione hanno l’occhio fisso in Cristo, nella nostra ascensione anche noi.
Brano evangelico: Marco, 8, 1-9.
Domenica VI dopo Pentecoste
II moltiplicazione dei pani
Dalle pagine evangeliche nostro Signore ci appare in una grande luce di bontà e di misericordia: sentiamo librare un cuore pieno di tenerezza verso la povera umanità. Immaginate il Signore in quel paesaggio orientale: attorno a lui, buono, mite, molta gente, venuta da lontano per vedere ed ascoltare il maestro, attratta da quella potenza misteriosa che usciva dalla sua persona, come un segno della sua divinità. E il popolo, profondamente intuitivo, aveva capito che quell’uomo della Galilea era diverso dagli altri: aveva parole che andavano al cuore: perciò restava la gente come rapita quando Gesù parlava fino a dimenticare il cibo per il corpo.
I. Quella gente da tre giorni seguiva il Maestro di villaggio in villaggio: avevano lasciato lontano la casa, la famiglia, per dividere col Signore gli stenti, le privazioni, i sacrifici: gente che aveva fame non del pane comune, ma di un pane che nutrisse l’anima. Povera gente esclusa dai beni di fortuna, che stentava la vita, disprezzata nella sua povertà, umiliata: che sentiva su di sé come una condanna la vita, come un’ingiustizia la loro povertà di fronte alla massa dei fortunati e dei gaudenti. Ma è venuta per voi l’ora di alzare la fronte dalla vostra oppressione: dal cielo è venuta la parola della giustizia e della verità. Sapete ormai che sulla bilancia divina non conta l’oro né l’argento, ma la ricchezza dello spirito; che davanti a Dio ha valore non la nobiltà del sangue, ma la nobiltà dello spirito. Non importa se vestito di poveri cenci, se col corpo deformato dagli stenti, se col viso bruciato dal sole e con le mani incallite nel duro lavoro: il mondo vi potrà disprezzare e considerare come gli ultimi nella società, ma diverso può essere il giudizio di Dio: voi potete essere i primi e formare la nuova nobiltà nel Regno di Dio. "Beati i poveri perché di loro è il Regno di Dio".
Nessuno mai aveva parlato in questo modo: nessuno mai aveva promesso loro un regno: nessuno mai aveva spezzato loro di questo pane di verità.
II. Perché il Signore annunziò la buona novella ai poveri, non ai ricchi, non ai sapienti? Suoi uditori son sempre gente del popolo, oggetto dei suoi miracoli poveri infelici, caduti nella colpa? Perché nella sofferenza il cuore umano è fatto capace di sentire la voce della giustizia e della bontà, si spoglia a poco a poco dell’orgoglio, che impedisce l’azione della grazia.
Umili nella loro indigenza seguivano ed ascoltavano volentieri quelle parole di vita, quelle promesse che illuminavano di una gioia serena quei volti segnati dai patimenti: e il Signore, che legge nei cuori, dovette esultare perché le sue parole scendevano in quelle anime come un sollievo, come un conforto, prime conquiste per il suo Regno – e tanta generosità e fiducia dovevano strappare dal suo cuore il grido di compassione: "Misereor super turbam". "Ho compassione di questa moltitudine".
III. Oggi ancora, nello strazio di una guerra immane che lacrime e sangue fa spargere alla povera umanità, nell’esaltazione dell’odio che nulla risparmia né l’arte né la religione né i deboli, sotto l’incubo della distruzione, della morte, della fame, si aspetta con ansia da Dio quello stesso grido di compassione: "Misereor super turbam". "Ho compassione di questa moltitudine che soffre". Quanti, guardando al cielo, poiché ormai non si ha più fiducia nell’uomo, si chiedono: "Perché mai Iddio, se è buono, permette tante distruzioni e lacrime; perché fa soffrire tanti poveri innocenti? Perché non ascolta la voce del dolore di tanti povere madri che gridano: ‘Basta, o Signore di tanto soffrire’ ".
Qualche giorno fa, subito dopo il bombardamento di Roma, il Sommo Pontefice usciva dal Vaticano e si portava sui luoghi colpiti dalle bombe del nemico. Attorno alla sua bianca figura si ammassava la moltitudine ancora in preda allo spavento, come stordita, senza parole. Ma aveva qualcosa da dire quella gente, stringendosi attorno al Padre Comune; guardando in quegli occhi che rivelavano la profonda tristezza del suo cuore. Il Pontefice comprese quel linguaggio muto: si inginocchiò sulle rovine e con lui la moltitudine; pregò: poi pallido in viso esortò alla fede e alla preghiera. Qualche giorno dopo scriveva al Vicario di Roma: "Mostrate oggi più che mai l’ardore e la prova di quella fede per la quale l’apostolo delle genti già lodava i vostri antenati. La cristiana rassegnazione vi renda accettevoli il dolore e le privazioni; la sventura sia per voi un incitamento a purificare le anime vostre, ad espiare le vostre colpe, a ritornare ad avvicinarvi al Signore".
IV. Gli avvenimenti umani bisogna vederli nella luce della fede per comprenderli. Chi manca di fede non riuscirà mai a spiegarsi i molti perché che si affacciano alla mente. Vi sarà nella vita chi cerca il pane da sfamarsi il corpo, prima ancora della giustizia divina, vi sarà chi pone, come fine della vita, il benessere, la ricchezza, chi restringe la vita nel tempo, senza curarsi dell’eternità a cui siamo tutti destinati: costoro bestemmieranno la bontà e la provvidenza divina. Ma il vero credente, l’uomo dalla fede salda nel momento della prova, guarda al cielo con ben altro spirito. Sofferenze e privazioni sono accettate da Dio come mezzi di purificazione: e chi non sente la forza di attrazione delle cose terrene, data l’infermità della nostra carne? Bisognerà strappare dal cuore ogni affetto contrario al nostro ultimo fine, all’amore che dobbiamo a Dio. La sofferenza ci sarà di aiuto.
La sofferenza mezzo di espiazione. La bontà divina bisogna confrontarla con le nostre colpe per venire alla conclusione che meritiamo di peggio. Se qualcuno dice di non aver nulla da rendere alla giustizia di Dio, costui mente. Quindi, nell’ora della sventura, chi crede piega la fronte, rassegnato a scontare le sue colpe senza ribellarsi, con la preghiera del perdono nel cuore.
La sofferenza mezzo per avvicinarci a Dio. La storia delle conversioni è la conclusione di qualche dramma intimo di sofferenza e di dolori. Vero quanto affermava uno scrittore: "Il dolore è il grande alleato di Dio". Abbiamo forse constatato più volte in noi questa verità. In qualche periodo della nostra esistenza ci parve di essere favoriti dalla fortuna: gli affari ottimamente avviati, la salute di ferro, il lavoro redditizio così da assicurare alla famiglia una posizione invidiabile; e dentro la voce dell’orgoglio: "Tu basti a te stesso, non hai bisogno di nessuno", neppure di Dio che hai allontanato, offeso forse con quei doni che ti ha elargito. Praticamente hai proclamato che si può vivere anche senza Dio. Ma alla porta della tua casa si fa presente la sventura: la quale frantuma il piedestallo dell’orgoglio sul quale avevi posto il tuo io. Non basti a te stesso. E dietro la sventura entra nella tua famiglia e nel tuo cuore ancora Iddio.
V. I santi, su cui dobbiamo modellare la nostra vita, erano convinti che la sofferenza, la croce, ci avvicina al grande sofferente, al Cristo: ed avevano una sete ardente di soffrire: e se Dio non dava loro delle croci, esse le domandavano o se le procuravano. Ascoltate una pagina dei Fioretti di San Francesco, il santo che volle essere povero e meritò nelle sue carni i segni della passione. Venendo una volta San Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angeli con Frate Leone, d’inverno, con un freddo molto forte, chiamò Frate Leone, il quale andava un poco innanzi e disse così: "Oh, Frate Leone, anche se i Frati minori in ogni terra dessero grande esempio di santità e di buona edificazione, non di meno scrivi e nota diligentemente che non è qua perfetta letizia".
E andando più oltre, San Francesco lo chiamò la seconda volta: "Oh, Frate Leone, anche se il Frate minore illumini i ciechi e distenda i rattrappiti, cacci i demoni, renda l’udito ai sordi, l’andar ai zoppi, il parlare ai muti e ciò che è maggior cosa risusciti il morto di quattro dì, scrivi che non è in ciò perfetta letizia".
E andando un poco, San Francesco gridò forte: "Oh, Frate Leone se il Frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le Scritture sì che sapesse profetizzare e rivelare non solo le cose future, ma anche i segreti delle coscienze e degli animi, scrivi che non è perfetta letizia".
E andando ancora un pezzo, San Francesco chiamò forte: "Oh, Frate Leone, benché il Frate minore sapesse così ben predicare e convertisse tutti gli infedeli alla fede di Cristo, scrivi che non è qua perfetta letizia".
E durando questo parlare per lo spazio di ben due miglia, Frate Leone, con grande ammirazione, gli domandò e disse: "Padre, io ti prego dalla parte di Dio che tu mi dica in che sta la perfetta letizia". E San Francesco gli rispose così: "Quando noi giungeremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la pioggia e agghiacciati per lo freddo e infangati e afflitti di fame e batteremo la porta del luogo e il portinaio verrà irato e dirà: ‘Chi siete voi?’ E noi diremo: ‘Siamo due dei vostri Frati’. E colui dirà: ‘Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi che andate ingannando il mondo e rubando le limosine dei poveri; andate via’; e non aprirà e così ci farà stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e con la fame fino alla notte; allora se tanta ingiuria e tanta crudeltà sosterremo pazientemente senza turbazione e senza mormorare di lui e penseremo umilmente e caritativamente che quel portinaio veramente ci conosca e che Iddio il faccia parlare contro noi; oh, Frate Leone scrivi che qua è perfetta letizia. E se noi persevereremo battendo ed egli uscirà fora turbato e come gaglioffi importuni ci caccerà via con villania dicendo: ‘Partitevi di qua, ladroncelli vivissimi, e andate allo spedale: chè qui non mangerete voi, né albergherete’. Se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con bono onore, oh, Frate Leone, scrivi che qua è perfetta letizia. E se noi, pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più batteremo e chiameremo e pregheremo per l’amor di Dio con grande pianto che egli ci apra e ci metta dentro e quello più scandolezzato dirà: ‘Costoro sono gaglioffi e importuni, io li pagherò bene (così) come essi son degni; e uscirà fora con un bastone nocchieruto e così ci piglierà per lo cappuccio e gitterà in terra e così ci involterà in la neve e ci batterà a nodo a nodo con quel bastone; se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore, oh Frate Leone, scrivi che in questo è perfetta letizia". E perciò odi la conclusione Frate Leone. Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo si è vincere sé medesimo e volentieri per lo amore di Dio Gesù Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi: imperochè in tutti gli altri doni di Dio noi ci possiamo gloriare, perché non sono nostri, ma di Dio. Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare perché questo è nostro e perciò dice l’apostolo: io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo.
VI. Così possiamo concludere anche noi, ravvivando la nostra fede e fiducia in Dio, sopportando con dignità e fortezza le prove dell’ora, consapevoli del nostro dovere di buoni cristiani che è di conformare la nostra condotta alla legge di Dio, che è di pregare così da meritare in questo doloroso momento la misericordia divina.
Brano evangelico:Matteo, 7, 15-21.
Domenica VII dopo Pentecoste
I falsi profeti
Introduzione. Sui nostri monti esistono (delle piante) che tradiscono: hanno foglie vischiose, dotate anche di una certa sensibilità. Sono piante carnivore. Vi pare strano che anche le piante si cibino di carne? Proprio! Ma direte: se non possono muoversi, essendo fisse al terreno, come possono procurarsi della carne? La natura ha provveduto. Le foglie di queste piante sono larghe e umide; l’insetto crede di trovarvi qualche cosa da succhiare e vi si posa sopra: ma ecco l’inganno: le esili zampe dell’insetto sono prese dal vischio ed è inutile ogni sforzo per staccarsi; anzi, più l’insetto si dibatte per svincolarsi e più resta invischiato. Poi le foglie della pianta si accartocciano e si chiudono e non si aprono più finchè non hanno digerito il piccolo insetto.
Ma non solo le piante madre natura ha fornito l’inganno come mezzo di esistenza, ma anche a molti animali. Animali che mutano il colore del pelo o della pelle per nascondersi o ingannare la loro vittima. È questa una crudeltà? No. È legge di natura a cui non possono sottrarsi.
I. Ma nell’uomo che ha ragione e volontà l’inganno può divenire un’arte ed un’arte diabolica, astuta, criminale. Quest’arte dell’inganno ha inizio con la stessa umanità, usata per primo dal padre di ogni menzogna per ingannare i nostri progenitori, i quali sono caduti miseramente con le conseguenze disastrose che ben conosciamo. Da allora si può affermare che la vita dell’uomo si svolge in una rete di fili invisibili, tesi alla sua rovina. Anzi l’uomo caduto da uno stato di privilegio, privato da quella luce dell’intelletto che aveva origine da Dio, che gli forniva la scienza del bene e del male, turbato nell’armonia di tutte le sue forze per lo scatenarsi di veementi passioni, è divenuto facile vittima dell’inganno. Da una parte l’abilità del ragno nel tessere la sua meravigliosa tela, dall’altra l’imprudenza e la stoltezza della mosca nel cadervi dentro. Il Signore, che tutto vede e la nostra debolezza e l’astuzia dei nostri nemici, stamattina nel Vangelo ci dice: "Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di agnello e sono invece dei lupi rapaci".
II. Guardatevi! Queste parole del Maestro divino suonano come un allarme che deve tener desta sempre la nostra attenzione e farci prudenti. Che direte di chi disprezzasse certi avvisi che ci mettono in guardia da un pericolo mortale? Stolto! Hai cercato e voluto la tua morte! Chi, ridendo dei cartelli affissi ai pali di linea ad alta tensione che avvertono: "Attenzione, pericolo di morte", sale a toccarvi i fili; o chi, vedendo la rossa etichetta con teschio su di una bottiglia di veleno, prende e beve: o chi, al suono di allarme, quando tutti fuggono nei rifugi, se ne sta tranquillo in istrada, resterà vittima senza compassione della sua stoltezza. E quanti stolti cadono vittime della loro presunzione: credono di essere accorti, furbi e perciò non usano alcuna prudenza, non avvertono il pericolo. In guardia contro i falsi profeti! Non pensate di poterli facilmente individuare e conoscere perché essi sapranno astutamente nascondersi e servirsi di tutte le arti dell’inganno e così ordire, con mano sicura, la vostra rovina.
Sono in vesti di agnello. Osservate l’agnello, simbolo della mitezza e mansuetudine. Ha uno sguardo che rispecchia la tranquillità della sua natura: se potete avvicinare senza timore e passare una mano sulla lana. Non vi addenterà, anzi si volgerà a lambirvi la mano. Con tutta precauzione avvicinate il cane perché vi può mostrare i denti, fuggite senz’altro il lupo, perché ha una sua natura sanguinaria e ribelle. Se il falso profeta si presentasse nella sua vera natura, col suo animo iniquo, lo conoscereste lontano da voi come un essere pericoloso e ripugnante. Eccolo invece il falso profeta con un sorriso gentile che vorrebbe essere l’espressione di un animo buono, con uno sguardo così attraente che dice compassione ed affetto, con parole così dolci che ascoltate volentieri perché sollecitano il vostro orgoglio: attenti però che tutto questo è una semplice maschera, un tranello, una rete tesa per prendervi dentro: sotto l’apparenza della bontà o dell’amicizia o delle buone promesse c’è la natura del lupo rapace. Come sarà possibile allora avvertire l’inganno?
III. Il Signore ci ha insegnato il modo di conoscere questi nemici dell’anima nostra. Li conoscerete dai loro frutti, cioè dalle loro opere. L’albero si conosce dai frutti; e se i frutti sono cattivi, anche l’albero è cattivo. Quando qualcuno di questi falsi profeti si accosterà a voi, la coscienza vi dirà subito, dall’esame delle opere a cui vi porta, la natura del profeta. Se si allontana da Dio, dalla legge di Dio e dall’onestà, è un nemico da fuggire, se vi lascia nell’animo delle cattive impressioni e suggestioni, fuggite, è un falso profeta.
IV. Ed è bene che passiamo in rassegna alcuni di questi falsi profeti vestiti da pecora. In una pittura delle catacombe di Pretestato del III secolo, è rappresentato un Buon Pastore che stende la mano destra a proteggere sette agnelli. Questi agnelli alzano il muso e gli occhi spaventati come se un pericolo li minacciasse. Infatti a sinistra s’avanzano due animali per nuocere: nonostante che la pittura sia molto primitiva e rustica, tuttavia, si riesce ad individuare i due animali: l’asino e il porco. Ma il Buon Pastore ha levato contro di essi il suo bastone e li tiene lontano. Due animali, due categorie di falsi profeti.
L’asino, il falso profeta che attenta alla verità della nostra fede. Noi sappiamo chi sono i veri profeti: Cristo e gli Apostoli. E della verità della loro dottrina nessun dubbio dopo che abbiamo conosciuto la santità della loro vita, il disinteresse delle loro fatiche, l’eroica costanza nelle persecuzioni; i frutti di santità tra gli uomini della loro dottrina è soprattutto il miracolo a testimonianza della verità. Quindi con perfetta certezza gli uomini possono dire: "Una voce è venuta dal cielo, una voce divina a dirci quello che dobbiamo credere e sperare". Ma la parola divina, eterna, è continuamente contraddetta dalla voce effimera di poveri mortali. Se la parola divina affermerà l’esistenza di Dio, la immortalità dell’anima, la voce dell’asino, con l’aiuto del sarcasmo e del ridicolo, insinuerà il dubbio e forse anche negherà Dio contro l’evidenza di un creato che parla le grandezze di Dio: è tanto comodo, con un raglio, oscurare lo splendore del sole; negherà l’immortalità dell’anima con l’evidente scopo di scrollare il giogo abbastanza pesante del Decalogo perché è duro conservare la dignità di uomo fatto per seguire "virtute e conoscenza".
Il Signore dirà: "Chi non mangia della mia carne non avrà la vita". "Chi non rinnegherà se stesso, non entrerà nel Regno della vita eterna". "Chi non avrà la veste nuziale della grazia, sarà buttato nelle tenebre, il falso profeta vi sarà a contraddire, nell’autorità di un bicchiere di vino, che confessione, comunione, mortificazione cristiana (sono storie anzi buone a consolare i vecchi e le povere femminucce. "Non vedi che si vive lo stesso senza essere bigotti?"). Unico imperativo categorico: "Stare allegri finchè si può".
È chiaro che l’asino finisce per stringere alleanza con l’altra poca, simpatica bestia, la quale si insinua con l’aiuto della debolezza umana e delle passioni veementi. Il nemico più terribile, perché alleato delle passioni, le quali non ci abbandonano mai, ci insidiano in ogni luogo, in ogni momento, persino nel sonno, ma specialmente quando ci troviamo soli, oziosi, svogliati, noncuranti della preghiera. Guai se si accontentano! Esse vogliono l’anarchia completa dell’essere nostro, il crollo della nostra grandezza, la distruzione della nostra nobiltà, la profanazione dei nostri affetti, la schiavitù della nostra anima, la rovina della nostra salute, la nostra eterna dannazione. La rete dell’inganno è tessuta con fili d’oro splendenti: facile l’illusione, la suggestione. Siamo composti di materia infiammabile: guai se vi cade sopra una scintilla.
Attenzione alla poca simpatica bestia, tante volte camuffata sotto la veste dell’amicizia. Le compagnie cattive sono come la peste. Quanti hanno naufragato nella vita, nella virtù e nella fede, causa un’amicizia. Una similitudine dei tristi effetti di una falsa amicizia ce la offre Dante nell’Inferno, presentando un dannato che diventa serpente. Sta il dannato espiando la sua pena quando un rettile schifoso si slancia sull’infelice, lo avvinghia, lo irretisce, lo trasforma in un altro se stesso e poi gli dice: "Su, striscia come me per questo sentiero". Data l’inesperienza della vita e la violenza dell’istinto, quanta rovina da certe amicizie, meglio chiamate amoreggiamenti. Una tavoletta, raccontata da un grande educatore di giovani, mons. Pini, chiarisce i pericoli ed invita a prudenza.
Sul focolare di una povera casa di campagna si trovarono un giorno una fava caduta fuor della pentola, un carbone ancora acceso e un fuscello di paglia residuo di un mazzetto che era servito per accendere il fuoco. Decisero, giacchè la sorte li aveva favoriti, di scappare insieme e di andare per il mondo. Detto fatto, la fava si pose tra il carbone e la paglia e via per il mondo in cerca di fortuna. Ed erano felicissimi. Ma, ad un certo punto, si trovano sbarrata la via da un rigagnolo. La fava, come più anziana, raccomandò agli altri due di aspettare un poco che essa andava a cercare un passaggio asciutto. Cerca e cerca, lo trova e torna ai due che aveva lasciati soli.
Ma, .. questi due avevano formato il loro progetto e disgraziatamente l’avevano effettuato. Il carbone acceso aveva detto alla paglia: "Tu ti metti attraverso il rigagnolo e servi da ponte. Io passo sopra e poi ti tiro a me". Così decisero e così fecero, ma quando il carbone fu a contatto della paglia per passare all’altra riva, bruciò la paglia, cadde nell’acqua, si spense, fu portato via dalla corrente, sorte che dopo una breve fiammata toccò alla paglia. Il carbone acceso è il giovane tutto fuoco e ardimento, la paglia, leggerina, leggerina, è la ragazza. Il carbone acceso, vicino alla paglia, brucia ed è la rovina morale di due giovani.
Morale: ci sia sempre… la prudenza.
Attenti ai divertimenti! Approvo lo sport sano all’aria aperta, lo sport del pedale, lo sport delle ascensioni alpine: utili per il corpo, rafforzano i muscoli e sono uno sfogo all’esuberanza delle nostre energie. Oggi, c’è un divertimento di moda, o meglio il più delle volte un pervertimento di moda, il cinematografo in cui la morale e l’onestà della vita sono riposte tra le cose vecchie, fuori tempo. E si va al cinema con l’intento segreto di soddisfare la propria morbosità poiché il cinema parla ai sensi e alla fantasia ed esalta i bassi istinti. Ecco ragazze che modellano la loro vita sulle visioni del cinema, sulle stelle che non risplendono di nessuna luce di bontà e di onestà: vivono poi in un alone di sogno, dive tra le dive, donne fatali, capaci di commuovere coi loro occhi seducenti persino i sassi e i cani della strada (di civette intontite). E in questo (sic!) povere anime si fa il vuoto spirituale ed entra la nausea per ogni forma di bene.
Attenti ad un altro falso profeta: la lettura cattiva. C’è un detto celebre di Shakespeare: "non c’è niente di buono e di cattivo che non sia fatto dal pensiero", cioè tutto il bene e tutto il male ha le sue radici nel pensiero. Nutrite la vostra mente di cibi avvelenati ed avrete l’intossicazione della vostra anima e delle vostre azioni. Si stenta quasi a credere se non fosse una dolorosa realtà, come il pudore femminile possa saziarsi di brutture, di fango, nella visione del vizio. Dove è passata la tempesta non rimane più fiore, tutto inaridisce: è la desolazione; così nel cuore rovinato dalle letture oscene. Il più delle volte, all’inizio di una catena di delitti, di colpe, sta il libro galeotto. Ascoltiamo il consiglio del Fogazzaro che ebbe a rimpiangere di aver scritto un suo romanzo cattivo: "Vi sono letture che dovrebbero essere il pane quotidiano di tutti. E la prima è il Vangelo". E il Fogazzaro aveva sempre a portata di mano, nel suo studio sia il Vangelo che l’Imitazione di Cristo.
In guardia dai falsi profeti per non diventare uno di essi. Ogni cristiano è un buon profeta, cioè banditore della verità per mezzo delle opere buone. Albero buono, frutti buoni. Contro i falsi profeti la condanna del maestro: ogni albero cattivo, sarà tagliato e gettato nel fuoco".
Brano evangelico: Luca, 18, 9-14.
Domenica X dopo Pentecoste
Il fariseo e il pubblicano
Il Signore, nei tre anni di vita pubblica, non ebbe mai una parola dolce per i farisei che, tra il popolo ebraico, valevano qualche cosa come presso di noi il ceto intellettuale; anzi li ritrae nei vari aspetti della loro condotta, mettendone in evidenza la urtante contraddizione. Si capisce perché al Signore dovevano essere cibi indigesti: è la ragione per cui la verità non sarà mai in pace con la menzogna. Infatti i Farisei apparivano scrupolosi nell’osservanza della legge esteriore, davanti agli occhi degli uomini: ma dentro, nell’animo, nella vita privata, dove l’occhio umano non arrivava, quante miserie e turpitudini nascondevano: tant’è vero che il Signore li chiamerà "sepolcri imbiancati", mettendo così a nudo il loro sistema di vita.
Con la parabola odierna il Signore coglie, come in una istantanea, un tratto del modo di agire dei farisei; solleva il velo che nasconde il loro animo nel momento solenne della preghiera, quando cioè l’individuo sta davanti al suo Signore. A che vale allora il nascondere o l’apparire diverso se l’occhio di Dio scruta fino al fondo l’anima e non si può ingannare?
Per mezzo della parola manifestate il vostro interno agli uomini come potete anche esprimere ciò che non sentite ed essere creduti: ma Iddio non ha bisogno di parole: intuisce.
Rivestite pure l’espressione del vostro labbro con le più belle parole: se non rispondono al vostro interno non dicono nulla al Signore. Sono i sentimenti del cuore a dar valore alle parole: così insegna la parabola del Vangelo.
"Due uomini salirono al tempio a pregare: uno fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, così pregava dentro di sé: ‘Ti ringrazio, o Dio, che io non sono come gli altri uomini: rapaci, ingiusti, adulteri; e neanche come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana; pago le decime di quanto possiedo’. Il pubblicano invece stava lontano, non voleva nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto, dicendo: ‘Oh Dio, abbi misericordia di me peccatore’".
Le pagine evangeliche ci dicono il motivo della parabola: raccontata per alcuni che si credevano giusti e disprezzavano gli altri.
È facile che entri in noi l’inganno, che si falsifichi il nostro giudizio, che l’occhio nostro interno si faccia miope. Lasciate che prenda radici quella malapianta, causa di tutti i disordini e si sviluppi, voglio dire la superbia e toccherete con mano le tristi conseguenze da essa generate. La superbia è il rovescio della carità: se questa si dirige verso il prossimo, quella si ripiega su di sé con l’effetto di gonfiarsi come pallone aerostatico che, per l’azione del gas, diventa leggero, leggero e tende ad alzarsi nell’aria. Ascoltate questi uomini gonfi: vi rivelano subito il loro carattere borioso, superbo. Davanti allo schermo della propria mente viene proiettata sempre la solita immagine, il proprio io: non vedono quindi che se stessi. Nei loro discorsi, sempre in prima persona "io sono, io faccio, io so, ecc." vi tessono il panegirico delle loro nascoste virtù con modestia pari a quella farisaica: e quello che vi dicono oggi, ve lo ripetono domani diluito al cento per cento. A giudicarli dalle parole, sono cavalieri senza macchia, perfetti e giusti, salva la libertà di giudicare le azioni del prossimo sempre in male. Se vi parlano delle doti e virtù di Tizio e di Caio, insinuano dubbi, reticenze, sospetti; ombre che spogliano di quella luce di bontà ogni azione del prossimo. Cosa naturale perché l’animo superbo non ammette rivali ed è persuaso d’essere superiore agli altri, perciò guarderà il suo prossimo dall’alto in basso con disprezzo. Ma, poveretto: quanta illusione di pensieri nella sua testa. Com’è vero quanto disse uno scrittore: più il fumo si innalza con rapidità e più è leggero, così più i pensieri e i sentimenti dell’orgoglio si levano in alto e più essi sono vani e di nessun valore. Crede il superbo d’essersi fatto un piedestallo di tutte le sue presunte qualità su cui poggiare per essere riverito ed incensato: invece…
Leggevo tempo fa questo aneddoto umoristico. Su di una piazza di una grande città un uomo si contorceva; moveva le gambe in su come per salire qualche cosa e si aggrappava con le mani alle proprie spalle. Tutti i muscoli della faccia erano tesi nello sforzo. Un passante s’avvicina e chiede se si sentisse male: "Ma no!" – rispose l’altro – "cerco di salire sulle mie spalle per fare del mio corpo un piedestallo". Pazzia, direte: ma in fondo è quello che fa il superbo.
[Le pagine numerate da 29 a 35 sono bianche]
[Il testo riprende da pag. 36]
Brano evangelico: Marco, 7, 31-37.
Domenica XI dopo Pentecoste
Il sordomuto
Introduzione. Richiamiamo una risposta del Catechismo. Alla domanda che cos’è l’anima si risponde: "È la parte spirituale dell’uomo per cui egli vive, intende ed è libero".
Nella scala dei viventi, l’uomo appare come l’essere più perfetto, nella sua forma esteriore, nella sua natura. Ha un corpo che si muove ma non come una macchina, sia pur perfetta finchè si vuole, perché la macchina agisce sempre in un determinato modo sotto la guida di una mano esperta. Nelle grandi industrie potete vedere delle macchine colossali che lavorano il ferro, laminandolo, pressandolo nelle varie forme. È chiaro che queste macchine non vi rendono se al ferro voi sostituite il legno. Il corpo umano invece opera nelle maniere più svariate, reagisce a tutti gli stimoli, al freddo e al caldo, alla fame e alla sete, al piacere e al dolore perché il corpo umano ha in sé la vita. Il medico, per sapere se un membro è leso, se vi è ancora la vita, punge con uno spillo: se non vi è più nessuna reazione, è segno evidente che il membro non ha più vita normale. È per mezzo dei sensi che si manifesta ordinariamente la vita. Fin qui non scorgete nessuna diversità tra l’uomo e la bestia perché anche la bestia reagisce come l’uomo a tutti gli stimoli che offendono i suoi sensi. La superiorità dell’uomo sulla bestia, superiorità che rivela un principio spirituale, è data dall’intelligenza. L’uomo parla, pensa e sa manifestare all’esterno i suoi pensieri e i suoi sentimenti, come pure capisce, comprende i pensieri e i sentimenti dei suoi simili: perciò è capace di perfezionare sempre più le sue opere, dominando con lo spirito la materia. E, frutto meraviglioso del principio spirituale per cui egli intende, sono le opere d’arte, le invenzioni, la scienza.
Ma l’anima è chiusa nella prigione del corpo: deve servirsi del corpo, dei sensi per operare, per spiegare la sua attività, la quale sarà più o meno perfetta secondo la maggior o minore perfezione dei sensi. Tutto è ordinato con la precisione d’un orologio. Se quindi manca un senso, l’anima è ostacolata nelle sue attività: non direte affatto che un sordo ha un’anima meno perfetta o inferiore all’anima di un uomo sano. Togliete l’ostacolo, ridonate l’integrità del senso e l’anima riprenderà la sua normale attività. È quello che fece nostro Signore nel Vangelo di questa mattina. A lui conducono un sordomuto supplicandolo d’imporgli la mano. Ed egli, trattolo in disparte dalla folla, gli mise le sue dita negli orecchi e con lo sputo toccò la sua lingua, poi, guardando al cielo, sospirò e gli disse: "Effetà", cioè apriti. E subito gli si aprirono gli orecchi e si sciolse il nodo della sua lingua e parlava speditamente. Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno. Ma per quanto lo vietasse loro, tanto più lo celebravano e ne stupivano oltremodo e dicevano: "Ha fatto bene ogni cosa: fa che i sordi odano e i muti parlano".
Sordo alla parola di Dio.
Grave disgrazia nascere sordi: non poter sentire alcun suono, la parola così cara della propria madre. Sarà impossibile al sordo, crescendo negli anni, il formarsi delle parole, il muovere la sua lingua per parlare ed esprimere il pensiero. Noi, per grazia di Dio, sentiamo e parliamo: ma mentre l’orecchio nostro sente tutte le vibrazioni dei suoni, ascolta parole, discorsi, può essere sordo alla voce di Dio, e sordo per cattiva volontà. Ricordate i proverbio: "Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire": queste parole valgono per questa specie di sordi spirituali i quali si espongono a gravi danni, alla rovina dell’anima. Il Signore ha fatto un comando agli apostoli: "Andate, predicate a tutte le genti". "Chi crederà sarà salvo". E gli apostoli e successori dovevano predicare al mondo la parola di Dio, la parola della verità, il Vangelo. Comando preciso perché il maestro divino sapeva l’importanza di quella parola che aveva portata dal cielo sulla terra. E oggi ancora come ieri, come sempre, continua la predicazione apostolica per mezzo del Papa, dei Vescovi, dei Sacerdoti. È parola di Dio il Vangelo che il Sacerdote vi ricorda la domenica, la spiegazione del catechismo al Vespro, parola di Dio il piccolo catechismo che viene insegnato ai nostri bimbi, parola di Dio la liturgia della Santa Messa; che il fedele deve seguire parola per parola in unione col Sacerdote; parola di Dio la voce del confessore quando voi pentite andate ai suoi piedi a confidare debolezze e miserie.
Questa parola che continuamente la Chiesa ricorda, ha un’importanza tale che trascurata può pregiudicare la nostra eterna salvezza. Alla nostra debole memoria essa richiama le grandi verità della fede: esistenza di Dio, immortalità dell’anima, vita futura, premio o castigo. Quanta luce viene riflessa alla nostra intelligenza. Essa richiama ancora la legge di Dio in cui dobbiamo vivere per arrivare alla meta ultima: il cielo. È difficile camminare allo scuro: si va brancolando; si posa il piede con cautela; sempre col timore di mettere il piede in fallo, di cadere, di urtare: non si avverte il pericolo: ma alla luce del sole si cammina con sicurezza, senza timori, con animo tranquillo perché si vede la strada da percorrere. Non basta la luce, ci vuole anche una guida. Scegliete pure la giornata più luminosa e calma per salire qualche punta del Monte Rosa: non siete sicuri di riportare la vostra pelle a casa se non avrete scelta anche un’abile guida che vi tracci il sentiero, che vi avverta del pericolo di un crepaccio sotto il lieve strato di neve e vi porti lontano dalle valanghe, che continuamente vi stia vicino col suo consiglio provato dalla lunga esperienza. Luce e guida per non cadere per via è la parola di Dio ascoltata e praticata. Il poverello di Assisi, San Francesco, un giorno entra in una chiesa mentre il sacerdote sta celebrando la Santa Messa. Al Vangelo ascolta le parole del maestro divino: "Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri". Le accoglie nel suo cuore come rivolte proprio a lui; se egli avesse fatto il sordo, oggi noi non avremmo il santo della Madonna Povertà. Sono ormai venti secoli che il Vangelo è predicato e diffuse tanta luce di civiltà; ma se vi è una generazione di santi, di martiri, di confessori, vi è pure la massa dei cristiani mancati perché sordi dalla nascita o divenuti per negligenza. Che significa quella cerimonia del Battesimo che ricorda il miracolo di oggi? Il sacerdote al neonato, prima di versare l’acqua lustrale, tocca con la saliva le orecchie e le narici dicendo: "Effetà: che vuol dire apriti". Nella nuova vita spirituale che sta per iniziarsi il bimbo dovrà tenere aperte le sue orecchie alla voce di Dio: sacro impegno preso a suo nome dai padrini. Quel piccolo essere di pochi giorni crescerà negli anni, si svilupperà nel corpo e nell’intelligenza, ma forse rimarrà nella vita spirituale rachitico, incapace di comprendere la parola di Dio.
Si può anche divenire sordi: si dice che chi lavora di continuo tra forti rumori, se non protegge l’orecchio, a poco a poco diventa duro d’orecchio. L’apparato uditivo si guasta alla violenza del suono. Il bimbo, giunto all’età della ragione, ascolta volentieri la voce della mamma che parla di Dio, si apre ai più belli sentimenti dell’innocenza, del candore: "Un piccolo cuore, caldo di amore verso Dio". Poi gli anni lo porteranno tra i molti rumori della vita che stordiranno la sua anima: rumori delle passioni, del mondo. Simili alle iene sanguinarie e agli sciacalli che durante la notte con i loro rochi ululati e lamenti non lasciano riposare in pace i pellegrini del deserto, i bassi istinti del piacere, non daranno pace alla sua giovinezza. Così diverrà sempre più duro alla voce di Dio che invita al bene se non difenderà, proteggerà la sua anima. Quanti per non aver usate le dovute precauzioni, son divenuti sordi. Si va alla chiesa: si ascolta la parola della verità che arriverà fino all’orecchio, ma non penetra nel cuore; e dalla chiesa si esce senza profitto. Rimangono vani i molti richiami della voce amica del Signore che desidera solo il nostro bene, la nostra pace, la nostra felicità.
Muto alla preghiera
Di solito i sordi dalla nascita sono anche muti perché non hanno mai sentito il suono di una parola. Ricordo nella mia fanciullezza un povero sordomuto che era un po’ il divertimento dei ragazzi. Alla domenica, durante la Messa, qualcuno stuzzicava il poveretto per il piacere di sentire, nel silenzio della chiesa, il suo urlo selvaggio. Chi ebbe la fortuna di visitare quella casa del dolore che è la Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo, non dimenticherà più la scena commovente a cui si assiste nel reparto delle sordomute. Povere ragazze che si esprimono con tanta vivacità, con segni e si comprendono, così in chiesa esse recitano la loro preghiera coi segni. È una visione che fa pietà! Quanti sordomuti spirituali che mai aprono la bocca alla preghiera, che non conoscono la divina poesia di aprire l’anima a Dio. La preghiera è definita un volo dell’anima verso Dio, un orientamento quindi della vita verso l’eterno.
A me sembra che un’anima senza preghiera manchi del respiro, di ossigeno che alimenti il sangue nelle vene. Senza respiro e senza ossigeno non si vive. È chiaro. se preghi riconosci la grandezza e la potenza di Dio che si svela nelle opere del creato; se preghi, tu manifesti una fede viva nella bontà di Dio; se preghi, nel tuo cuore non è spento l’amore verso il Signore, è segno evidente che sai d’essere misero e bisognoso di aiuto.
La preghiera che sale dal cuore e si eleva come incenso davanti al Signore, non è umiliazione, ma una potenza nelle nostre mani sul cuore di Dio. Ecco perché un santo soleva dire: "Chi prega certamente si salva, chi non prega certamente si danna"; queste parole sono come un commento al monito di San Giovanni, "chi non ama, rimane nella morte".
Quando la preghiera si spegne sul labbro oppure si riduce alla recita fredda di semplici formule, di parole prese in prestito, o alla recita vertiginosa di Ave Maria senza attenzione della mente, il cristiano anche nella condotta non tende più a Dio, ma va verso il basso come un uccello colpito a morte che l’ali più non sostengono.
Ecco perché le anime vanno allontanandosi sempre più dalla vita cristiana, dalla pratica del Vangelo, dalla frequenza ai sacramenti: perché la società moderna non ama più la Chiesa, non si prega, non si sa più pregare.
Il celebre scienziato francese Ampère sapeva vivere per la scienza e per la religione, pregando molto spesso. Soleva dire il rosario ogni giorno, tanto che Federico Ozanam, che fu suo ospite per due anni, ripeteva: "La corona del Rosario in mano di Ampère: che predica, che predica!".
Quando fu vicino a morte, la suora che vegliava, leggeva a voce alta l’Imitazione di Cristo: a un certo punto il morente disse: "Oh buona suora, lasciate pure di leggere: la so tutta a memoria". Quella grande mente di scienziato aveva ben capita la lezione del Vangelo: pregate, pregate sempre! Quale esempio ci danno i grandi uomini! E noi forse crediamo che la preghiera sia riservata a pochi, alle anime religiose: no! È necessaria a tutti, perché tutti siamo spiritualmente poveri e bisognosi. Rivediamo la scena evangelica: il Signore prese quel sordomuto, lo trasse in disparte, poi alzò gli occhi al cielo, sospirando toccò le orecchie e la lingua del poveretto e disse: "Effetà – Apriti". E quello incominciò a parlare speditamente. Qui nella chiesa, il luogo appartato, la casa della preghiera, ci viene l’invito divino: "Apriti". Apri le tue orecchie alla parola divina che scende a riscaldare il tuo cuore ed illumini la tua intelligenza, che ti sia viatico nella fatica di ogni giorno e guida sicura nel sentiero difficile della vita, che rafforzi la tua volontà nelle prove, nella lotta per il bene della tua anima. Non di solo pane vive l’uomo ma anche della parola di Dio. Apri la tua bocca per parlare a Dio, per cantare le glorie di Dio: la chiesa della preghiera. E quando le campane mandano per l’aria l’invito, chiamano alla chiesa, ti muova dalla tua casa, dalle tue fatiche questa segreta intima volontà di portarti alla chiesa solo per parlare al Dio della tua anima: uscirai dal luogo sacro forte, sereno, contento d’aver compiuto il tuo dovere.
Brano evangelico: Luca, 10, 23-37.
Domenica XII dopo Pentecoste
Il buon samaritano
Introduzione. Gli uomini di scienza ci dicono che il calore è una condizione indispensabile per la vita. Osservate infatti la natura come è feconda sotto l’azione del calore. È un’esperienza di noi tutti, ad ogni anno: ai primi freddi dell’autunno la vegetazione darà i segni di mancanza di calore: le piante lasciano cadere le foglie, l’erba intristisce, i fiori scompaiono. Lo stesso nostro corpo ha bisogno assoluto di questo elemento: d’inverno viene difeso da vesti di lana per conservare il calore. Il cibo che si prende giornalmente serve a produrre calore, sorgente di ogni attività. Se una delle nostre membra è colpita dal freddo, diviene insensibile come morta. Tutte le manifestazioni della vita, possiamo dire, hanno la loro origine da questo principio: il calore; e non solo le manifestazioni della vita vegetativa ed umana, ma anche quelle della vita superiore, spirituale procedono dallo stesso principio che chiamiamo: amore.
Il Vangelo: questa verità ci viene confermata dal Vangelo domenicale. Ascoltate: disse Gesù ai suoi discepoli: "Beati gli occhi che vedono quel che vedete voi. Poiché vi dico, molti profeti e re vollero vedere quello che voi vedete e non lo videro; e ascoltare quel che voi udite e non l’udirono. Allora, alzatosi un dottore della legge per tentarlo gli disse: ‘Maestro, che devo fare per ottenere la vita eterna?’. Egli rispose: ‘Che cosa sta scritto nella legge? Come leggi?’. L’altro replicò: ‘Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la tua forza e con tutta la tua intelligenza e il prossimo tuo come te stesso’. Onde gli disse: ‘Hai risposto bene: fa’ questo e vivrai’. Ma volendo colui giustificarsi disse a Gesù: ‘E chi è il mio prossimo’. E Gesù prse a dire: ‘Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e capitò nelle mani dei ladri che spogliatolo e feritolo se n’andarono lasciandolo mezzo morto. Or a caso scendeva per la stessa strada un sacerdote che vistolo, passò oltre. Così pure un levita, arrivato lì vicino, guardò e tirò avanti. Ma un samaritano che viaggiava, giunse presso di lui; e, vistolo, s’impietosì e gli s’accostò e ne fasciò le ferite, versandovi sopra olio e vino e caricatolo sul giumento suo, lo condusse all’albergo e n’ebbe cura. E il giorno appresso prese due denari, li dette all’oste e gli disse: ‘Abbi cura di lui; e quanto spenderai di più, te lo pagherò al mio ritorno’. A chi di questi tre ti pare sia stato prossimo colui che capitò nelle mani dei ladri? Ed egli rispose: ‘Colui che gli usò misericordia’. E Gesù gli disse: ‘Va’ e fa’ tu pure lo stesso’".
Ecco chiaramente indicato, in questa bella parabola, che cosa bisogna fare per ottenere la vita eterna: prima di tutto, amare Dio con tutto il nostro essere.
Amor di Dio.
L’amore è il più nobile sentimento del cuore umano: è la ragione del nostro essere e della nostra vita; è tendere verso ciò che forma la gioia e la felicità del cuore. Io vi chiedo perché il figlio ama sua madre e la madre ama suo figlio? Voi direte: è la voce del sangue che vuole così! Sì! La voce del sangue dirà alla madre: quella è la creatura a cui ho donato la vita. E dirà al figlio: quella è la creatura da cui ho ricevuto esistenza. Ed ecco quell’unione sì stretta e nobile tra due cuori, il più alto sentimento che possa essere celebrato sulla terra, l’amore materno e l’amore filiale. Se voi chiedete ad una madre che cos’è l’amore materno, non vi sa rispondere, vi balbetta qualche cosa, vi dirà: Mah! È così: l’amo perché è il mio sangue. Ella sente nel suo cuore la grandezza di un sentimento che sfugge alla parola. Ma più grande e profondo dell’amore materno, l’amore di Dio riempie il cuore della creatura da rapirla in un’estasi di gioia e di felicità: un raggio di quell’amore eterno che sazierà tutte le aspirazioni umane nella visione beatifica del cielo. Io sento la voce della mia anima e della vostra che dice: Si ama quel che si vede e sente: se vedessi Iddio, se lo sentissi come lo sentivano i santi certo lo amerei con tutte le mie forze. Se dunque non amiamo come vuole il Signore, sarà colpa di Dio che si tien nascosto o colpa nostra che non apriamo gli occhi? Iddio si è rivelato: e Gesù infatti disse ai suoi discepoli: "Beati gli occhi che vedono quanto voi vedete". Queste stesse parole vanno ai santi che hanno veduto nella luce soprannaturale della fede. Hanno veduto: non solo si sono elevati a Dio, contemplando le bellezze del creato, le armonie meravigliose che reggono i mondi, il cielo sconfinato che narra la gloria di Dio: dal grande libro del creato in cui tutti possono leggere e lessero gli antichi del vecchio testamento si giunge a conoscere un Dio potente, signore dei mondi, ma non ancora "l’Amor che move il cielo e l’altre stelle"; essi si sono elevati a Dio nella luce della rivelazione fatta all’intelligenza umana da nostro Signore: le pagine evangeliche ci parlano infatti di un Dio personale che è per essenza Amore. L’amore è così al centro della religione; il cristianesimo diviene la religione dell’amore; la sua teologia, un trattato di amore. "Non vi sono che i cristiani, esclama Bossuet, che possono vantarsi che il loro amore sia un Dio".
Si racconta nella Sacra Bibbia che Mosè, dopo aver udito nelle fiamme del roveto ardente la voce misteriosa di Dio, si rivolge al Signore: "Ecco io andrò ai figli di Israele e dirò loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Se essi mi diranno qual è il suo nome che dirò io loro?". E il Signore gli risponde: "Io sono colui che sono". E disse: "Così dirai ai figli di Israele: colui che mi ha mandato a voi…". Alta e ineffabile risposta; significa che Dio possiede in sé tutta la perfezione dell’essere; nulla può esistere senza di lui perché egli è il Principio di tutti gli esseri. Toccava all’apostolo prediletto, San Giovanni, farci meglio penetrare in questo arcano mistero e lasciar cadere dal suo cuore ardente questa ineffabile definizione: "Deus charitas est: Iddio è amore".
È Amore il Padre, il quale ha così amato il mondo da aver dato il figlio suo unigenito; è Amore il Figlio, che avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine e si sacrificò per loro; è Amore lo Spirito Santo, che compie in noi l’opera di amore del Padre e del Figlio. Vi è un movimento immenso, incessante, intimo, spiega Mons. Bonomelli, che porta tutti gli esseri in alto, di grado in grado, di regno in regno fino all’uomo e dall’uomo fino a Dio. E vi è un altro movimento ben più immenso, incessante, intimo che porta l’essere supremo ad effondersi e comunicarsi a tutte le creature: è l’amore. Così tutto parte dall’amore e ritorna all’amore.
Noi siamo stati elevati allo stato soprannaturale in cui Dio si comunica all’uomo: unione di Dio con l’uomo. Dio ama: amare è parlare, è farsi comprendere da quelli che si ama ed ecco la Rivelazione, la Scrittura e la sua Legge. Dio ama: amare è farsi simile a chi ama ed ecco l’incarnazione. Dio ama: amare è salvare a qualunque costo chi si ama, è morire per chi si ama: ecco la redenzione. Amare è voler essere continuamente con chi si ama: ecco l’Eucaristia, la presenza reale, l’altare. Infine amare è voler rendere felici con sé e per sempre tutti coloro che si amano ed ecco l’eterna beatitudine ed il cielo.
Davanti a questi argomenti così palesi che la fede presenta all’anima, i santi si sentivano accesi di amore verso Dio fino alla dedizione totale di se stessi. A voler seguire ragione e conoscenza da ogni cuore, se non è del tutto depravato ed indurito, deve prevalere alla fine il sentimento della riconoscenza e del più tenero amore per Dio. "Fa’ questo e vivrai": è logico, poiché amare nell’ordine soprannaturale è possedere Iddio che è la vita dell’anima; è godere Dio che è la vera felicità dell’anima, è servire Dio che è il premio più alto per l’anima. Il vero cristiano, il santo, sarà quindi geloso di questa unione col suo Signore, che custodirà con trepidazione come il più grande tesoro.
Deus charitas est: Fra Alberto della Vergine, portiere del convento dei martiri in Granata stava per morire. Il suo viso era infiammato e mandava un bagliore celeste che lo rendeva così meravigliosamente bello da gettar tutti nello stupore e far versare in silenzio lacrime di consolazione. D’improvviso Frate Alberto gridò con voce forte: "Ah, l’ho visto, l’ho visto". E subito, ripiegando le braccia le incrociò sul petto. E poiché già egli cominciava a chiudere gli occhi, il venerabile padre Giovanni della croce si affrettò a fargli questa domanda: "Frate Alberto, che cosa avete visto?". Ed egli rispose: "L’amore, l’amore". E rimase in estasi, rapito dalla visione.
Amore verso il prossimo.
Come la luna di notte rischiara la terra, riverberando come uno specchio i raggi del sole, l’amore verso il prossimo è il riverbero dell’amore verso Dio: è un’esigenza dell’amore l’amare tutto ciò che Dio ama. La carne e il sangue in questo amore non ci devono entrare e così pure lo spirito di interesse. Bisogna amare tutti gli uomini, perché tutti sono cari a Dio, sono suoi amici, suoi figli. Questa verità vuole illustrare la parabola evangelica. Notate infatti chi si ferma a curare le ferite del povero moribondo. Non il sacerdote che poteva avere col ferito un legame di religione; non il levita che poteva essere attratto dal sentimento di solidarietà nazionale; ma un samaritano che col ferito non aveva proprio nessun legame né di sangue, né di religione, né di nazionalità. Ad ascoltare la voce dell’egoismo egli avrebbe ragionato: perché devo aiutare un individuo che non conosco, per di più moribondo senza mezzi, spoglio di tutto, il quale non mi può ricompensare né restituire quanto dovrò spendere a soccorrerlo? In quel samaritano premuroso è personificata la carità disinteressata e retta, quale vuole il Signore; in un altro passo evangelico è detto chiaro: "Se voi fate del bene a chi vi può ricompensare che merito ne avete? Fanno così anche i pagani". La carità non chiede la carta di identità a nessuno, né un certificato della razza a cui si appartiene, né dei beni che si posseggono; opera dovunque il bisogno chiede un aiuto.
Noi siamo portati a misurare i nostri doveri col contagocce: ci viene allora nel pensiero la domanda: fin dove deve arrivare l’amore verso il prossimo? Ce lo dice il Signore: dobbiamo amare il prossimo come noi stessi. Se siamo bisognosi e poveri desideriamo una mano amica che si stenda in nostro soccorso; se siamo ammalati desideriamo un cuore che ci sia vicino nelle nostre sofferenze, se abbiamo un dolore nell’anima, cerchiamo volentieri una parola di conforto, di sollievo, se siamo in pericoli, benediciamo la voce di richiamo che ci salva e nel corpo e nell’anima. In noi è la misura dell’amore verso il prossimo: unica misura, perché se noi in pratica ci serviamo di una doppia misura, una per il nostro bene e l’altra per il prossimo, ci mettiamo nel rischio di soffocare nel cuore il sentimento della carità.
Ascoltate quel che è avvenuto in un paesino della nostra bella Italia. Un padre aveva un figlio di 15 anni, esile, esile da sembrare un bastoncello vestito. Nel desiderio di averlo robusto pensò di arrestargli lo sviluppo che stimava precoce, nella persuasione che fosse la causa della gracilità di suo figlio. E credette di rimediare mettendo sopra il capo del ragazzo una pietra, la quale avrebbe impedito al figlio di crescere in altezza. Quello che perderà in altezza, lo guadagnerà in robustezza. Ma le cose andarono diversamente, perché il ragazzo diventò un mostro. Interrogato, il medico rispose: "Amico, ma non sai che non si può andare contro le leggi di natura? Negli organismi, le due funzioni della crescita e della conservazioni sono così dipendenti l’una dall’altra che, arrestata la prima, si arresta anche il normale sviluppo della seconda". Il fatterello, che avete ascoltato, ha una sua morale pratica: la carità verso il prossimo non guidata da simpatie o antipatie, ma unicamente dall’amore verso Dio, aumenterà sempre più robusta: ma se noi arrestiamo per mezzo di un peso enorme, l’egoismo, lo sviluppo dell’amore di Dio, perderemo anche la carità verso i nostri simili. Bisogna mettere sul fuoco sacro dell’amore di Dio l’anima nostra perché ne esca purificata da quel maledetto egoismo che rompe quel legame d’amore verso il prossimo; sull’esempio dei santi, i campioni della carità, dominati da un solo pensiero, Dio e le anime, spargiamo attorno a noi questo profumo di bontà e carità. Ogni giorno per necessità della vita ti avvicini, o cristiano, non solo a corpi, ma ad anime: senti allora queste interne vibrazioni del tuo cuore che ti portano a donarti per il bene loro, vedi sotto le spoglie umane un’anima immortale che ha comune con te gli stessi destini? Vicino a te anime che soffrono: versa l’olio della tua carità sulle loro ferite, conforta con la tua parola di fede; hai un cuore sensibile a tutte le sofferenze, un cuore capace di sentire: lungi da te il delitto di far soffrire il tuo simile, di scavargli nel cuore una ferita. La tua mano sappia distendersi per soccorrere il povero che chiede, sappia dividere il pane con chi ha fame, la tua mano, mano amica, benedetta, conosca solo le opere della carità.
Quanto è bella la religione di Cristo che ci comanda solo di amare; che ci insegna a chiamare fratello il nostro simile; che ci impone di rinnegare, di soffocare il nostro egoismo; di asciugare le lacrime di chi piange, di soccorrere tutte le miserie umane. Dopo le dure prove a cui è sottoposta l’umanità dall’egoismo degli uomini, ci auguriamo che il sentimento dell’amore cristiano prevalga presto sopra lo spirito d’odio e di vendetta e renda meno duro questo soggiorno nella valle delle lacrime. Preghiamo per il Papa, il buon samaritano che solo fra tante rovine e sangue e lacrime dell’umanità ferita a morte, versa l’olio del conforto e della carità e si piega sopra il corpo martoriato del mondo per rialzarlo e portarlo a salvezza: che le sue parole di amore fraterno possano scendere nei cuori e dare i frutti desiderati della pace e della concordia.
Brano evangelico: Luca, 17, 11-30.
recisi durante il viaggio.e le 13.00, ma saremo pi :_________________________________________________________________________
Domenica XIII dopo Pentecoste
I lebbrosi
Introduzione. Certe malattie che intaccano i tessuti del corpo umano, deturpandoli orrendamente, fanno ribrezzo alla nostra sensibilità. Ci piace il corpo sano, robusto, snello, agile, ben formato: abbiamo il senso del bello. Il nostro corpo è un’opera d’arte del Creatore, che noi con studio particolare vorremmo conservare sempre: ma è esposto all’inguria del tempo e delle malattie. Il tempo lavora lentamente a rovinare, segnando sui volti rughe e grinze che preannunciano le deformazioni della vecchiaia. Le malattie più ancora insidiano le nostre membra, fiaccandole e corrodendole come tarli: certe malattie disfano i nostri tessuti, dando origine alla vera putrefazione della carne. La lebbra, la più orribile e schifosa malattia, ricopre il corpo umano di piaghe purulente che emanano un fetore insopportabile. I lebbrosi sono corpi umani che hanno già iniziato l’opera di putrefazione della morte prima ancora d’essere scesi nella tomba: verdi cadaveri ambulanti confinati dalla legge in un lazzaretto a consumarsi e a morire. Avessero almeno qualche conforto e sollievo nella loro disgrazia come gli altri ammalati che sono amorosamente assistiti e curati da cuori pietosi: invece oltre i dolori del loro terribile male, son costretti a sentire anche la grave sofferenza morale d’essere da tutti fuggiti e abbandonati al loro inesorabile destino. Pensate come desiderano d’uscire dall’inferno a cui sono confinati dove hanno sott’occhio continuamente la visione della loro carne cadente e odono solo voci di dolore e di disperazione: sarebbe come rinascere a nuova vita. Ebbene il Vangelo ci racconta oggi la sorte toccata a dieci lebbrosi che ebbero la fortuna di incontrare sul loro cammino Nostro Signore.
Il Vangelo. Nell’andare Gesù a Gerusalemme, passava per mezzo della Samaria e della Galilea. E stando per entrare in un villaggio, gli andarono incontro dieci uomini lebbrosi che fermatisi lontano, alzarono la voce dicendo: "O divin Maestro Gesù abbi pietà di noi". Come li vide, disse: "Andate, mostratevi ai sacerdoti". E mentre andavano furono guariti. E uno di loro, nel vedersi guarito, tornò indietro glorificando Dio ad alta voce e si prostrò ai suoi piedi per ringraziarlo. E questi era Samaritano. Gesù prese a dire: "Non furono guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio, se non questo straniero? E gli disse: "Levati, va’: la tua fede t’ha salvato".
Un particolare del Vangelo va subito notato: il Signore, usando della sua potenza, avrebbe potuto guarire immediatamente quei dieci lebbrosi: invece dice loro: mostratevi ai sacerdoti, sottoponendo la loro guarigione a questa condizione. Il modo di agire del Maestro divino ci richiama altre malattie ed altre guarigioni dell’ordine morale: cioè malattie e guarigioni dell’anima nostra.
L’anima nostra può ricoprirsi della malattia della lebbra per cui è resa ripugnante agli occhi di Dio: agli occhi nostri non appare nulla di ripugnante, di anormale, di deforme, se si eccettui qualche piccolo richiamo forse della coscienza, un po’ di rimorso; dopo il peccato continuiamo a vivere come prima e a passare come fior di galantuomini davanti al mondo.
Il peccato è la lebbra schifosa che deforma e conduce a morte la nostra anima. Fu per sanare questa piaga che il Signore si sottopose al martirio della Croce e così purificata dal sangue divino rese l’anima degli uomini gradita a Dio.
Se il Signore Iddio si decide a compiere la Redenzione, vuol dire che il peccato riveste una gravità direi infinita e genera una tale ripugnanza che Dio è costretto ad allontanare da sé per tutta l’eternità il peccatore. Un tale destino forse sarebbe pesato sull’anima nostra per sempre se Dio non ci avesse lasciato il Sacramento della Misericordia dove per l’opera del Sacerdote sono applicati i meriti della Passione. La Confessione è stata istituita quindi per guarire ma a patto che il cristiano si mostri al sacerdote. È chiaro che chi non sa d’essere ammalato non può essere guarito: chi crede di essere in ottima salute, non va dal medico a chiedere ricostituenti. Quei poveri lebbrosi erano persuasi della loro malattia e desideravano la salute: perciò pregarono: "O divin Maestro Gesù, abbi pietà di noi". Guardiamo dentro di noi con umiltà e con sincerità: troveremo d’essere ammalati perché nessuno è senza colpa davanti a Dio.
Forse direte che questa specie di malattia morale non vi disturba affatto, vi lascia vivere: non mi meraviglia questa affermazione sulla bocca dell’uomo che vive sotto l’illusione dei propri sensi e solo per il corpo, sforzandosi di ignorare la vita dell’anima. Spenta la luce della fede, si finisce per mentire a noi stessi: poveri lebbrosi a cui non preme la propria guarigione. Anche il lebbroso vive e cerca di persuadersi che la sua malattia non sia mortale: e ne ha il danno irreparabile di trascurare ogni rimedio, ogni cura per guarire. E la lebbra lenta continua a rodere, a consumare: le estremità delle mani e dei piedi cadono, al viso si aprono profonde piaghe che scoprono le ossa dello scheletro e intaccano gli occhi, accecando. Tra la puzza del suo putridume, vive già nel sepolcro e non lo sa. Così il lebbroso nell’anima si avvia verso la rovina irreparabile nella eternità mentre aveva a portata di mano il rimedio per guarire. La confessione – piaccia o non piaccia – è stata istituita per questo come un rimedio al peccato. "Andate, mostratevi al sacerdote" così come siete col vostro male segnato nella carne. Quei dieci andarono senza chiedere spiegazioni, tanto vivo era il desiderio di guarire. Costa all’orgoglio umano il dover aprire le piaghe della propria anima ad un estraneo, il rivelare le intime nostre miserie: ma è condizione indispensabile ad ottenere il perdono. Il peccato ha la sua origine nella superbia, il perdono sarà legato ad un atto di umiltà. Io sono persuaso che chi va alla confessione con umiltà, si rialza dai piedi del confessore purificato nell’anima: fa certamente una buona confessione. Un po’ di ripugnanza, se volete, si sente nella nostra natura ma vincendola si è ricompensati oltre misura dai frutti di una buona confessione.
Molte debolezze e miserie amareggiano la vita: a volte le delusioni opprimono il nostro cuore; si spegne sul labbro ogni sorriso quando non ci regge più alcun raggio di speranza, come pellegrini dispersi nella notte oscura, soli senza guida corriamo incerti tra sassi e spine la nostra amara esperienza e dopo la faticosa corsa, stanchi, sfiniti, sanguinanti invochiamo un amico che ci stenda la mano e ci rialzi. Se dopo la colpa la coscienza non ci dà più pace e ci perseguita come è nella leggenda di Caino il quale dopo l’uccisione del fratello fugge lontano perché l’occhio di Dio lo guarda terribile: se alza gli occhi al cielo, se si volge alla terra, vede sempre quell’occhio aperto: di giorno e di notte; allora scava una fossa profonda e vi si nasconde: ma anche sotterra, quest’occhio terribile; quale immensa fortuna è la confessione per l’uomo che dopo il naufragio trovi una tavola di salvezza, che dopo la colpa possa guardare ancora al cielo dove vedrà l’occhio di Dio dolce e sereno di un Padre. Così, dopo una confessione ben fatta, la vita rifluisce in tutte le fibre dell’organismo spirituale, portando calore, tranquillità, energia, desiderio di agire. Il cuore, rinato alla grazia ha la sensazione quasi di un ammalato che rinasce alla vita, prova la gioia dello scampato pericolo, la felicità della speranza.
Perché invece molte Confessioni lasciano fredde le anime, lasciano il tempo che trovano, non danno mai una vittoria su una tiepidezza cronica, segno di una volontà fiacca e preannuncio sovente di cadute gravi? Perché dopo molte Confessioni si ritorna sempre alle stesse miserie? È facile rispondere: perché non ci accostiamo con le dovute disposizioni.
Esame di coscienza. Prima di tutto bisogna che noi gettiamo lo sguardo a fondo nella nostra anima con sincerità. In una commedia a un personaggio il quale aveva pronunciato questa frase: "Io non visito se non la persona che stimo" un uomo di spirito rispondeva: "Se non si dovesse visitare altro che la gente di cui si ha stima, si finirebbe col non andare quasi più da nessuno e in certi giorni non si potrebbe nemmeno rientrare in casa propria". Sotto il velo di tale ironia si nasconde una verità inconfutabile. Quando ci accingiamo a fare il bilancio della nostra vita, scopriamo senza fatica, per parlare dei meno cattivi, molti pensieri, una buona dose di parole e un certo numero di azioni di cui siamo lungi dall’insuperbirci.
Se questo bilancio è fatto bene, nessuno potrebbe dire di non aver peccati da dire al confessore.
Perché sono difettose le nostre confessioni? Spesso si va alla Confessione per moto d’inerzia, spinti dall’abitudine creata da una regola o imposta da un ambiente. Si è allora vagoni trascinati e rimorchiati, non locomotive che si pongono in movimento. L’esame è affrettato, fatto a volo d’uccello o dall’alto di un aeroplano. Simili a medici stravaganti che dovessero visitare un infermo con una sola rapidissima occhiata, anche noi guardiamo la coscienza, limitandoci ad uno sguardo, se pure diamo uno sguardo. Si parla e si ride con l’amica o con l’amico che aspetta il suo turno e non si pensa affatto ai propri peccati. Ma voi direte: "Li sappiamo a memoria: sono sempre gli stessi". Ecco le cosiddette Confessioni a dischi. Il Confessionale è il grammofono e la Confessione delle colpe è il disco già preparato, uguale sempre con qualche peggioramento, dovuto al tempo che passa. Il confessore ascolta la sonata; parla, dà suggerimenti, rimprovera: ma il disco non sente e non raccoglie. Allora, pensano alcuni, bisogna variare un poco la sonatina? Non so che cosa dire al confessore. Sentite che cosa racconta un Missionario. Un bravo moretto davanti al confessionale sta facendo l’esame di coscienza e si stringe la testa tra le mani per spremersi qualche peccato da dire: non riesce a trovarne uno solo; quasi, quasi piange dalla rabbia. Qualche momento ancora e poi si rivolge al suo compagno vicino: "Di’: prestami qualche peccato". Noi certo non abbiamo il candore di quel moretto, non abbiamo bisogno di chiedere in prestito: esaminiamoci bene nei nostri doveri verso Dio, il prossimo e verso noi stessi.
Dolore. Dopo aver preparato bene il bilancio delle nostre colpe, dalle più gravi alle più leggere, bisogna suscitare nel cuore sentimenti di dolore e di pentimento sincero. Senza dolore è nulla ogni Confessione. Il dolore si riduce alle volte alla recita di un atto di contrizione, pronunciato dalle labbra e non dalla coscienza e dal cuore.
Ravvivi un po’ la tua fede: stai per presentarti ad un tribunale giusto: sei colpevole non verso un uomo qualsiasi, verso il tuo Dio che ha largheggiato con te di molti favori, che ti ha trattato come amico, anzi come un figlio prediletto: sei colpevole di ingratitudine. Ed il Signore nella sua bontà infinita è pronto a dimenticare l’offesa per accoglierti nelle sue braccia come il figlio che ritorna. Sentirai nella parola del sacerdote che alza benedicendo la mano, la voce del perdono che riporterà nell’anima la pace. Ti confesserai con serietà e con dolore. Un sacerdote volle dare una lezione a un marinaio che s’era presentato con tanta leggerezza; domanda da quanto tempo non si confessa più e il marinaio ridendo risponde: "Assai, assai" e di nuovo il sacerdote: "Da quanti anni?". E l’altro risponde: "Voga, voga". "20, 30 anni…?". "Voga, voga". "60 anni?". "Fondo, fondo". Quando si fu alla penitenza il confessore dice: "Dovrai fare un viaggio lungo". "Dove, fino in Sicilia?". "Voga, voga". "Fino ai A.O.?". "Voga, voga". "Fino in America?". "Voga, voga". "O dove allora, a casa del diavolo?". "Fondo, fondo".
Richiamiamo la nozione del catechismo circa il dolore: vi ha un dolore perfetto che nasce nel nostro cuore per aver offeso Dio come bontà infinita che dobbiamo amare sopra tutte le cose; questo dolore ci riconcilia con Dio anche senza la confessione nel caso specifico di pericolo di morte o di necessità quando non è possibile avere il sacerdote; vi ha poi un dolore imperfetto che sorge per motivi meno alti, dalla bruttezza del peccato o dalla paura dell’inferno; questo dolore ci riconcilia a Dio solo nella confessione ma bisogna che almeno questo dolore ci sia nel nostro cuore. Il dolore poi perfetto o imperfetto si deve estendere a tutti i peccati gravi che abbiamo sulla coscienza. Un caso pratico: una persona si confessa di due peccati gravi: di furto e di odio. Si pente del furto commesso ma non vuole perdonare, non è pentito del peccato di odio: non avrà il perdono né dell’uno né dell’altro.
Proposito. Non è possibile avere un vero dolore senza il proposito sincero di evitare ogni peccato grave: non solo ma ogni causa, ogni occasione o pericolo di cadere di nuovo. Chi ha portato nella sua confessione un vero dolore e quindi un proposito sincero, farà ogni sforzo, ci metterà tutta la sua buona volontà per conservare la grazia santificante, l’amicizia di Dio come chi ha provato le sofferenze di una grave malattia, ricuperata la salute, userà tutte le precauzioni, starà all’erta per non ricadere nello stesso male. La spiegazione di tante ricadute può essere nella debolezza della nostra natura umana ma di solito nella mancanza di proposito: si conserva dentro nel cuore l’affetto al peccato, imitando quel ladro che andò un giorno a confessarsi accusandosi di aver rubato delle pecore. Il confessore chiede: "Quante pecore avete rubato?": E il ladro: "Metta 12". "12 pecore?". "Sì, risponde il ladro tranquillo, le cinque che ho rubato ieri e le sette che intendo rubare domani".
Confessione. Ultima condizione per fare una buona confessione: confessare con sincerità tutti i peccati gravi. Stolto chi si lascia vincere da una falsa vergogna e tace qualche peccato. "Ma cosa dirà il confessore: mi perderà di stima". No, ricordate che la confessione fu istituita per il perdono dei peccati e il confessore sa benissimo, poiché ha la vostra stessa natura e sente le stesse debolezze, che tutti si può cadere nella colpa. Sbaglia chi crede di ingannare il sacerdote: poiché non potrà ingannare Dio ma ingannare se stesso. Nel tribunale della confessione bisogna dire le cose come sono nella coscienza senza tentare di far apparire meno grave il peccato come si fa nei tribunali umani. Per sfuggire alla pena della prigione quel ladro interrogato dal giudice che cosa avesse rubato, poteva rispondere: "Io? nulla ho rubato; ho raccolto soltanto da terra una corda…" ma nel tribunale della confessione avrebbe dovuto dire che alla corda c’era attaccato un asino, all’asino un carro, sul carro c’era tanta roba, e poi dietro al carro ancora una pecora… Sapete quel che dice S. Paolo? "Dio non si prende in burla". Credetelo: non c’è via più diritta per dannarsi di quella delle cattive confessioni.
Le cattive confessioni sono come i chiodi che chiudono nella cassa il morto destinato all’eterna dannazione. Spogli di ogni superbia presentiamoci al tribunale istituito da Gesù Cristo sul quale è assisa una misericordia che sorpassa i nostri sogni più sublimi di giustizia. Il ministro di Dio, che attende al confessionale, non ci domanda se non qualche lacrima per lavare tutte le macchie dell’anima nostra poiché egli tiene tale potere da quel Signore di bontà infinita che sul Calvario perdonava al ladrone pentito, schiudendogli lo splendido cammino del Paradiso e della vita eterna.
Brano evangelico: Matteo, 6, 24-33.
Domenica XIV dopo Pentecoste
I due padroni
Avrete sentito qualche volta questo detto: quell’uomo ha perso la bussola. Chi si confonde nel suo discorso perde la bussola, chi è indeciso nel suo operare, ha perso la bussola. Un esempio a cui si può applicare benissimo la frase, è dato dal momento attuale: i nostri soldati hanno perso la bussola: perché è venuta a mancare una direzione unica di comando ed ecco la confusione. La bussola consta di un ago calamitato che ha la punta sempre rivolta verso il nord; giratela come volete ma l’ago riprende sempre la sua direzione nord. Essa ha un’utilità di prim’ordine tra tutte le invenzioni dell’ingegno umano: il pilota dell’aeroplano percorre gli spazi del cielo a grandi altezze, nella nebbia, in qualsiasi condizione atmosferica, interrogando la bussola; il marinaio solca gli oceani sconfinati, affidandosi alla bussola. Nel novembre del 1890 un grande piroscafo inglese a tutta velocità urtò contro uno scoglio, al nord-ovest della Spagna e si spezzò. Le cause del disastro furono tre: una forte corrente marina, la bussola fuori posto, il faro della costa vicina spento. Quanti naufragi son dovuti a tutte e tre queste cause e specialmente alla seconda: la bussola fuori di posto.
Vi è un polo di attrazione anche nella nostra vita il quale segna la direzione delle nostre opere, della nostra condotta: il nostro cuore deve tendere come l’ago magnetico verso il polo di attrazione che è Dio. Nel piccolo catechismo, studiato da piccoli e dimenticato da grandi, è indicato con semplicità il fine della nostra esistenza: l’uomo creato per amare e servire Iddio. L’uomo considerato nelle sue relazioni con Dio ci appare con una luce di grandezza e di nobiltà: non povero essere gettato dal destino in un circo di bestie feroci, in una lotta disperata per la sua esistenza; non un animale perfezionato nella scala dei viventi che corre come tutti verso un tenebroso nulla, col cuore vuoto e i desideri infranti, coi segni nel corpo di un’inutile sofferenza, non un atomo balzato alla luce per ubbidire a quel movimento incessante di vita di morte come il pulviscolo dell’aria, agitato dal vento che poi si adagia immoto confondendosi con la terra, o come l’acqua dei torrenti e dei fiumi, che dopo lungo scorrere vanno a perdersi nel mare; è una creatura uscita dalla mente divina con un atto creativo della volontà divina che le diede un’anima ragionevole ed immortale. La bontà di Dio ci ha proiettati nel tempo e nello spazio, tra i molti esseri, superiori a tutti per l’intelligenza che ci governa.
Se nella notte serena il mio occhio, aiutato da un potente telescopio, si dà a scrutare nell’immensità dello spazio e segue il moto ordinato degli astri ed osserva la moltitudine sconfinata dei mondi di varia grandezza oppure il mio occhio sotto la guida di un microscopio contempla le meraviglie di un mondo infinitamente piccolo che si muove seguendo una legge stabile, io mi chiedo: perché tutto questo ordine e queste leggi di natura? Se poi mi guardo attorno e interrogo la mia breve esperienza della vita, vi scorgo un’alternativa continua di gioie o di dolori: ancora mi chiedo: perché tutto questo? E penetrando ancora più a fondo, nella mia anima, sento in me dei desideri immensi di una vita che non abbia termine e di una felicità piena e perpetua, io mi interrogo: perché? La vostra mucca, la vostra capra, la vostra pecora non sentono il perché della vita, il perché del sole e delle stelle: un po’ di erba, di fieno o di sale, un po’ di acqua basta alla loro vita. Per me, essere intelligente, avessi pure lo stomaco pieno, continuano ad esistere i molti perché a cui devo dare una risposta.
Gli uomini per mezzo delle menti più acute e profonde, in ogni tempo e sotto ogni cielo, si affaticarono per sciogliere questi massimi problemi: lanciarono le loro diverse teorie, cercando di penetrare il mistero che avvolge la vita; costruirono sistemi filosofici nel vano tentativo di ridurre al silenzio le voci dell’anima: più volte si contraddirono, soprattutto nel mondo pagano che aveva così ristretto l’orizzonte della vita umana da riporre ogni felicità nei piaceri del corpo: "carpe diem", "godi l’oggi". Tutti furono d’accordo nel dire che l’uomo è creato per essere felice: in questo nessuna difficoltà perché bastava interrogare il proprio cuore. In che consistesse la felicità, niente di certo: era la fenice, di cui tanto parlavano gli antichi, l’uccello favoloso dell’Arabia, che nessuno mai aveva visto, unico esemplare dal collo d’oro e con le piume rosse sul corpo e con la coda azzurra, il quale ogni 500 anni si preparava il rogo con aromi per bruciarsi al sole e poi subito rinasceva. "La felicità è in questo mondo!" si chiedeva un filosofo pagano "Se la vita è un bene perché ci vien tolta? Se la vita è un male perché ci vien data?". Problema formidabile che il filosofo pagano non seppe risolvere.
Il cristiano invece sa con certezza la meta a cui tende per essere felice: non disperde le sue forze in una corsa vana. Un giorno un tale correva in su e in giù per le vie del suo paese, con affanno, sudato, sconvolto, senza una meta. La gente meravigliata osserva e chiede: "Ma dove vai?". E quello risponde netto: "Non lo so". Poveretto, era matto: aveva perso la bussola. Se la meta finale del nostro vivere è la porta del cimitero dove finirà la nostra carogna in un po’ di marciume brulicante di vermi, perché ci fu dato dalla natura di comprendere le bellezze create, di sentire immensi desideri, di tendere verso una felicità mai raggiungibile? Forse dovremmo gridare come il povero poeta Leopardi: "O natura, natura, perché di tanto inganni i figli tuoi?".
La religione di Cristo oppone a questo grido disperato il grido di gioia di un sant’Agostino che con la sua ragione, illuminata dalla fede, dalle cose create si elevava a Dio: "Tu, o Signore, ci hai fatto per te e solo in te l’anima mia riposa". Essa dà una visione consolante della vita; volge le nostre azioni verso una meta certa: non siamo più sperduti nella notte del tempo, in un deserto arido senza ristoro, ma camminiamo nella luce, verso la felicità eterna. Secondo la parola dello scrittore cattolico Giuseppe De Maistre: "Ogni uomo descrive una curva chiusa che ha termine nel punto stesso in cui ha incominciato". Uno splendido destino ha aperto davanti a sé l’uomo se comprende la ragione del suo essere.
"Nati per amare e servire". Sentiamo nelle nostre vene vera ripugnanza e ribellione verso tutto ciò che toglie la nostra libertà di uomini: Iddio stesso rispetta il nostro libero arbitrio. Se questo dono di Dio manca, svanisce ogni dignità. Dalla storia sappiamo le condizioni di miseria e di abbrutimento in cui si trovavano gli schiavi dell’antica Roma, spregiati come uomini inferiori, senza diritti, commerciati sui mercati alla pari dei cavalli e dei muli. Se la forza e la violenza o la prepotenza ci toglie il diritto alla libertà, allora il servire diventa un martirio lento ed atroce, la peggiore umiliazione; ma se il servire ha il suo impulso dal sentimento dell’amore, diventa cosa grata e dignitosa. Il figlio potrà servire i suoi genitori vecchi e cadenti senza perdere in libertà né dignità: compie un sacro dovere imposto dal sangue; così la creatura servirà al suo Dio per un dovere di gratitudine, conservando integra la sua libertà.
Ricordiamo le parole del Vangelo: "Non si può servire a due padroni; non si può servire a Dio e al desiderio smodato di ricchezze". Due cose inconciliabili: o Dio o le ricchezze. Vediamo come questi due padroni sono in contrasto alla logica dei fatti. L’anima cristiana che ha il suo cuore in Dio, non si perde, nelle cose terrene: si serve delle creature secondo il loro giusto valore come mezzi e strumenti per arrivare al fine: Dio.
Se possiede beni di fortuna, li userà secondo la volontà di Dio per l’acquisto dei beni eterni.
Sappiamo che Dio è carità e giustizia: e l’anima cristiana vivrà nella carità e nella giustizia.
Vi porto le parole di San Paolo che sono il miglior commento della carità: "La carità è paziente, è benefica; non è astiosa, non è insolente, non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse, non si muove ad ira, non pensa male, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra del bene: a tutto s’accomoda, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta". E le pagine più belle e consolanti della storia umana son scritte dalla carità che cerca di curare le piaghe aperte dall’ingiustizia sul corpo della povera umanità.
Dal cuore dei servi di Dio sono sgorgate sorgenti di acqua viva e salutare, divise in mille e mille rigagnoli che vanno a fecondare di bene l’arido terreno della vita: asili, dove l’innocenza è custodita da cuori materni, orfanotrofi, dove il sorriso allieta la fanciullezza abbandonata e la carità provvede ai corpi e alle anime per fare uomini sani ed onesti; ospedali, dove creature angeliche, alleviano sofferenze di corpi, esercitando nel sacrificio, tra i dolori, una missione divina; congregazioni di carità, consacrate al fine di riparare le profonde ferite dell’ingiustizia e delle passioni.
Invece le pagine più nere della storia, le tragedie di sangue, le rivoluzioni, le guerre sono le opere di chi serve l’altro padrone: la ricchezza. Essa promette in questa vita un paradiso terrestre, immediato nelle comodità, nel benessere fornendo ogni soddisfazione dei bassi istinti. L’idolo d’oro per forza di cose è costruito di solito di ingiustizie e di colpe. Se ad una provvidenza più non si crede, l’uomo si raccomanda al danaro affinché gli dia la sicurezza dell’oggi e del domani: e lo cercherà con tutti i mezzi leciti ed illeciti. Intanto questa bassa ingordigia, questi insani desideri degli adoratori del vitello d’oro fanno scorrere rivoli di sangue e di lacrime; amareggiano il vivere sociale; rendono ai molti la vita un inferno, dove si rodono nell’odio e nelle vendette e nelle invidie e più non si riconoscono come fratelli. Mi pare che Dante Alighieri nella sua visione dell’inferno abbia descritto così bene la pena che devono scontare quelli che ebbero il cuore alle ricchezze: una visione fantastica che rappresenta simbolicamente quanto avviene nella realtà della vita. Nel quarto cerchio dell’inferno sono condannati quelli che fecero mal uso delle ricchezze: i disgraziati fanno rotolare a forza di petto degli enormi pesi in due semicerchi: da una parte sono gli avari, dall’altra i prodighi: e gli uni e gli altri al termine del semicerchi si urtano, si cozzano lanciandosi la reciproca ingiuria: "Perché tieni" "Perché burli", poi si voltano per riprendere in senso inverso a rotolare i loro pesi e a cozzare con nuova schiera di peccatori; così di continuo. Vedete, in questa visione dantesca l’uomo che si affanna giorno e notte con grandi sacrifici ad accumulare ricchezze in urto coi diritti altrui: un cozzo generale di interessi che oggi soprattutto tormenta il mondo e crea fra le varie classi sociali un fermento di rivoluzione violenta: la cosiddetta questione sociale che da molti anni i vari partiti vanno agitando non ebbe ancora una soluzione e forse non l’avrà mai se non si torna al concetto cristiano della vita fondata sulla carità e sulla giustizia: ciò che porta al buon uso e all’equa distribuzione dei beni terreni. La tragedia che viviamo riceve tanta luce dalle parole di nostro Signore: o con Dio o contro Dio: o con la giustizia o contro la giustizia; o con la carità o contro la carità. L’umanità ha bisogno di incidere nel cuore la parola di Dio per la sua pace e tranquillità: "Nessuno può servire, dice il Signore, a due padroni…".
Proprio in questi tempi abbiamo bisogno di ascoltare queste parole che non mutano, parole consolanti di vita e di speranza: oggi che la preoccupazione più grave è per il vitto e per il vestito. Il Signore ci comanda: "Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato". Se noi avremo fatto il possibile per il Regno di Dio, la Provvidenza non mancherà di aiutarci perché Iddio non si contraddice.
Brano evangelico: Luca, 7, 11-16.
Domenica XV dopo Pentecoste
La vedova di Nain
Quando la campana manda i suoi lenti rintocchi dell’agonia, ci prende una stretta al cuore; qualcuno è morto, qualche famiglia piange. Dove la morte arriva, vi è pianto, vi è dolore: non ha altro da regalarci questa temuta nemica della vita. In breve ti butta un essere disteso nella rigidità del marmo; non tiene conto dell’età giovane o vecchia, non ha pietà alcuna del sentimento del cuore: essa strappa con violenza il figlio alla madre e la madre al figlio. I volti e le cose si velano di tristezza attorno ad una bara chiusa per una partenza senza più ritorno; per un distacco doloroso senza più incontri nel tempo. Tante volte vi siete trovati a formare il mesto corteo per un sentimento di umanità e di carità; dentro nel cuore vi è penetrata una viva commozione o il tormento di un pensiero che cercate di allontanare: così un giorno anche nella mia casa vi saranno voci di pianto ed una bara di persona cara varcherà la soglia. Scossi allora da tale presentimento, vi sentite partecipi di un dolore che potrà in un domani entrare nella vostra esperienza. È sempre triste il volto della morte dovunque appare, ma alcune volte si va spietato, crudele tanto che più vivo insorge in noi il senso della compassione verso chi piange, come nella scena evangelica di questa mattina.
Avvenne che Gesù andò nella città chiamata Nain e i suoi discepoli e una gran folla di popolo andarono con lui. Quando fu vicino alla porta della città: ecco si portava alla sepoltura un figlio unico di sua madre e questa era vedova: e un gran numero di persone della città l’accompagnava. Il Signore, vedutala, si mosse a pietà e le disse: "Non piangere". E avvicinatosi a quelli che lo portavano, si fermò, toccò la bara e disse: "Giovinetto, ti dico, levati su". E il morto si levò a sedere e cominciò a parlare ed egli lo ritornò a sua madre. Vi fu un timore in tutti e glorificavano Dio dicendo: "Un gran profeta è sorto tra noi: e Dio ha visitato il suo popolo".
Una povera vedova dunque seguiva il feretro dell’unico figlio, il sostegno della sua vecchiaia, la consolazione della sua solitudine: quella madre, così è il cuore di ogni madre, era vissuta tra sacrifici duri della vita per quel figlio e provava una gioia intima per la somma di privazioni che le costava nel vederlo crescere sano, robusto. Egli, il figlio, risaliva la vita, mentre lei, la madre, scendeva verso la vecchiaia col cuore contento, sicura di un tramonto sereno vicino a suo figlio. Un giorno però la morte spezzò la vita del giovane e più ancora il cuore della povera vedova che si trovò così sola, spenta nell’anima ogni gioia ed ogni speranza. Aveva ben motivo di piangere sconsolata, povera madre, dietro il cadavere del figlio. Chi mai avrebbe potuto far scendere una parola di conforto in quel cuore infranto? La gente che accompagnava, commossa dal caso pietoso, intendeva forse dare un po’ di sollievo, unendo le proprie lacrime a quelle della vedova: e non poteva fare di più poiché nei grandi dolori di solito le parole si spengono sul labbro.
Ma su quella strada, bagnata di pianto, passa il Cristo Misericordioso: egli si fa sempre incontro al dolore e alla morte; sta vicino a chi soffre. Il cuore del Maestro divino nella sua vita terrena ebbe una tenerezza particolare per gli innocenti e per i sofferenti nel corpo e nello spirito: egli volle nella sua carne lo strazio del dolore fino al martirio, i segni delle privazioni e degli stenti e della povertà, non avendo dove poggiare il capo nei suoi lunghi viaggi: egli provò nella sua anima lo strazio ancor più doloroso delle umiliazioni e delle ingratitudini; e nell’ultima ora della sua vita, disteso sulla croce, avrà aperta una ferita nella sua tenerezza filiale quando vedrà la madre sua disfatta dall’angoscia.
Soltanto chi ha sofferto può comprendere le sofferenze altrui e dire una parola di conforto; così Nostro Signore, fatto simile a noi nel corpo e nell’anima, volle su di sé ogni dolore per poter dirci: "O voi tutti che siete stanchi ed affaticati, venite a me ed io vi consolerò".
Così come sentì pietà verso quella povera vedova in lacrime, ha svelato tutta la tenerezza del suo cuore verso l’umanità sofferente. Ogni pagina del Vangelo ci mostra il Signore che stende la mano benedetta su tutte le infermità per sanarle; una moltitudine che ha capito il cuore del Maestro accorre a mostrare le sue piaghe: "Signore, abbi pietà". Sarebbero pur stati pochi i fortunati a beneficiare della Bontà divina: in tre anni, nello spazio ristretto della Palestina, se si considerano le migliaia e migliaia di gementi sotto tutti i cieli, in tutti i tempi.
La bontà del cuore divino doveva riversarsi anche su queste anime in un modo così ineffabile. Infatti il Signore raccolse su di sé tutte le sofferenze per offrirle in espiazione delle colpe: se prima il dolore era arido, ora si fa prezioso nelle mani del Signore che sull’albero della croce ci unisce al suo soffrire; per noi paga il prezzo del riscatto, sostituendosi alla nostra impotenza: si è aperto uno squarcio di cielo per i nostri occhi bagnati di lacrime, raggianti di una dolce speranza, ora che la croce divenne simbolo di vittoria, di trionfo, di vita.
Noi, per grazia di Dio, sani di corpo conosciamo solo una vita di movimento e di lavoro, all’aria aperta, alla luce del sole: al mattino, alla prima aurora si è in piedi, pronti alle proprie faccende; senza soste, per tutta la giornata, ci si agita finchè la sera ci riporta stanchi a riposare nelle ore quiete della notte; e forse perché esuberanti di salute noi ignoriamo una parte dell’umanità che soffre tra le pareti di una casa, nella corsia di un ospedale. Corpi disfatti dalla malattia senza più speranze di riacquistare la salute, distesi forse per anni su di un letto a patire; carni lacerate dai mali strappano dal cuore voci di pietà e compassione a chiunque s’avvicini a guardare il lento martirio, il doloroso calvario di queste povere anime nascoste.
Pare una cosa impossibile che si possa tanto soffrire e a lungo e ci chiediamo come storditi: "A che serve una vita di dolori e di pianto?".
Solo accostandoci a queste anime che la sofferenza innalza verso il cielo, sulle vette del più puro eroismo, potremo comprendere il segreto di ogni patire. Vi porto una figura eroica che rappresenta l’anima di migliaia di santi che com’essa si immolarono su di una croce dolorosa: una giovane della Diocesi di Mondovì, Caterina Benso. Si racconta nella sua vita che una mattina, uscita di chiesa dove aveva pregato con ardore e confidenza, continuava per via la preghiera che è elevazione e gioia ad un tempo, quando un incontro che altre volte passava inosservato la colpisce e subito mille pensieri tumultuavano nella mente.
Una povera vecchietta curva sul bastone le attraversava la strada. Caterina le va incontro, saluta la povera donna il cui volto è corroso da un male terribile e non avendo di che soccorrerla, le parla con dolcezza, la conforta amorevolmente, le fa vedere il male come un dono di privilegiati, e nell’entusiasmo caldo e semplice della fede il suo desiderio assume un’intonazione sublime: "Vorrei anch’io una grazia simile: un cancro". La donna che per nascondere la ripugnante ferita del volto cammina col capo chino, meravigliata di un discorso così strano, alza gli occhi arrossati, beve quelle parole come un balsamo e forse per la prima volta benedice inconsapevole la sua sofferenza, piange con la gioia nel cuore.
"Vorrei anch’io una grazia simile" aveva detto Caterina Benso; la grazia venne: trent’otto anni di martirio; subire per trent’otto anni il rodere lento e dilaniante del feroce, invisibile microbo che è il cancro e con esso la febbre del sangue alterato, l’immobilità prima, la rigidità poi delle membra, la corrosione progressiva, lo smorzarsi fino allo spegnersi della voce, l’infittire ogni giorno un poco delle tenebre fino al buio completo sulle pupille, poi… Poi quando nel corpo parve non esserci più nulla da consumare, ecco il vomito ribelle ad ogni cura, ecco i crampi allo stomaco, la sete rovente che non si può più spegnere, l’odore nauseabondo delle piaghe, la spossatezza fisica, morale, spirituale. In questo lungo martirio la voce del Signore: "Non piangere". La visione della croce, il bacio di Gesù lascia sempre l’impronta del sangue, ma in fondo all’anima la gioia, la gioia che non si può dire, la gioia che nel dolore ha potenza irresistibile, che trasforma la croce, idealizza il patire, fa del martirio del cuore o del corpo la grandezza sublime che solleva alle altezze del cielo. L’eroismo non è semplice accettazione del dolore, non è soltanto tollerarlo se viene, è abbracciarlo con amore, desiderarlo questo fratello santificatore, questo amico temuto, odiato, maledetto; è ospitarlo per quella parte che ebbe nella vita dell’uomo Dio, è farlo prezioso strumento per l’elevazione dell’anima che ambisce il patrimonio degli eletti.
Così anche il dolore entra a far parte di quelle divine armonie per cui la vita ha senso, qualunque sia il destino che ci sovrasta.
"Donna, non piangere". Nessun’altra voce risuona consolante come quella del Maestro divino: anzi la sola che può dire all’anima dolorante: "Non piangere". Ogni altra voce che cerchi di consolare con le buone parole non riuscirà mai a sostituire all’angoscia della disperazione il conforto della speranza.
Ci sono momenti dolorosi nella vita in cui solo una forza divina può reggere: pensate a un cuore di madre davanti al cadavere del figlio come nell’episodio evangelico. Ma se è sempre tanto amara per una madre la visione del figlio morente tra le sue braccia, non ci sono parole per esprimere il dolore materno quando la violenza, la brutalità ne uccide la creatura. Allora il dolore tocca i vertici più alti dell’eroismo. Esempi fulgidi che troviamo nella storia della Chiesa, antichi e recenti.
Così nella persecuzione messicana Salvatore De Mora, il 19 maggio 1927, cadeva a colpi di rivoltella per Cristo Re. La dolorosa notizia fu appresa al paese nativo con profondo cordoglio da quanti conobbero il caro giovane. Il buon Salvatore era caduto martire. E la mamma?... Passò tutto il mese di maggio nella più angosciosa incertezza. A recarle finalmente la notizia del martirio del figlio fu designata, con senso squisitamente cristiano, la madre di un altro martire. Scena meravigliosa! Le due madri cristiane s’abbracciarono e un sol pianto sgorgò dai loro cuori, fusi in un medesimo sconfinato dolore, rallegrati da una medesima, divina speranza.
Forse, mai come oggi, le madri, in tutte la parti di questo mondo insanguinato ebbero a piangere: povere madri i cui figli caddero su campi arrossati da un’inutile carneficina! Chi mai potrà dire: "Donna, non piangere". Se le loro creature più non torneranno e le loro lacrime non potranno bagnare la terra che accoglie i corpi martoriati dei figli? O forse lo stesso figlio, consapevole del suo destino e del dolore materno, scriverà alla mamma lontana: "Mamma, non piangere". E così asciugherà le lacrime o invece aprirà più profonda la ferita nel cuore della madre. Se gli uomini, guidati da un’ambizione sconfinata, calpestano i vostri sentimenti di madri, sordi ai vostri gemiti e ai vostri pianti e non ricordano più d’aver avuto anch’essi una madre, vicino a voi è il cuore divino che è Risurrezione e Vita. Un giorno sarà detta la parola confortante ai vostri figli: "Giovinetto, io ti dico, levati su! Dalla terra che ti ha accolto risorgi alla vita che più non perderai!". Il Signore ve lo ridonerà, o madri, immortale il vostro figlio.
Dolce speranza che sola conforti in ogni dolore e per te sola comprendiamo il martirio, l’eroismo di tanti sofferenti; dolce speranza che illumini gli occhi bagnati di lacrime di un sorriso rassegnato e ci rendi sopportabile ogni dolore che purifica e santifica.
Brano evangelico: Matteo, 22, 34-46.
Domenica XVII dopo Pentecoste
Che vi pare del Cristo?
Sarebbe interessante rivolgere questa domanda ai molti cristiani che ebbero la fortunata sorte d’essere stati battezzati senza loro merito appena venuti alla luce. Un giorno il Maestro divino volle tentare gli arroganti farisei, dotti nella legge ma ciechi circa il vero senso della parola di Dio, da essi interpretata cervelloticamente secondo il loro capriccio. Costoro tenevano ben aperto occhi e orecchi per cogliere in fallo il Signore e così condannarlo: non credevano neppure all’evidenza dei fatti nella divinità di Gesù Cristo: avevano davanti risuscitati, che già si trovavano nel sepolcro da quattro giorni, morti ritornati alla vita che si muovevano come tutti, che parlavano ed agivano consapevoli delle loro azioni, ciechi che vedevano, storpi che camminavano dritti e svelti; eppure si ostinavano a non credere alla prova dei miracoli, a nostro Signore, come pazzi che chiudono gli occhi alla luce del sole per poter dire che è notte profonda. Forse per spirito di contraddizione o per malvagità d’animo che ha in odio ogni forma di bene e non può sopportare la verità. Certo, se il Signore si fosse accontentato di portarsi sulle piazze, tra la moltitudine ad esporre la dottrina sublime, con un’eloquenza piena di fascino, i farisei e loro simili gli avrebbero potuto gridare: "Costui ha buone parole e solo parole"; a concedere molto lo avrebbero stimato un ottimo filosofo, degno di star accanto ai più grandi pensatori; ma Dio, no, non avrebbero potuto riconoscerlo senza correre il rischio di perdere il lume della ragione e del buon senso.
Ma Gesù Cristo non si è accontentato di esporre la sua dottrina come un semplice filosofo, né di apparire come Maestro di una nuova religione, la cui bontà si imponeva per la santità stessa del suo fondatore: sarebbe stata già una prova abbastanza convincente ma non sufficiente per le menti sofistiche dei farisei di tutti i tempi.
Infatti la Palestina era per eccellenza la terra dei profeti, divinamente ispirati nel richiamare il popolo al culto del vero Dio: ma quanti suggestionati si spacciavano per profeti e non lo erano e pure ostentavano una santità non comune nella loro condotta esterna, riuscendo incomparabili maestri d’inganno.
Ci voleva qualche cosa di più e di meglio per persuadere gli intelletti nella verità.
Nelle diverse epoche della storia umana, menti superiori consacrano le loro energie alla ricerca del vero per vie diverse anche opposte, con una passione ed un entusiasmo di chi cerchi il prezioso gioiello che dovrà abbellire l’intera vita. Sono riusciti a carpire dal suo regno la verità per rivelarla all’umanità ansiosa? Diremo che vi sono riusciti come gli alchimisti del lontano ‘600 a riguardo della pietra filosofale, pietra miracolosa la quale doveva avere la virtù di cambiare in oro tutto quello che toccava. Pensate alla fortuna di chi avesse trovata questa pietra. Gli alchimisti come pazzi tentavano di far balzare dalle loro esperienze, dalle molteplici combinazioni di intrugli il prodigioso sasso che non potè mai avere altra vita fuori del cervello malato di questi illusi scienziati.
Ciascuno di questi profondi pensatori, di questi filosofi, crede di aver in pugno la verità; e vorrebbe dare agli altri in prestito la propria intelligenza perché tutti possano vedere come egli vede.
A quante illusioni va soggetta la mente umana e com’è facile l’inganno.
Se un qualsiasi oratore di piazza grida a quattro venti la sua ricetta di luoghi comuni che assicura mari e monti ai lavoratori, sitibondi di un benessere sociale, meritato alla loro giornaliera fatica, subito si applaude e si aderisce incondizionatamente al nuovo capo, al nuovo salvatore. Che cosa vuole la moltitudine? Star bene! Ed è giusto che sia equamente retribuito il lavoro inteso come mezzo di elevazione morale e materiale.
Racconta S. Cirillo alessandrino che in un tempio dell’antico Egitto si venerava un idolo, molto rinomato fra quelle genti, le quali accorrevano, si prostravano, adoravano, invocavano. Nessuno però poteva contemplare l’idolo famoso. Un velo di seta, ricamato in oro, lo toglieva alla vista dei fedeli. Un giorno un uomo dalla mano audace, si avvicinò al velo e con un forte strappo lo fece cadere. Allora l’idolo apparve… Era un coccodrillo imbalsamato.
È facile conquistare la massa sulle piazze e sui giornali nelle epoche più dure quando la vita si fa pesante e costa sacrifici enormi. Allora questi poveri sofferenti ed illusi si prostrano convinti al nuovo idolo che non vedono perché coperto dal velo di molte e speciose promesse. Se fosse possibile penetrare oltre il velo, si vedrebbe il volto dell’idolo: ambizione ed egoismo personali che hanno bisogno della credulità altrui per imporsi e sfruttare.
Intanto il popolo goda felice di un futuro che non si farà mai presente nel senso inteso dai suoi profeti.
Storia alla mano: sul palcoscenico del mondo si sono avvicendati molti a promettere e a volere il bene, l’elevazione morale e sociale degli uomini meno favoriti dalla sorte: sono scomparsi, sepolti con le loro ideologie, inasprendo di più la vita sociale. La verità è una sola, ha un volto solo, non si nasconde anzi vuole essere circoscritta. Ma direte: "Come sarà possibile conoscere la verità?". Questo nostro mondo si presenta come la superficie del mare, sempre agitato, tormentato, il quale non rispecchia il sole che attraverso ai mille riverberi. Certo, se tu vuoi vedere il volto della verità solo dai riverberi delle cose umane, dalle parole degli uomini sarai ingannato; ti sarà difficile discernere il vero dal falso sulla bocca di chi non può dare nessuna garanzia della sua veridicità.
Per fortuna dell’umanità è venuto a brillare nei nostri occhi un sole divino, la cui luce ci ha aperto gli orizzonti sconfinati del vero: da qualunque parte venga l’invito, il richiamo a seguire le promettenti voci degli uomini, possiamo dire con assoluta certezza: "Io seguo l’unica via, la vera che mi indica il mio maestro e Signore. Il quale si presenta alla mia anima non già come semplice uomo, ma con le prerogative della santità.
Prendete tra le mani il libro dei libri, il Vangelo: e dalle pagine sacre balzerà chiara la figura del Cristo che opera come Dio, pur essendo rivestito come noi di una natura umana. Nella vita pubblica in sei modi Gesù Cristo afferma implicitamente la propria natura divina:
1) Compie miracoli sempre in nome proprio e non già invocandoli da Dio, come invece fanno tutti i santi compresa Maria St.
2 ) Profetizza avvenimenti futuri liberi in nome proprio e non già in nome di Dio come fanno tutti i profeti.
3) Rimette i peccati in nome proprio e non già in nome di Cristo Signore, come fanno tutti i confessori.
4) Si lascia ripetutamente adorare senza respingere l’adorazione, come invece fece S. Pietro nella casa del centurione Cornelio e S. Paolo di fronte ai pagani della Galazia.
5) Si proclama la stessa verità, cioè la sapienza assoluta.
6) Si proclama senza peccato, cioè la bontà assoluta.
A corona di queste sei implicite affermazioni della sua natura divina, viene la proclamazione esplicita che egli fece in varie occasioni e specialmente davanti al Sinedrio, quando venne interrogato: "Sei tu il Messia, figlio di Dio?": Egli apertamente l’afferma e anzi si attribuisce la funzione specifica di Dio, cioè quella di giudicare tutti gli uomini alla fine dei tempi. Tale affermazione fu compresa nel suo senso letterale, perché il presidente del tribunale lo dichiarò degno di morte per quella, che secondo lui, era una bestemmia.
Ora, davanti a queste affermazioni, implicite ed esplicite della propria natura divina, rispetto a Gesù Cristo sono possibili due soli atteggiamenti: o accettare l’affermazione comprovata dalle profezie e dai miracoli e allora cadergli davanti in ginocchio, ripetendo la frase dell’apostolo Tommaso: "Signore mio e Dio mio", oppure rifiutare tale affermazione per fare di Gesù un povero illuso d’essere Dio o un disonesto truffatore che l’affermò, sapendo di non esserlo.
Impossibile però è collocare Cristo fra gli illusi, perché da tutti è riconosciuta la sua altissima sapienza; impossibile egualmente è collocarlo fra gli ingannatori, perché è da tutti riconosciuta la sua indiscussa onestà e bontà. Che se si volesse spingere la supposizione fino a dire che egli, per avvalorare la propria dottrina disse una sublime menzogna affermandosi Dio (come qualche scrittore recente osò affermare), la risposta è ugualmente perentoria: se poteva essere in suo potere dire questa supposta sublime menzogna, non era ugualmente in suo potere risorgere, dopo tre giorni, dalla morte. Come S. Paolo ripetutamente afferma, il soggetto della divinità del Cristo è dato dalla sua risurrezione di cui gli apostoli furono testimoni fino a dare la vita per tale testimonianza.
Il cristianesimo, il più grande avvenimento religioso di tutti i tempi, rimane inesplicabile nel suo inizio e nella sua strepitosa diffusione, qualora non si accetti questa affermazione storica: esso venne predicato e diffuso da dodici apostoli e da un certo numero di discepoli, i quali, dopo un breve smarrimento per la condanna e morte del loro maestro, richiamati e riuniti dalla constata risurrezione di lui sferrarono l’attacco non all’ambiente rurale della Galilea, ma nella stessa città di Gerusalemme dove abitavano forti e agguerriti i tre avversari del Cristo stesso: il Sinedrio, il Procuratore romano e il popolo che aveva gridato il crucifige.
Ora la nostra ragione, davanti alle prove chiare e storiche della divinità del Cristo, alla domanda: "Che vi pare del Cristo?" deve rispondere, se non vuole stoltamente rinnegarsi: "Egli è il Messia, figlio di Dio". Incredibile ma triste realtà che si possa e si voglia ignorare la persona del Cristo che domina come nessun altro personaggio venti secoli di storia, a cui diedero l’omaggio della loro intelligenza i più grandi ingegni dell’umanità. Saremmo tentati di ritenere come pazzi e deficienti coloro che non riconoscono il Cristo se non ci fosse nel Vangelo una frase che spiega la lotta accanita contro il Maestro divino: "Signum, cui contra dicetur" "Segno di contraddizione". Se noi dovessimo chiedere ai molti del nostro tempo che pur vanta tante conquiste ed una civiltà raffinata: "Che vi pare del Cristo" sentiremmo risposte che tradiscono un odio non spiegabile, satanico verso il Cristo come non si avrebbe contro un qualunque malfattore.
Infine, considerando i secoli di civiltà cristiana, le molte opere ed istituzioni sorte dalla carità di Cristo, la dottrina divina, ispirata alla più stretta giustizia, al rispetto dei diritti altrui per cui solo è possibile la convivenza sociale, abbiamo prove più che palesi del vero Benefattore che continua la benefica influenza attraverso alla Chiesa.
Vi è chi crede che senza Cristo e senza Chiesa il mondo possa andar meglio: come infatti scendendo da Castiglione a Piedimulera in bicicletta, senza freni, si va meglio… a finire nell’Anza. Non vogliamo essere così stolti da chiudere gli occhi davanti alle tristi esperienze della storia. Se non si tien conto della dottrina cristiana, se si bandisce dalla società come un ingobro, come uno sconosciuto Iddio, si finisce per raccogliere opera di cenere e tosco. Così l’ora attuale insegni a chi ha ragione sufficiente per penetrare nelle vicende umane. Siate persuasi che dopo l’abbondante raccolto di lacrime e sangue per aver creduto agli uomini e non a Dio, l’uomo, quest’essere ragionevole che spesso si permette il lusso di non ragionare, continuerà la stessa via del suo calvario per non incontrarsi con Dio, sua salvezza.
Anche Napoleone, nel fastigio della gloria, volle ignorare il vero dominatore del tempo e degli uomini; ma nel dolore di Sant’Elena, dovette ritornare alla ragione. Un giorno, là su quello scoglio perduto nell’oceano sconfinato, egli chiese a uno dei pochi compagni della sua prigionia se egli sapesse dirgli chi era Cristo. L’interrogato (era un ufficiale) rispose che avendo passata la vita fra il rombo delle armi e la vertigine degli affari, non aveva potuto occuparsi di tale questione. "Ma come! – esclamò Bonaparte – tu sei stato battezzato nella Chiesa cattolica e non sai dirmi chi fosse Gesù? Ebbene te lo dirò io". E qui aperse il Vangelo, lesse, commentò, fece confronti con sé e con altri uomini grandi e concluse: "Insomma io conosco gli uomini e ti dico che Gesù non era uomo".
Quanti cristiani meritano quel rimprovero di Napoleone perché non sanno chi è Cristo.
Se il Signore chiedesse ancora alla moltitudine: "Che vi pare del Cristo?" a questa si potrebbe mettere in bocca, come risposta, le parole che il conte Ugolino rivolge a Dante quando scorge il poeta, disceso ancor vivo nel regno dei morti: "Io non so chi tu sei, né perché modo venuto sei quaggiù". Parole che il Carducci, espressione di questa moltitudine senz’anima cristiana, voleva mettere a titolo di un libro contro Gesù Cristo. Fortunatamente quell’empio progetto non fu poi eseguito dal Carducci, il quale, negli ultimi anni, sotto il pungolo del dolore, ritornò alla fede in quel Cristo redentore nella quale era stato educato da fanciullo. Il Carducci, reso più maturo dall’esperienza, dalla riflessione, dal dolore, avrebbe potuto se non scrivere un libro, almeno formulare questa affermazione: "O Cristo Signore, io so chi tu sei: il Verbo di Dio fatto uomo".
E noi che rispondiamo al Cristo? Forse nelle parole o nelle opere con un’espressione di amore oppure con l’incoscienza di chi non sa quello che fa, né quello che dice con le più stupide ed empie bestemmie?
Brano evangelico: Matteo, 9, 1-8.
Domenica XVIII dopo Pentecoste
Il paralitico
Sempre, accanto a sofferenti è la figura del Maestro divino, radiante dal volto buono, viva pietà; ora un paralitico attende con fede la parola di salvezza da quelle labbra che mai deludono la speranza: egli giace su di un letto, portato a braccia da parenti, forse da conoscenti desiderosi di vedere l’ammalato risorgere alla vita; da anni su quel calvario, con le membra aride, distese come su di una croce, vivo senza poter partecipare alla vita che vedeva e sentiva attorno a sé. Dagli occhi profondi come sono gli occhi degli ammalati, luminosi nella trasparenza della carne, tradiva l’intima ansia di rivivere, una fede ch’era una supplica.
Uno sguardo è bastato al Signore per scorgere il panorama spirituale di quell’anima: gli occhi negli occhi senza parole poiché sono inutili a chi vede oltre l’ostacolo della materia. Là, giacente nell’infermità della carne, non era solo un corpo: agli altri non era dato di scorgere di più di un corpo immobile: ma il Signore dentro, prigioniera del corpo, vedeva un’anima e forse un’anima paralizzata dalla colpa. Attimi di attesa ansiosa nella moltitudine mentre si compie invisibile il prodigio stupendo di rigenerazione. Prima che nelle membra scorra la vita che mette in moto gli arti inerti, altra linfa vitale irrorava, vivificando e purificando lo spirito, balzato così per incanto dalla schiavitù del peccato alla libertà spirituale della grazia. Davanti a Cristo ormai sta un vivo di una vita che dovrà continuare al di là del tempo, un salvo dall’abisso di morte, un fortunato che la malattia condusse alla salvezza.
Il povero paralitico fu portato, perché le gambe non reggevano, per suo desiderio: non ci è dato di scoprire gli intimi sentimenti del cuore nel processo durato pochi istanti; però il modo di agire del Signore ci fa intuire qualche cosa di quello che avvenne in quel fortunato incontro. Egli voleva la guarigione, ma forse alzando gli occhi nel volto del Maestro si incontrò col suo sguardo penetrante che ha potere di squarciare i veli del passato e di gettar luce sul vero stato di un’anima.
È lo stesso sguardo che trasformò la Maddalena da peccatrice in penitente; che velò di pianto e di dolore il volto di Pietro dopo la rinnegazione. Nel cuore dell’ammalato vi fu come un risveglio, un tumulto forse di sentimenti, la visione chiara della vera malattia, il pentimento di colpe nascoste e confessate solo a chi può leggere nell’intimo. A conclusione del breve dramma di una bellezza divina, vennero le parole di amore e di perdono del Signore: "Ti sono rimessi i peccati".
Testimone di quanto era avvenuto, il paralitico solo che sentiva rinascere una gioia non mai provata, un sollievo più confortante della stessa guarigione del corpo; ma la gente non aveva compreso quei sublimi istanti e non vedeva il raggio di felicità che traspariva dagli occhi dell’infermo: aspettava ben altre parole. Delusa e mortificata ha un attimo di sorpresa: "Ti sono rimessi i peccati! Ma Iddio solo poteva rimettere i peccati". E coglie l’espressione del Maestro come una inaudita bestemmia.
Avete osservato le volte, specie in primavera, addensarsi nel cielo nubi nere e minacciose: da un momento all’altra pare debbano scatenarsi chissà quali uragani violenti che nell’attesa ti lasciano pieno d’affanno e di paura. Alla fine tutto si risolve in un buffo di vento, il cielo schiarisce, riappare il sole. Ebbene i volti di quella gente alle parole di perdono si fecero oscuri e minacciosi: un brontolio generale di disapprovazione e di condanna o forse la voglia segreta di dar di piglio ai sassi come in qualche altra occasione.
Ma il Signore domina la situazione, risolvendola in suo favore e ridonando a quei volti il sereno di una gioia irresistibile. E Gesù, visti i loro pensieri, disse: "Perché pensate male nei vostri cuori? Cos’è più facile dire: ti sono rimessi i tuoi peccati o dire: Levati e cammina? Ora, affinché sappiate che il figlio dell’uomo ha potere di rimettere i peccati in terra: Levati su, diss’egli al paralitico, piglia il tuo letto e vattene a casa. Colui si levò e se ne andò a casa sua. Ciò vedendo le turbe s’intimorirono e glorificarono Dio che diede agli uomini tanto potere".
Notiamo la coincidenza così naturale che il Vangelo fa risaltare tra peccato e paralisi: al Signore era stato portato il paralitico per essere guarito delle sue infermità: così intendevano i parenti e la gente attorno. Ma il Signore vuol fare intendere a tutti che la paralisi dell’anima è malattia più grave e più urgente al pronto intervento divino.
Nella mente di molti cristiani si è perduta la vera nozione di peccato, per varie ragioni come l’apostasia dalla fede ed i pericoli creati dal progresso: si vuol vivere cioè una vita terrena con tutti i conforti recati dalla civiltà moderna, atti ad esaltare fino all’ebbrezza i sensi.
Sostituita a Dio sull’altare del cuore, è venerata ben altra divinità: il corpo coi suoi sensi e le sue passioni scatenate: ad essa sono rivolte tutte le forze e le energie della mente, del cuore e dell’anima. Si ripete la stoltezza degli ebrei, che stanchi di un Dio nascosto e severo nelle sue leggi, si costruirono l’idolo attorno a cui danzare fra canti di gioia e di voluttà.
Così se l’anima veramente cristiana ripone la felicità in Dio, il mondo, in antitesi con la fede, la porrà nei piaceri dei sensi. Vedete in pratica quale può essere l’effetto nella vita del cristiano per aver voltato le spalle a Dio. Una vera paralisi spirituale: infatti date uno sguardo alla giornata di un povero paralitico nello spirito.
Al primo risveglio, in ogni aurora e ad ogni stagione, il pensiero va agli affari, alle faccende della giornata. Si lascia il letto dopo un riposo benefico come le bestie lasciano la stalla dove hanno passata la notte. Ed ecco tutte le ruote dell’orologio si mettono in moto: girano le sfere a segnare le ore del lavoro fino al momento della mangiatoia; nel vortice del tempo egli, il paralitico, tesse e ritesse la tela del suo vivere, preoccupato solo di migliorare nell’avvenire il pasto nella mangiatoia: con facilità passa sopra agli scrupoli di coscienza, non distinguendo tra lecito e illecito, purchè raggiunga lo scopo.
Possiamo definire allora costui con ragione l’uomo tubo digerente: lavora per riempire il tubo nel miglior modo possibile e bada che abbia a funzionare sempre con regolarità, alternando i lavoro al riposo. Qualche volta sentirà nell’aria un suono giocondo di campane e vedrà gente frettolosa che va alla chiesa: è festa. E l’uomo, tubo digerente, prenderà nel volto e nei vestiti un’aria di festa perché le campane, benedette, questa volta, gli ricordano che bisogna empire il tubo meglio e più che in altri giorni. Quale sublime felicità se il tubo è pieno da rompersi e così bene irrorato di vino da non più reggersi! E che! volete parlare di preghiera, se la preghiera mi lascia il tubo vuoto, volete parlare di anima spirituale, invisibile come l’aria, se il tubo non si riempie di aria? Ma vi sarebbe da sfiduciarsi a voler cercare nella vita di un uomo così ridotto qualche scintilla che manifesti una vita spirituale: si è davanti ad una vita animalesca che si esprime in poche parole: mangiare, dormire, lavorare, godere. Anche la bestia mangia, dorme, lavora e gode, con questa differenza: che l’uomo si serve della ragione per compiere tali azioni, mentre nella bestia alla ragione si sostituisce l’istinto.
Così è dell’anima senza vita, soffocata dai sensi, intorpidita nella sua attività. Un richiamo alla ragione e alla fede può arrivare alle orecchie del paralitico: "Mio caro quello non devi farlo, è peccato". Ma la voce prepotente del senso dirà: "Non importa, bisogna godere".
"Mio caro, vi è un Dio che ha creato le bellezze di questo mondo, che ti ha destinato ad un regno eterno e felice, messo come premio della tua buona volontà". E il paralitico spirituale, crollando le spalle vi griderà: "È troppo dura la conquista: preferisco la felicità presente e fugace del mondo".
"Mio caro, come cristiano hai il dovere di fedeltà a Dio, rispettando il riposo festivo e santificando il giorno del Signore". E costui vi ribatte: "Dobbiamo vivere e dobbiamo quindi anche mangiare di festa".
"Mio caro, non ti è lecito violare i diritti altrui, prendere ciò che non ti appartiene: è peccato contro la giustizia". Con sorriso da furbo ti mormora: "Basta farla franca in questo mondo per essere onorati e fortunati".
Conoscete la storia di Ercole, l’eroe della mitologia greca? Ebbene questo eroe leggendario si trovò un giorno imbarazzato dinanzi ad una grave decisione. Non era più piccolo bambino, ma ormai giovane vigoroso. Stava meditabondo, quando d’improvviso gli apparvero due figure di donna: "Vedo, Ercole, disse la prima, che tu stai riflettendo sulla via da scegliere nella vita. Se tu prendi me per tua amica, io ti condurrò per una via fiorita, dove ti sorriderà il piacere ed eviterai ogni difficoltà. Tuo unico pensiero sarà il mangiare, il bere ed ogni altra soddisfazione dei sensi. Sii dunque mio seguace...".
"Donna, esclamò Ercole, qual è il tuo nome?".
"I miei amici mi chiamano felicità. I nemici peccato" rispose la visione.
Allora gli si avvicinò l’altra donna: "Io non ti voglio ingannare, cominciò ella, ti dico chiaro che gli dei hanno congiunto ad ogni opera grande e buona il sudore ed il duro lavoro. Se tu mi segui, dovrai faticare… sottoponi il tuo corpo alla ragione e abitualo alla fatica e al lavoro…".
A questo punto essa fu interrotta dal peccato: "Senti, senti, Ercole per quale aspra via vuol condurti questa donna? Io invece ti condurrò danzando lungo la via del piacere…".
"Misera, esclamò la virtù, cosa puoi dare tu di buono? Di’ un po’: possiedi tu un sol briciolo di felicità? Tu nulla fai per procurarla… Io invece ho un posto presso gli dei e sto nella compagnia degli uomini migliori. Senza di me niente di nobile si compie sulla terra".
Una leggenda tanto significativa: vuol dire che l’uomo va soggetto all’inganno dei sensi, rinnegando il bene della vita spirituale, credendo al luccicore apparente dei piaceri e dei vizi. Se tendesse l’orecchio però alle voci interne, quella della ragione gli si farebbe distinta: "Tu non sei un bruto, sei un uomo; non sei solo ventre ma anima".
Ritornando al Vangelo, dobbiamo considerare la condizione infelice del paralitico: egli possiede gli occhi normali, le orecchie perfette, la lingua sciolta, l’intelligenza lucida: solo le gambe e le braccia sono rigide e la spina dorsale come spezzata e senza nervi: una vita forse ricca di slanci, di desideri, di speranze, esuberante di energie morali si esaurisce miseramente su di un letto come aquila superba nella forza delle sue ali, fatte per l’azzurro del cielo, per le grandi altezze, si trovi chiusa in una piccola gabbia.
L’anima umana, creata per le supreme altezze, oltre l’azzurro, dell’infinito, viene umiliata nella prigionia dei sensi, nella schiavitù della colpa: così essa decade dalla sua nobiltà e giace in una vergognosa miseria. O uomo, se tu conoscessi la dignità della tua anima, non ti rassegneresti di lasciarla abbruttita, nel fango del peccato!.
Ma accanto all’anima in peccato il Signore che ha la visione chiara della grave infermità spirituale, aspetta il momento di gridare la parola di salvezza: "Sorgi" quando il peccatore, avendo ormai a nausea le brutture del vizio, cercherà con ansia una vita migliore e si affiderà volentieri alle braccia di amici che lo portino a Dio.
Vi è in noi anche una voce amica, intima, la voce della coscienza: quella voce, sentita la prima volta quando vi siete trovati davanti al peccato, vi ha protestato: è male, felici se l’avete ascoltata!
Se invece avete cercato di farla tacere, dandovi perduti alla colpa, la stessa voce si è levata allora irritata e vendicatrice: il rimorso che è proprio come un morso che la coscienza dà all’anima per scuotere e punire. Iddio, dopo averci dato gli occhi per distinguere la luce dalle tenebre, ci ha dato la coscienza per avvertirci del bene e del male. Dio, giudice invisibile, fa vibrare la corda morale e la coscienza ne è come il telefono che fa giungere la sua voce chiara fino a noi: parla, consiglia o dissuade, benedice o maledice, accarezza come la brezza primaverile o romba come il tuono.
Anche il rimorso è un dono di Dio. Diceva il celebre oratore domenicano P. Lacordier: "Dio parla sempre nel tribunale della coscienza e quando gli si dice: Non so più che farne di te, quando si fugge come Adamo nel Paradiso terrestre, è appunto allora che compare e grida: Adamo dove sei? Sei sempre buono come t’ha fatto il tuo Creatore?" Anche dopo il peccato si può portare alta la fronte e godere dell’incenso degli uomini: ma l’incenso più puro, quello della nostra coscienza non si gode più. Sarebbe la più grave disgrazia se il peccato vi avesse portato la insensibilità a questa voce di salvezza.
Non sempre il Signore interviene come per Paolo Apostolo sulla via di Damasco: in questo caso Egli colpisce direttamente, all’improvviso con un prodigio, il cuore del fiero Santo e lo butta nella polvere e gli grida: "Perché mi perseguiti so Saulo?": Con gli occhi accecati dal forte bagliore, umiliato nell’orgoglio, può sentire Paolo la voce tenera e paterna: "Sorgi". Ordinariamente il Signore giunge al cuore del peccatore per mezzo della voce del rimorso insistente e tormentatore.
Così avviene nella conversione di S. Agostino. Giovane, intelligente abbandona la fede della madre per seguire gli errori dei Manichei e si dà alla vita dissoluta. In fondo all’anima il desiderio della verità, a poco a poco la nausa che insorge a soffocarlo, il ricordo della madre buona S. Monica, che piange sulla rovina del figlio: infine, dopo una predica del grande S. Ambrogio, la voce di Dio chiara: "Sorgi". È un po’ la storia di ogni conversione, identica l’una all’altra.
Sentite che cosa scrive un convertito, mettendo a nudo la propria nima, Francesco Coppée: "L’uomo che seppe pregare nell’infanzia, non potrà dimenticare giammai Iddio. Le passioni e le battaglie della vita, le rivolte dello spirito e dei sensi possono trascinarlo al dubbio, all’incredulità, che so io? fino agli eccessi peggiori della negazione o della bestemmia; ma come i caratteri di un palinsensto, una traccia di fede della prima età gli rimane sempre in fondo al cuore, fin che giunge il dolore supremo, l’angoscia lacerante fisica e morale. Oh! come d’un tratto si rammenterà di quell’ora lontana quando, inginocchiato, sentiva sulla guancia il calore del volto della madre che gli insegnava il Pater e l’Ave. Allora, come succede quasi sempre in simili casi crollerà abbandonandosi sulle ginocchia, si nasconderà la faccia tra le palme e lancerà quel grido che sgorga naturalmente dalle viscere umane: "Dio mio, abbiate pietà di me!". Questo grido per un’anima naufragata è il faro che splende nelle tenebre, è il porto, è la salute. Come fu anche per una grande artista, Eva Lavalièere. Ella, pur in mezzo ai trionfi del palcoscenico non fu mai felice: tenebre dense gravavano su la sua anima. Così racconta: "Dopo i miei più grandi successi, riportavo dalla scena una tristezza indicibile: alle volte piangevo". E a un’amica così ricordava il tempo dei successi: "Mi sembrava che una voce mi perseguitasse e mi dicesse: Eva, tu non sei fatta per questo. Alle volte mi disperavo e giungevano fino a pensare al suicidio. Una sera a Londra, dopo essere stata più applaudita che mai, finita la rappresentazione, ero andata nel parco del teatro, prospettante il Tamigi: ivi giunta, provai un tale disgusto della vita, che chinata sulla spalletta del fiume, mi domandavo se bisognava finirla". Ma in quest’anima inquieta, mai soddisfatta, infelice, giunse a tempo il "Sorgi" di Cristo.
Non saremo noi forse dei paralitici nello spirito, senza moto verso la conquista del bene e della verità?
Apriamo l’anima alla voce della coscienza, voce di Dio.
Brano evangelico: Matteo, 22, 1-14.
Domenica XIX dopo Pentecoste
Giornata missionaria
In questi quattro anni di guerra sono tra passate tra le mani carte geografiche delle varie parti del mondo dove il conflitto si è scatenato con violenza: con vivo interesse si seguono le alterne vicende delle armate in lotta sui diversi fronti poiché sono in pericolo diritti secolari, l’onore della Patria, integrità della Nazione. Presi dalla curiosità, che nasce dalla preoccupazione, interroghiamo la radio d’ora in ora, il giornale di giorno in giorno, l’amico ad ogni incontro, sempre in attesa di novità, quella novità che ci sta in fondo all’anima come desiderio, come una speranza accarezzata nei nostri colloqui intimi, come un sogno.
Se diverse possono essere le idee da cervello a cervello, in fondo tutti ci teniamo all’onore di quella terra che ci vide nascere e crescere, che custodisce i ricordi più sacri della nostra vita e che ci siamo abituati a chiamare Patria. Siamo stretti da questo sacro legame gli uni agli altri, in comunione di animi e di interessi: perciò il cittadino si fa soldato se le frontiere sono in pericolo, se la pace del focolare è minacciata e sa dare all’occasione il suo contributo di sangue. Sarebbe però inutile ogni sforzo, ogni sacrificio del combattente, se venisse a mancare l’appoggio non solo materiale, ma anche spirituale di tutti i cittadini. La vittoria è una conquista a cui tutti contribuiscono, ciascuno al suo posto.
Le armate, che seguiamo con occhio attento, con ansia, con orgoglio, lasciano dietro a sé sangue, rovine e molte lacrime: la civiltà non avanza con le armate superbe sotto la protezione di acciai e di fuoco: se l’Europa in un domani, risvegliandosi dai suoi deliri, si troverà boccheggiante, in rovina, in pericolo di perdere il patrimonio millenario della sua civiltà, la colpa sarà delle sue armate vittoriose che hanno assorbito, polverizzato immense ricchezze.
Altre armate silenziose stanno smantellando fortezze agguerrite con quello stesso spirito ed entusiasmo di venti secoli fa, quando l’Europa, per sua fortuna, fu vinta e domata sotto l’insegna della croce.
I nostri missionari, nelle terre lontane, combattono la buona battaglia della luce contro le tenebre, della verità contro l’errore, armati del loro coraggio, pronti ad ogni sacrificio, sorretti dalla fede.
Essi fanno conquiste, compiono avanzate prodigiose: un piccolo manipolo di forti, di audaci, di santi contro lo sterminato campo di lotta. Basta uno sguardo alle cifre per misurare l’impresa gigantesca. Nelle missioni lavorano poco più di 16.000 sacerdoti (di cui oltre 5000 indigeni), circa 40.000 suore (di cui oltre 18.000 indigene) e più di 7.000 fratelli coadiutori. È, come appare evidente, un numero ben esiguo in confronto dei bisogni immensi.
Costoro devono attendere ad una cura d’anime sconfinata: cioè a circa 1 miliardo e 200 milioni di non cristiani, ad oltre 300 milioni di protestanti e scismatici, a circa 20 milioni di cattolici: e a comprendere meglio le cifre, precisiamo: ogni missionario dovrebbe attendere alla conversione di oltre 50.000 infedeli. Davanti a queste cifre sbalorditive ci viene spontaneo sul labbro il lamento del Maestro divino: "La messe biondeggiante è molta, ma gli operai sono pochi". La Chiesa, interprete della volontà divina, pone agli occhi di tutti i cattolici il problema missionario come un dovere e come naturale sviluppo della sua vita.
È verità di fede che Dio vuole tutti gli uomini salvi, senza eccezioni. Come mai, dopo venti secoli, popoli interi sono ancora avvolti nelle tenebre? A nostro modo di pensare, il Signore non dovrebbe permettere che tante anime muoiano senza aver conosciuta la verità: se necessario anche coi miracoli dovrebbe appoggiare l’opera missionaria, facilitando e affrettando la conversione degli infedeli, perché egli è padrone dei cuori. Ricordiamo che il Signore, pur non avendo bisogno di nessuno, vuole la nostra cooperazione per salvarci e per salvare il nostro prossimo: infatti manda gli apostoli a predicare il Vangelo alle genti senza promettere loro il dono dei miracoli: "Andate, predicate. Chi crederà, sarà salvo, chi non crederà, sarà condannato". Allora la Chiesa dovrà prosperare come tutte le istituzioni umane, con vicende tristi e liete? Dovrà affrontare tutte le difficoltà, fidando sull’intelligenza dei suoi membri? Come tutte le istituzioni formate da uomini, anche se fondate da Dio, vedrà ore tristi e liete, incontrerà ostacoli nel suo sviluppo; non mai però la sconfitta o la distruzione, perché Gesù Cristo dà la sua divina assistenza. Però la prosperità della Chiesa è legata all’attività dei suoi membri, se sapranno cioè meritare una maggior effusione di vita divina nel corpo mistico della Chiesa. Un esempio così chiaro ci è dato dal corpo umano. Quando il corpo umano gode piena salute ed è al massimo delle sue energie? Quando tutte le membra realizzano il massimo dell’unità; lavorano unite nelle loro specifiche funzioni: basta che un membro rallenti la sua attività perché tutto il corpo risenta una diminuzione di vita.
I missionari, oltre ad essere un numero insufficiente, devono anche lottare con difficoltà, direi insuperabili, se non sperassero l’aiuto divino. Quanti sudori e quante fatiche! Chi ignora le sofferenze e le ansie di molti missionari che sparsi nelle isole, negli arcipelaghi, nelle montagne, mancano sovente del pane e dei conforti più elementari della vita? Chi non sa le lotte che essi sostengono continuamente contro le forze avverse della natura e degli uomini? Chi è che non conosca la gravità dei pericoli, cui sono esposti per causa della fede, di cui sono banditori?
Chi mai non ha udito parlare delle vessazioni, delle prigionie, dei tormenti e perfino della morte procurata loro dal brigantaggio, dal bolscevismo e dalla perfidia degli uomini?
A chi mai non giunse l’eco dei saccheggi, delle spoliazioni, delle distruzioni operate sui luoghi di missione, tanto che all’indomani il missionario è costretto a ricominciare da capo il suo lavoro, ricostruendo casa e chiesa, scuola ed ospizi? Essi compiono dei veri prodigi di abnegazione, di sacrifici per le anime. Per esempio: un Vicariato apostolico della Bolivia si estende su un’area di 400.000 kmq (un quarto circa più grande dell’Italia) eppure non vi sono che 54.000 cattolici ove lavorano 16 missionari francescani. Si può immaginare il loro disagio! Senza strade o con strade poco praticabili, con mezzi primordiali, in viaggi che durano decine di giornate. Eppure il loro coraggio non vien meno: anzi pare che il difficile li tempri a nuove audacie e li renda capaci dei prodigi più insperati. C’è da ammirare senza dubbio l’eroismo dei nostri bravi missionari, ma qualche cattolico dalla vista lunga una spanna, forse si chiede: perché questi uomini lasciano la patria, la famiglia, la comunità per sottoporsi a tali e grandi privazioni? La risposta ci viene dalle labbra di San Paolo: "La carità di Cristo ci brucia". Questa fiamma che consuma, muove il missionario verso le anime lontane, unica fiamma sgorgata dal cuore del Maestro divino, che ha un nome: amore delle anime come le amava Nostro Signore che per esse diede la vita per salvarle e portarle alla luce della gloria, per farne tanti eredi del cielo. Un’anima, una sola anima portata ai piedi della croce, ha un valore infinito quanto una goccia del sangue di Cristo Signore.
Vi è una vita spirituale esuberante nel cuore del missionario: una felicità che è preludio di quella eterna; egli sa, conosce, comprende la fortuna di vivere nella luce del Vangelo, di operare nella legge del Signore: e sente il bisogno di riversare questa vita in chi non l’ha, di partecipare la sua felicità a chi soffre, di dare la luce a chi non vede. Le anime tutte che sono e che saranno appartengono a Cristo per diritto che le ha pagate col suo sangue; la carità del missionario porta al Salvatore queste anime, strappandole dalle tenebre della morte, dalla rovina.
E diciamo pure: se è un bisogno dell’amore verso Dio il far conoscere ad altri il Signore ed insieme un motivo di grande gioia perché si sa di fare opera gradita a chi si ama, è anche un bisogno del cuore umano, non oppresso dall’egoismo, il portare un aiuto a chi si trova nel pericolo e nell’indigenza. Il fine primo del missionario è sempre la conversione delle anime a Dio: questo fine non è raggiunto immediatamente, ma solo dopo lunga preparazione di mezzi e di ambiente che servono a far breccia sul cuore dell’infedele. Sorgono così le opere caritative delle missioni accanto alla chiesa, alla cappelletta improvvisata di un villaggio.
Con l’apostolo, il missionario sente nelle sue membra i dolori dell’umanità sofferente. Si china premuroso sulle ferite per curarle e guarirle come il buon samaritano. Le missioni cattoliche dirigono e sostengono 800 ospedali con una media di 40.000 malati: e la manutenzione di un ospedale comporta un peso finanziario non indifferente sul bilancio delle missioni. Ma gli ospedali, appunto perché troppo costosi, non potranno mai raggiungere un numero sufficiente neppure se si destinasse loro tutto il bilancio delle missioni cattoliche. Il cuore del missionario e della suora vuole invece giungere a tutti i sofferenti. Ed ecco il bisogno suggerire un surrogato dell’ospedale che per i casi meno gravi si rivela di grande efficacia: il dispensario e la visita a domicilio. Abitualmente il dispensario è situato in un locale della stessa missione e i malati vi si recano per farsi curare: qualche volta missionari forniti di medicinali e di bendaggi, vanno essi stessi in giro nei villaggi; e quando il malato è costretto dal morbo a restare in casa, la pietosa mano curatrice giungerà fin sotto il tetto a lenire dolori, a suggerire rimedi, a ridare la salute e la gioia. La carità missionaria è la prima fonte d’affetto che recherà i beneficiati ai benefattori; i cuori si schiuderanno, le anime saranno guadagnate a Cristo. "Vale più quest’ape cristiana, che cento mosche musulmane" mormorò con trasporto un povero musulmano, abbandonato perché infermo dalle sue mogli e curato con premura più che materna da una suora bianca.
Il mondo islamico è stato per secoli chiuso al cristianesimo, si ritrasse sdegnoso davanti all’apostolato della parola; si indispettì davanti alle dispute apologetiche, oggi si sta lentamente aprendo qua e là, sotto il caldo soffio della carità cristiana.
Il povero paria risponde all’invito della fede più prontamente del ricco bramino, perché la sua miseria lo ha messo in condizioni di esperimentare la carità missionaria e di leggere, sotto il velo delle cure esterne, la sincerità dell’amore che le ispirava. E l’amore vince ogni cosa.
Accanto ai malati, le categorie dei bisognosi, alle quali si rivolge la carità dei missionari, sono gli orfani e i vecchi: coloro cioè che l’età troppo tenera o troppo avanzata rende incapaci di provvedere a se stessi. Quanti bimbi, privi di genitori o perché morti o perché sono stati da loro abbandonati, sarebbero condannati ad una morte immatura, prima di poter ricevere il Battesimo.
Il missionario e la suora, fattisi padre e madre di quegli innocenti, erigono case per ricoverarli, scuole per istruirli, provvedono il cibo e il vestito, li educano cristianamente e li restituiscono alla società buoni cittadini e cristiani. Quasi 2000 orfanatrofi nelle missioni ricoverano circa 120.000 orfanelli. Anche per questi sono necessarie migliaia di persone adulte. Si aggiungono altri milioni e milioni alle spese dei missionari. Però si prolunga anche la bella collana di prove luminose che la carità cristiana offre al paganesimo, prima stupefatto, poi ammirato e finalmente – tra i cuori ben disposti – conquistato.
Presso i popoli meno civili, i vecchi, diventati esseri inutili al lavoro, alla guerra, a tutte le occupazioni produttive, vengono talvolta abbandonati. È necessario provvedere alla loro miseria. Di ricoveri per vecchi le missioni ne gestiscono 450 e vi mantengono 18.000 ricoverati, addolcendone gli ultimi anni. Il loro tramonto che sembrava offuscato dalle nubi della miseria e della disperazione, è luminoso; è sempre la carità che nell’anima di quei derelitti prende il posto del sole. Le anime sono conquistate al cielo dal sorriso di chi sa amare come Cristo. Forse non c’è al mondo infermità più ripugnante della lebbra. Le membra corrose imputridiscono lentamente sul malato. Cadavere ambulante. Il volto si deforma fino a diventare mostruoso, oggetto d’orrore allo stesso infelice. La paura del contagio spinge i sani a fuggire i lebbrosi, anche se loro parenti. Al male si aggiunge così l’isolamento e poi lo sconforto, la disperazione. Si richiedono anime eroiche per convivere con lebbrosi, curarli, affrontare il pericolo del morbo che si sa essere tanto orrendo. Fu salutato eroe da tutto il mondo Padre Damiano da Veuster; e il Belgio l’ha dichiarato eroe nazionale. Il suo eroismo non è rimasto isolato nel mondo missionario. Potremmo ricordare i nostri Padri Daniele da Somarate e p. Ignazio da Ispra, diventati anch’essi lebbrosi per curare i lebbrosi. Basti pensare che nelle missioni cattoliche esistono 110 lebbrosari e che vi sono ricoverati circa 13.000 lebbrosi. Queste cifre sono sufficienti a farci comprendere quanto sia elevato il numero dei volontari alla morte lenta e crudele per lebbra.
L’episodio della giovane svizzera, la quale, avendo letto di una suora missionaria morta nel lebbrosario di Molokai, decise di farsi suora nel medesimo Istituto, di assumere lo stesso nome per andarla a sostituire e rimanere nell’inferno dei lebbrosi, dolce sorridente angelo di conforto, è senza dubbio impressionante. Ma quanti altri ne scopriremo a sollevare il velo dell’anonimo e dell’umiltà e interrogare ciascuno degli eroi ed eroine missionarie?
Noi ammiriamo l’opera eroica e caritativa dei missionari: ma non basta. Quale può e deve essere il nostro dovere verso di loro? Primo e principale dovere: se siamo cristiani nel vero senso della parola, dobbiamo interessarci della vita della Chiesa e desiderare che le anime siano conquistate alla nostra fede: membra sane, attive, ardenti che meritino ai missionari tutti gli aiuti spirituali della grazia per convertire le anime. Preghiera e sofferenza non giovano solo a noi, bensì anche ai nostri fratelli che hanno bisogno di riscatto e di perdono; E questo in forza del dogma della comunione dei santi per cui tutti i membri del Corpo Mistico di Cristo sono sopra naturalmente uniti gli uni agli altri e possono quindi comunicarsi il merito delle loro opere personali, allo stesso modo che un organo del nostro corpo trasmette ad un altro il sangue che esso riceve dal cuore: il cuore è Cristo da cui scende la vita e questa vita soprannaturale, noi, uniti a Cristo, possiamo trasmettere scambievolmente. Non vogliamo essere degli egoisti persino nella preghiera! Come quella buona connetta che faceva la comunione tutti i giorni ed era membro di tutte le pie associazioni della Parrocchia: la quale diceva, persuasa d’aver fatto una trovata buona, di aver corretto nel suo libro di preghiera il Pater noster; aveva messo in singolare quello che Gesù insegnò al plurale: "Oh! che ognuno non deve pensar prima alla propria anima? – diceva – quindi non Padre nostro che sei nei cieli, ma Padre mio…".
Secondo dovere: il nostro aiuto materiale per conservare quelle opere sante di cui il missionario si serve per giungere al cuore degli infedeli. Voglio, conchiudendo, raccontarvi di una povera negra di un villaggio del Congo Belga, poverissima, un fulmine le aveva incendiato la capanna. Ebbene, rovistando tra le ceneri, trovò una moneta e la portò subito al missionario dicendogli: "Ecco quel che mi resta! Sia per il Papa delle Missioni e Dio vi benedica". Oh! sì, Dio certo ti deve benedire, povera santa creatura: come benedirà sempre tutti i generosi che sono lieti di dividere l’unico pane con Cristo, il più povero dei missionari, che da venti secoli cammina per il mondo, chiedendo agli uomini la carità della loro anima.
Brano evangelico: Giovanni, 18, 33-37.
Domenica XX dopo Pentecoste
Festa di Cristo Re
Uno sguardo a fondo all’umanità del nostro secolo, che pur vantando un patrimonio ricchissimo di scoperte in campo scientifico, sì da portare la società a un livello alto di benessere e comodità, ha perso di vista il Sommo Fattore di tutto il creato, ci svela un profondo orgoglio, deciso con l’aiuto della scienza, a dare la scalata al cielo per detronizzare Dio. L’umano ingegno, invece di arrivare a Dio, come sarebbe logico, dalla conoscenza di leggi così esatte, che stanno a reggere l’attività dell’universo, tende ad usurpare i diritti di Dio. Certo, esso ha creato dei veri prodigi di tecnica, tali da meravigliare: ha vinto le distanze, spingendosi nelle altezze dei cieli e nelle profondità del mare, ha abbreviato i tempi con la produzione vertiginosa delle sue macchine. E che forse non poteva pensare d’essere divino davanti alle proprie creazioni? Un motivo di orgoglio c’è: ad uno ad uno si mette al sole tutti i segreti di madre natura, come uno monello che si diverta a scimmiottare, a fare indispettire. Se prima madre natura aveva riservato il volo agli uccelli, oggi l’ingegno umano ha dato le ali anche all’uomo, se prima ai soli pesci era dato di guizzare nelle profondità oceaniche, oggi gli uomini con grande sicurezza scendono gli abissi, violando i segreti di un mondo misterioso nei fondi marini: e tante altre meraviglie furono strappate dal seno di una natura gelosa dei suoi misteri. Son fatti messi avanti all’intelletto, incline per natura a giudicare in base all’esperienza dei sensi: e le parole e le idee e il pensiero forse non contano proprio nulla nel campo della realtà? Nel giudizio comune le parole, le idee, il pensiero contano quel che contano, ma è certo che l’uomo tende ad essere pratico. A pensare e ad agire secondo i fatti, secondo l’esperienza, e meno si preoccupa di sapere quella realtà superiore che sfugge al controllo e all’esperienza, la realtà spirituale. E i fatti dicono chiaro che l’uomo è al centro dell’universo se riesce a dominare persino le forze della natura, facendole servire al proprio benessere: quindi tutte le cose create sono per l’uomo e devono servire all’uomo.
In questo nuovo clima, sorto dall’avvento della macchina, si è rivelato il fattore nuovo, proprio del nostro tempo e conseguenza logica di una condotta tutta terrena e meccanica: una volontà di ignorare Dio, non solo, ma di buttarlo via dalla società, come essere inutile, fuori moda.
L’uomo non ha più bisogno di credere in un essere lontano, oltre le stelle, invisibile e noioso con la sua legge così dura; se ha ancora una fede è in se stesso, nelle sue possibilità, nel suo ingegno, nella sua natura: si sta abituando a tener l’occhio non più rivolto al cielo ma alla terra da cui è nato e a cui deve ritornare; e nel breve ciclo dalla nascita alla morte deve afferrare la sua felicità terrena.
Però le cose non vanno come vorrebbero questi nemici di Dio: dopo tanti sforzi di far morire soffocato sotto il peso di passioni liberate da ogni freno, Iddio sempre risorge.
Provatevi a mettere in acqua una barca che sia stata a lungo a secco sulla spiaggia: da tutte le parti gorgoglia dentro acqua: e non si riesce a turare con le mani le fessure: tutto è inutile, alla fine la vostra barca andrà a fondo.
Così Dio. Lo cacci da una parte, vi rientra dall’altra, lo butti dalla porta, vi rientra dalla finestra; un essere inafferrabile che ti fugge dalle mani, mentre pensi d’averlo afferrato. È ormai storia che appartiene al passato, se pur ancor così viva nel nostro ricordo, la persecuzione messicana, spagnola, russa: ma Iddio continua ad esistere come sempre, vittorioso dopo l’ora di tenebre. E se oggi tante anime preoccupate solo del loro vivere terreno non si danno pensiero di Dio, ripetendo l’ormai vecchio motivo che ha origini molto lontane, agli ebrei del tempo di Nostro Signore: "Non vogliamo che costui regni sopra di noi"; sta come reazione il grido di amore delle anime migliori: "Non abbiamo altro Dio fuori di Lui: Egli solo, Cristo è nostro Re".
Il 16 maggio 1894, dal treno che di notte giungeva ad Avila, nei brevi minuti di fermata, scendeva una suora: voleva calpestare, sia pure per un istante, la terra di Santa Teresa. Quella suora, Maria del Divin Cuore, aveva un sogno: trasformare il mondo in un cuore simile a quello della Santa di Avila, tutto acceso di amore per Cristo. Cinque anni dopo, dal Portogallo ove si era recata, inviava una lettera a Leone XIII per invitarlo a consacrare il nuovo secolo e la terra tutta al Sacro Cuore. Il grande Papa raccolse la voce: "So – disse – che questo atto attirerà presto sul mondo le misericordie che speriamo… Sto per fare l’atto più importante del mio pontificato". E lo fece. Fu uno spettacolo memorando. L’ultima notte che segnava la fine del secolo XIX e l’aurora del secolo XX, il mondo cattolico vegliava. Raccolte nelle chiese, le moltitudini pregavano. Non una parrocchia, non una comunità religiosa, non una città né un villaggio si sottrasse all’appello del Pontefice.
Allo scoccare della mezzanotte, mentre dovunque si iniziava la celebrazione della Messa, in Vaticano, il grande Vegliardo, Leone XIII, prendeva nelle sue mani tremanti il nuovo secolo e lo consacrava al Cuore di Cristo, invocando il trionfo del suo regno d’amore.
Un quarto di secolo più tardi, nel 1926, un altro Pontefice, Pio XI, raccoglieva i voti di queste anime ferventi ed istituiva la festa della Regalità per tutta la Cristianità. Questo atto del Pontefice fu accolto con entusiasmo e con universale approvazione. Era giusto che, tra tanto odio e tanta infedeltà, le anime buone potessero gridare, esultanti nella solennità del rito, il loro grido di amore: "Viva Cristo Re".
La reazione delle potenze oscure dell’odio fu immediata, implacabile: ad ogni costo bisognava soffocare quel grido che andava al cielo come un giuramento solenne di fedeltà al Cristo, alla sua legge, alla sua dottrina. Il sangue palpitante di giovinezza imporporò la terra che vide ripetersi le gesta dei primi martiri della divinità di Cristo. I Martiri del nostro secolo i Martiri di Cristo Re perché in questi tempi la nota dominante nella Chiesa è la Regalità di Cristo, riaffermata solennemente contro l’errore moderno di un neopaganesimo che vorrebbe mettere, al centro della vita, la natura umana, l’uomo.
La dottrina della Regalità di Cristo non è nuova nella Chiesa: risale a Cristo stesso che l’ha affermata davanti a Pilato prima della sua dolorosa Passile. Interrogato dall’ufficiale romano: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo, per rendere testimonianza alla verità: chiunque sta per la verità ascolta la mia voce".
Il Signore afferma in modo così chiaro la sua sovranità, non sui corpi, poiché nello stesso passo evangelico dice che il suo regno non è di questo mondo, ma sulle anime. Il suo è un regno che non ha nulla di comune coi regni di questa terra, destinati a procurare soltanto un benessere temporale, instabili come tutte le cose di questo mondo.
Notiamo la frase del Signore: "Per questo sono nato", cioè per essere Re. Nessuna creatura di stirpe reale può affermare d’essere nata per regnare; può attribuirsi dei diritti assoluti alla sovranità; ma solo condizionati alla volontà della nazione. Se domani la nazione, stanca di questa forma di governo, avesse il capriccio di buttare giù dal trono il suo re, al re e alla sua famiglia non resterebbe che ritirarsi a vita privata, col solo titolo di ex-sovrano. La storia ci presenta molteplici casi di regni rovesciati da una rivoluzione popolare. Soltanto il Signore poteva dire con pieno diritto d’essere nato per essere re, poiché nessun uomo avrebbe mai potuto privarlo di questo diritto che è divino.
Diritto di nascita. Per meglio comprendere la frase di nostro Signore, bisogna richiamare i principi della nostra fede. Nell’Incarnazione Dio si unisce alla natura umana, innalzandola dall’abisso fino agli splendori del divino: la riveste di una divinità eccelsa, le apre le porte del cielo, dandole il diritto della visione beatifica di Dio. Per questo il Signore è chiamato Salvatore, titolo meritato dalla sua nascita, avendo con essa data la vita là dove prima vi era la morte.
Diritto di redenzione. "Per questo sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità". E la verità è questa: il peccato di origine ci aveva resi schiavi e figli della maledizione: Gesù Cristo ci ha conquistati tutti: non sborsando oro o argento come un vile mercenario, ma tutto il suo sangue generosamente.
Pilato e gli ebrei non avevano capito di che regno si trattasse: avevano immaginato qualche cosa di terreno, retto dalla forza delle armi: un possibile rivale quindi dell’impero romano. Il Signore, con premura, si dà a dissipare questi falsi timori, queste idee sbagliate sulla natura del suo regno ed ha parlato chiaro: "Il mio regno non è di questo mondo". Se non fossero stati schiavi di preconcetti e di odio, Pilato ed Ebrei avrebbero potuto capire quanto aveva affermato Nostro Signore e mettersi l’animo in pace che non c’era nulla da temere da un regno senza armi, senz’oro e senza terreno.
Invece, senza volerlo, si fecero strumenti che prepararono il trionfo del nuovo regno, mentre credevano di soffocarlo nel sangue. Trattandosi di un regno che non era di questo mondo, non c’era affatto bisogno né di corona né di scettro né di trono: poiché se al regno del Signore fossero stati necessari questi emblemi, luccicanti d’oro, gli sarebbe toccata la sorte di tutti i regni. Il Signore accetta volentieri dalle mani dei suoi nemici una corona di spine, uno scettro di legno, un manto rosso di sangue, un trono di dolori: ma questi emblemi che mai a nessun altro re furono offerti, varranno a dimostrare meglio la verità delle parole divine, daranno al nuovo regno i caratteri distintivi della sua vera natura: "Regnabit a ligno Deus!".
Quali sono i caratteri distintivi del Regno di Cristo?
È regno dell’Unità: ciò che non si trova nei regni di questo mondo. L’umanità infatti si divide in razze che si respingono. Le razze in popoli che mettono la loro gloria nel distruggersi; i popoli in caste o in partiti che si combattono e si dilaniano; in ogni città classi e partiti diversi si temono, si schiacciano: in ogni casa ognuno vorrebbe forse vedere scomparire qualcuno di quelli che vivono sotto il medesimo tetto e mangiano il medesimo suo pane. Un cozzo di interessi, l’egoismo che fraziona e porta ad una guerra continua. Senza Dio, dice un asceta, ogni uomo vivrebbe come il ragno, simbolo estremo dell’egoismo, che occupa solo la sua tela e divora ciò che viene a toccarla. Vi è nel Vangelo una frase che indica a quale sorte è destinato un regno senza unità: "Ogni regno in sé diviso, sarà desolato".
La croce, da cui pende il re dei re, ha distrutto la causa di divisione di mezzo ai veri seguaci: ha distrutto l’egoismo, stringendo tra le braccia grondanti sangue divino, tutte le anime redente, le quali, sull’esempio di Cristo che si è annientato per la salvezza dell’umanità, devono nella santità della vita e nell’ardore della fede vedersi figli di uno stesso Padre, destinati alla stessa gloria; tra i seguaci del Cristo si deve formare quell’unione che esiste tra le persone divine, in comunione di vita: tale fu il desiderio del Maestro divino il quale prega in cielo come aveva pregato in terra perché i figli di uno stesso padre formassero una cosa sola. Uniti come è unito il tralcio alla vite, ricevono la stessa vita di grazia, credono nelle stesse verità, ardono della stessa fiamma di carità. È chiaro che soltanto un regno spirituale, divino, può raggiungere l’unione vera di anime e di cuori.
Il Regno di Cristo è Regno di giustizia.
Generalmente noi significhiamo col nome di giustizia quella speciale virtù che ci induce costantemente a dare a ciascuno il suo e a rispettare i diritti altrui: ma la giustizia evangelica è qualche cosa di più grande e di più completo: è il trionfo della legge di Dio su tutto l’uomo, su tutte le sue azioni, su tutti i momenti della sua vita; è la veste nuziale, è la candida stola che non ha macchia. Come la bellezza della persona risulta dall’armonica perfezione di tutte le sue membra e viene guastata da ogni difetto, anche piccolo, che vi si riscontri, così la giustizia è la perfezione morale che si irradia da tutte le opere della vita, quella perfezione che, con vocabolo classico, nella teologia cristiana si chiama santità.
L’uomo che la possiede, cammina nell’ordine e adegua costantemente i pensieri, gli affetti, le opere a quel supremo diritto che si erige inviolabile e solenne sulla coscienza umana ed ha la sua radice nella perfezione infinita di Dio che è la giustizia per eccellenza. Perciò i santi si chiamano anche giusti. È questa la giustizia a cui è promesso il Regno dei Cieli. La croce sta ad indicare alla coscienza umana la riparazione compiuta da Cristo della giustizia divina violata dal peccato, il ritorno all’ordine nei rapporti tra la creatura e Dio.
Il Regno di Cristo è regno di Amore.
Ce lo predica Gesù Cristo dalla croce: ha amato i suoi fino alla morte. E i seguaci di Cristo dovranno amare come ha amato il loro capo. Questo è l’aspetto emotivo o sentimentale del cristianesimo. Domandate ai missionari che logorano la vita nelle regioni inospitali, domandate alle suore che passano l’intera esistenza negli ospedali a curare certi ruderi umani che fanno ribrezzo, perché tanti sacrifici e tanti eroismi?
Essi vi risponderanno con quel gesto con cui rispose don Bosco alla sua madre Margherita, quando questa, dopo dieci anni passati a far da mamma agli orfani nella casa di Valdocco, voleva ritornare alla casetta di Morialdo per passarvi nella quiete gli ultimi anni di vita. Alle ragioni umane della madre, don Bosco rispose volgendo lo sguardo al Crocifisso che pendeva alla parete. La madre comprese, rimase nell’oratorio a lavorare e a morire. Levate dal Cristianesimo la molla dell’amore verso il divin Redentore e avrete levato tutto il lievito che produce quegli eroismi di sacrificio e di carità che sbalordiscono il mondo.
Infine il Regno di Cristo è regno di Pace.
Infatti il cristiano, per opera della Redenzione, riebbe l’amicizia di Dio, fu perdonato, lavato dal sangue divino da ogni macchia che lo rendeva oggetto di ribrezzo a Dio. Questa armonia stabilità tra Dio e l’anima non può continuare se non si stringe anche tra creatura e creatura. Questo Regno non conosce l’odio, ma solo la carità che lenisce ogni sofferenza. Non conosce la vendetta, ma solo il perdono; non gode dell’ingiustizia, ma riconcilia l’anima nel bacio di pace.
Mentre ogni angolo della terra, ogni popolo è turbato dalla tempesta, gli occhi e i cuori di coloro in cui resta ancora un sentimento di buona volontà, si rivolgono verso l’Unico da cui deriva la salvezza del mondo, verso l’Unico, la cui verità e il cui amore possono illuminare le intelligenze di tanta parte dell’umanità immersa nell’errore, nell’egoismo, nei contrasti e nella lotta per riordinarla nello spirito della Regalità di Cristo.
Si diffonda questo spirito di unione, di giustizia, di amore e di pace nella società così divisa dall’odio e dalla sete di ricchezze; si diffonda nella famiglia che possa diventare palestra di virtù, santuario di onesta; si diffonda tra individuo ed individuo in maniera che il mondo possa gustare, dopo tante sofferenze e lacrime e sangue, la pace di Cristo nel Regno di Cristo.
Brano evangelico: Matteo, 5, 1-12.
Festa di Tutti i Santi
In Roma, molto prima del Cristianesimo, un architetto, Marco Agrippa, aveva costruito un tempio magnifico, detto Pantheon, consacrato al culto di tutti gli dei, noti e ignoti.
Dopo la conversione di Roma al Cristianesimo quel tempio non fu distrutto: fu trasformato in tempio cristiano, dedicato da Bonifacio IV al culto dei martiri cristiani che in ogni parte del mondo avevano versato il sangue per Dio.
Se la coscienza cristiana riteneva doveroso l’onorare anche quei martiri nascosti che pur avevano dato la vita per la causa di Cristo, non poteva dimenticare quei molti cristiani che resero testimonianza al Cristo con l’eroismo nascosto delle loro virtù. Di quanti santi noi non conosciamo né la storia, né il nome: e non crediamo che santi siano solo i canonizzati dalla Chiesa che hanno una festa particolare nel ciclo liturgico dell’anno. La schiera dei santi ignoti è innumerevole: san Giovanni, nella visione apocalittica, ci parla di una "turbam magnam quam denumerare nemo potest". Non è giusto che molti di questi eroici cristiani siano dimenticati e non è bene perdere la loro preziosa protezione: di qui il senso della festa odierna.
Alle volte, nel nostro piccolo cervello, si formano dei preconcetti che sformano il giudizio: così ad esempio è santo chi può provare col miracolo la sua santità e dimostrare il suo potere di intercessione. Come se Dio, a titolo di amicizia, sia obbligato infallibilmente a confermare col miracolo ogni santità.
Non è il miracolo che fa il santo: tutt’al più può essere una prova: ma la fedeltà alla dottrina di Cristo che raggiunge la sua perfezione nelle beatitudini. Egli, il Signore, definisce con chiarezza i fortunati cittadini del cielo: là sul monte dove per la prima volta all’umanità è indicata la sua vera felicità, con un linguaggio nuovo, non mai udito, in contrasto con le idee del mondo, descrive la nuova generazione a cui son schiuse le porte del regno.
Fermiamoci ad ascoltare la voce del Redentore, levatasi a proclamare i nuovi beati del Regno.
Beati i poveri di spirito, cioè coloro che se anche posseggono qualche ricchezza, vivono in spirito di povertà, facendo parte ai fratelli di quello che hanno; e non sperperano… e non sono avari. Costoro saranno degni di godere la vera ricchezza.
Beati i mansueti, coloro che sanno compatire, che non si adontano e non si adirano per i torti che possono ricevere, che sopportano avversità e molestie senza imprecare o maledire… Questi saranno i veri dominatori perché il bene vince sempre il male.
Beati coloro che piangono perché nessuna lacrima va dispersa e il pianto di chi soffre con fede, con rassegnazione, con speranza nelle divine promesse, sarà degno d’essere consolato.
Beati i famelici e sitibondi di giustizia… Coloro che giustamente operano e giustizia desiderano e attuano intorno a sé… perché di giustizia saranno saziati nel Regno dei giusti.
Dai Verbali delle adunanze del Consiglio di Presidenza
della Gioventù Femminile di Azione Cattolica
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, ottobre 1938
Il Consiglio di Presidenza si riunì per disporre sul da fare per dare il benvenuto al nuovo rev. Assistente. Fu stabilito di organizzare una piccola accademia con recita di poesie e canti.
La presidente esortò le dirigenti a pregare tanto perché il nuovo rev. Assistente possa compiere tanto bene a favore della nostra associazione.
Dopo le preghiere solite si sciolse l’adunanza.
Segretaria Presidente
Duchessa Severina Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 1° venerdì di dicembre 1938
Dopo le funzioni, il Consiglio di Presidenza, composto dal rev. Ass., dalla Presidente, dalla segretaria e dalle delegate delle sezioni minori si riunì in casa parrocchiale per l’adunanza mensile.
Premessa preghiera d’apertura, il rev. Ass. diede il pensiero religioso.
Il rev. Ass. raccomandò di adoperarsi per celebrare solennemente la festa della Madonna Immacolata. Venne deciso di invitare tutta l’associazione alla S. Comunione con il velo bianco e dopo il vespro si terrà un’adunanza generale nel salone parrocchiale.
Con le preghiere di chiusura, la riunione si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 6 gennaio 1939
Il Consiglio di presidenza si riunì per l’adunanza mensile. Dopo le preghiere di apertura il rev. Ass. diede il pensiero religioso.
Si è poi deciso di invitare tutte le giovani e le piccole alla S. Comunione per la festa di S. Agnese. Il rev. Ass. ha assicurato che in tale festa terrà alla Messa prima un discorsino d’occasione.
Dopo breve preghiera l’adunanza si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 1° venerdì di febbraio 1939
Il Consiglio di presidenza si riunì in casa parrocchiale per l’adunanza mensile. Prese la parola il rev. Ass. raccomandando alle dirigenti di pregare per la buona riuscita della Giornata della giovane che si terrà nella nostra parrocchia. Si recitarono poi le preghiere di chiusura.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 3-3-1939
Dopo le funzioni del 1° venerdì il Consiglio di presidenza si riunì per l’adunanza mensile. Mancava il rev. Ass. essendo occupato in chiesa per il catechismo dei bambini.
Le dirigenti, dopo aver discusso parecchio sull’iniziativa migliore per raccogliere una buona somma per la giornata universitaria, deliberarono di confezionare una torta e di metterla alla riffa.
La presidente ha poi raccomandato di adoperarsi tutte a preparare tutto per bene per il prossimo ricevimento di Mons. Vescovo.
Ha pure raccomandato di partecipare tutte alla scuola di canto tenuta dal sig. Prevosto prima del Vespro.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Nel retro della pagina, con il sigillo vescovile si trova la seguente scritta:
visto e approvato nella 3° Visita Pastorale di S. Ecc. Mons. Giuseppe Castelli.
Castiglione Ossola, 28.03.1939
Can. Giov. Barlassina convis.
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 1° venerdì di giugno 1939
Dopo le funzioni, il Consiglio di Presidenza si riunì per la solita adunanza. Dopo le preghiere di apertura il rev. Ass. diede il pensiero religioso.
Il rev. Ass. disse poi che tutti i mesi, alla terza domenica, ci sarà il ritiro mensile, ha vivamente raccomandato alle dirigenti di partecipare tutte e alla loro volta di raccomandarlo alle socie. Si recitò una breve preghiera e la riunione si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 1° venerdì di ottobre 1939
Il Consiglio di presidenza si riunì per l’adunanza. Recitate le preghiere di apertura il rev. Ass. diede il pensiero religioso.
Ha poi vivamente raccomandato alle dirigenti di adoperarsi assiduamente in maniera che per il prossimo anno sociale ci sia nella nostra associazione qualche nuovo elemento.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, (novembre) 1939
Il Consiglio di presidenza si riunì per l’adunanza solita. Dopo le preghiere di apertura il rev. Ass. diede il pensiero religioso.
La presidente raccomandò alle delegate delle sezioni minori a sollecitare le aspiranti e beniamine ritardatarie a versare subito la quota per la Pagella di iscrizione per non correre il rischio di perdere i primi numeri dei giornali.
Il rev. Ass. raccomandò poi di avvisare tutta l’associazione perché nessuna manchi alla Comunione generale il giorno della Madonna Immacolata.
Con le preghiere di chiusura la riunione si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, gennaio 1940
Dopo le funzioni del 1° venerdì il Consiglio di presidenza si riunì per l’adunanza solita. Premessa preghiera di apertura il rev. Ass. diede il pensiero religioso. Disse poi che verso la fine del mese si terrà nella nostra parrocchia la settimana della giovane con conferenze tenute da un sacerdote forestiero e l’ultima conferenza da una propagandista. Raccomandò quindi alle dirigenti di pregare tanto per la buona riuscita di questa iniziativa.
La presidente espresse il desiderio di regalare a tutte le giovani lavoratrici un numero del giornale "Squilli per le lavoratrici" per dar modo alle giovani di apprezzarlo ed avere poi qualche abbonata.
Si sciolse l’adunanza con breve preghiera.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 1° venerdì di febbraio 1940
Come al solito il Consiglio di Presidenza si riunì per l’adunanza mensile.
Dopo le preghiere di apertura, fu deciso di benedire e distribuire le pagelle di iscrizione domenica 4 febbraio in chiesa parrocchiale durante il Vespro. Il rev. Ass. ha promesso che dirà due parole per far capire l’importanza della Pagella di Iscrizione. Il rev. Ass. ha raccomandato di pregare tanto per riparare al grande male che dilaga in questi ultimi giorni di carnevale.
Con breve preghiera la riunione si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 1-3-1940
Dopo le funzioni del 1° venerdì il Consiglio di Presidenza si riunì per l’adunanza mensile. Dopo la preghiera il rev. Ass. esortò le dirigenti ad adoperarsi tutte per la prossima Giornata universitaria. Fu stabilito di organizzare una specie di accademia con canti e proiezioni e la confezione di una torta da estrarsi fra gli acquirenti di numeri a £ 0,30 l’uno; le dirigenti promisero pure di trovarsi in detta giornata prima e dopo le funzioni alle porte della chiesa per la questua. Per ultimo il rev. Ass. raccomandò di far precedere a tutto la preghiera perché senza l’aiuto di Dio tutti i nostri sforzi sarebbero vani. Con le preghiere di chiusura la riunione si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 3-5-1940
Come il solito il Consiglio di Presidenza si riunì per l’adunanza mensile. Dopo le preghiere il rev. Ass. diede il pensiero religioso. Fu stabilito di organizzare entro il mese di maggio un piccolo pellegrinaggio al santuario della Madonna della Gurva di Calasca per impetrare la pace.
Il rev. Ass. fece ancora varie raccomandazioni alle dirigenti.
Una breve preghiera e la riunione si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Duchessa Severina sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 31 dicembre 1940 - XIX
Oggi, dopo i vespri ci siamo riunite noi dirigenti per l’adunanza di Consiglio. Si recitò la preghiera per l’apertura. Erano presenti l’Assistente, la Presidente, la segretaria, la cassiera e le delegate.
La Presidente disse che si deve far propaganda per la buona stampa. L’Assistente disse che dovremo fare una Giornata della giovane. Disse pure che bisognerà fare qualche cosa perché siamo scarse di fondi, così si decise che si farà delle proiezioni e qualche rifa. Fu pure stabilito di fare dire una Messa per i soldati; e di fare pure la consacrazione al Sacro Cuore. La Presidente disse che le beniamine sono diminuite e quindi bisogna farle di nuovo aumentare. Si raccomandò pure di essere più assidue alle adunanze. L’Assistente ci fece recitare la preghiera di chiusura e si sciolse l’adunanza.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Paita Genoveffa sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 16 febbraio 1941 - XIX
Come il solito il Consiglio di Presidenza si è riunito per l’adunanza mensile. Si è recitata una preghiera per l’apertura dell’adunanza, fu deciso che per le Sante Quarant’ore si distribuirà e benedirà le pagelle di iscrizione. Fu pure deciso per la Giornata Universitaria. Il reverendo Parroco disse che bisogna lavorare anche se c’è la guerra, quindi fu stabilito una piccola accademia, delle poesie e delle proiezioni. Il reverendo Parroco lesse un pensiero religioso e con una breve preghiera l’adunanza si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Paita Genoveffa sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, 16 marzo 1941, XIX
Come il solito di ogni mese si fece l’adunanza. Venne il rev. Assistente, la Presidente, la segretaria e le delegate Beniamine e Aspiranti.
Dopo aver recitato una preghiera per l’apertura il reverendo Assistente chiese alla Presidente che cosa avesse da decidere. Allora fu stabilito di fare una torta per la Giornata Universitaria e poi di fare l’accademia e di preparare la giornata specialmente con la preghiera. L’Assistente raccomandò di studiare con buona volontà perché presto ci saranno gli esami. Si decise di fare le adunanze invece che al pomeriggio al mattino prima della Santa Messa perché molte vanno sugli alpi. Si recitò una preghiera di chiusura e l’adunanza si sciolse.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Paita Genoveffa sac. Giuseppe Rossi Sonzogni Maria
Anno sociale 1943-44
Cor Jesu adveniat regnum tuum! Adveniat.
In nome di Dio così sia.
Castiglione, III (domenica) di novembre 1943
Oggi il sig. Assistente ha parlato l’ideale e i sogni di una giovane di 18 anni.
Questa giovane ha fatto tre sogni:
1° Di essere apostola nel mondo; ma poi ha pensato chissà se poi avrò la capacità di salvare le anime.
2° Se restasse vergine, ma poi ho paura di non rimanere, perché è vita troppo difficile da osservare e pesante.
3° E se dovessi sposarmi chissà se poi mi incontro con un giovane che abbia l’ostesso ideale come me. Allora sì; potrei diventare una madre cristiana e Santa. Ma mentre dovessi incontrarmi male con uno qualunque chissà che inferno dovrò passare.
Ecco questo sarebbe il mio ideale.
Pratica: tutto questo significa e ci fa vedere come si deve pensare e pregare prima di sceliere una via sicura, se non vogliamo pentirci dopo.
Su coraggio dunque care Socie serviamo il Signore con gioia.
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Pierina Mezzadonna sac. Giuseppe Rossi Genoveffa Paita
In nome di Dio così sia.
Castiglione, III (domenica) di dicembre 1943
Oggi il Signor Assistente ha continuato sull’argomento: l’ideale e i sogni di una giovane. C’era un giovane che chiedeva informazione ad un padre e gli diceva: che non era capace di trovare una giovane come gli piacesse a lui; allora questo padre gli rispose:
Guarda un giardino ove ci sono tante margherite, ce ne sono diversi colori e odori. Ebbene tu devi sciegliere quelle più profumate; così è della giovane. Tu devi sciegliere quella più virtuosa, che si comporta da vera giovane. Poi diceva ancora: a me piacerebbe trovare una giovane e poi prima di contrarre il sacramento del matrimonio di fare o sarebbe bene gli Esercizi Spirituali tutte e due; allora sì che si formerebbe bene la famiglia più facile cristianamente.
Pratica – noi care Socie dobbiamo di essere in mezzo alle margherite odorose e mantenere sempre il buon profumo così qualora che vogliono raccoglierci, non restiamo un giorno mortificati di essere rifiutate da tutti. Servite Domino in letizia
Segretaria Ass. Eccl. Presidente
Pierina Mezzadonna sac. Giuseppe Rossi Genoveffa Paita
Circa la San Vincenzo del tempo di don Rossi
La San Vincenzo era stata fondata dal predecessore don Fedele Balzano che aveva anche riorganizzato l’Azione Cattolica femminile con il Circolo Santa Teresa delle giovani e il gruppo delle Donne; la sede era stata ricavata nei vani del piano inferiore della casa parrocchiale. In seguito vi era pure allestita una graziosa sala teatrale con tanto di piccolo palcoscenico.
La Conferenza di San Vincenzo poteva rappresentare al continuità e l’aggiornamento della più antica Congregazione della Carità, costituita in molte parrocchie di montagna per sovvenire alle necessità dei poveri.
Dai registri della San Vincenzo si ricava quanto segue:
Tutti gli anni veniva organizzato un pranzo dei poveri nella festa di San Vincenzo. Ogni mese, presso i due negozi Bronzini e Paita vi era una considerevole spesa per l’acquisto di viveri a favore dei poveri; qualche acquisto presso il negozio Scagni che aveva una macelleria.
Nel 1945, dopo la morte di don Giuseppe, vengono soccorsi i sinistrati, soprattutto con il dono di abiti a coloro che ebbero le case bruciate dai fascisti.
Fu pure zelatore delle Opere Pontificie Missionarie e cercò di diffondere la stampa missionaria con riviste e bollettini, servendosi dei fanciulli e delle fanciulle dell’associazione cattolica. Anche la "buona stampa", come veniva definita in gergo, venne organizzata attraverso a ragazzini guidati dalle signorine della Gioventù Femminile di Azione Cattolica con lo scopo di diffondere giornali e settimanali, soprattutto nel giorno festivo.
Curò anche la formazione dei chierichetti per un adeguato servizio liturgico all’altare (cfr il capitolo "Pastore e padre" in ANGELO L. STOPPA, Il parroco Giuseppe Rossi, eroe della carità, Stampa Diocesana, Novara 1986, pp. 43-60).
Durante la guerra si muoveva con la bicicletta, non praticò mai la borsa nera. Riuscì a portare dieci chilogrammi di riso, acquistati nella bassa per i bisognosi. Quel riso però venne poi rubato dagli sgherri fascisti (Stoppa, p. 73).
Rendiconto parrocchiale redatto da don Giuseppe Rossi
Eccellenza Ill.ma e Rev.ma
Approfitto delle disposizioni emanate dalla bonta di Vostra Eccellenza per alleviare le difficoltà finanziarie dei suoi sacerdoti e presento il bilancio attivo della Parrocchia di Castiglione per l’anno 1944, accettando grato animo, quella assegnazione che Vostra Eccellenza vorrà accordare.
Altre notizie
Don Rossi venne ordinato prete nella Cattedrale con altri dieci compagni, a 26 anni, il 29 giugno 1937. La liturgia iniziò alle 6.30 e si concluse alle 8.15. L’omelia del Vescovo, mons. Giuseppe Castelli, è riassunta dal Presule nel suo diario con queste parole: "Filii dilectissimi, diligenter considerate ordinem per vos susceptum ac onus humeris vestris impositum… Quale onore! Pensate a Stefano, a Lorenzo, pensate a Pietro, a Cristo. Sacerdos alter Christus. Ma quale onere! La sorella di mons. Maurice D’Hulst che gli manda un’immagine su vi scrive: ne sois jamais pretre, sanse etre hostie. Quindi immolarsi come Cristo in tutto per fare la volontà del Padre, nel dominio di sé, delle passioni, della volontà, dell’obbedienza e rispetto dei Superiori, nell’amore al Papa".
Sull’immagine della Prima Messa fece scrivere: in alto a destra in corsivo: Adveniat Regnum Tuum (una chiara adesione alla regalità di Cristo, inculcata dal Papa Pio XI). Al centro: Giuseppe Rossi (a capo) sacerdote. Sotto: Novara, 29 giugno 1937. Sotto: Varallo Pombia, 4 luglio 1937. In fondo a destra la frase programmatica: Darò quanto ho anzi / darò tutto me stesso / per le anime vostre (San Paolo).
Celebrò la Messa il 30 giugno a Fornero (Valstrona), dov’era Parroco don Giovanni Preti, che tanta parte ebbe nella maturazione della vocazione di don Giuseppe. Anche il 1° e il 2 luglio celebrò a Fornero, il 3 luglio celebrò a S. Martino di Vignone, dov’era Parroco il can. cav, Antonio Franchini di Varallo Pombia (era anche presente don Giovanni Paita, coadiutore di Bureglio, nativo di Castiglione Ossola).
Finalmente il 4 luglio 1937 celebrò in modo solenne la Messa a Varallo Pombia. Ritornò spesso a Fornero dove c’era don Giovanni Preti; dal 15 al 27 agosto 1937 celebrò a Campello Monti.
Con l’ottobre 1937 celebrò in varie Parrocchie di Novara. La Prima Messa celebrata a Castiglione come Parroco fu il 31 ottobre 1938. Nell’entrata a Castiglione la Parrocchia gli regalò la mozzetta, distintivo del Parroco.
Occorrerà rintracciare i Registri delle Messe.
Nell’anno scolastico 1933-34 si iscrisse alla Congregazione dell’Immacolata presente nel Seminario Urbano di Novara.
Il 28 maggio 1931 venne accolto tra i Terziari Francescani, presenti anche in Seminario.
REGISTRO DEI VERBALI DELLE CONGREGAZIONI FORANEE
DEL VICARIATO DI BANNIO
Anno 1944
Anche in quest’anno le Congregazioni furono tenute in forma privata causa la guerra.
Quest’anno fu il più burrascoso e doveva continuare con l’anno 1945 il più terribile e disastroso, e Dia…
Chi mai avrebbe detto e pensato che la nostra (valle) sarebbe stata provata da tanti dolori?
Anno 1945
Il 26 febbraio la storia di Valle Anzasca registra la morte tragica del Prevosto di Castiglione, sac. don Giuseppe Rossi da Varallo Pombia.
(Un’altra mano scrive) Trucidato dai nazi-fascisti.
Anno 1945
Anche in quest’anno 1945 le Congregazioni per le continuate difficoltà, furono tenute in forma privata nella Parrocchia di San Carlo.
Il provicario d. Eugenio Manini.
COMUNE DI CALASCA CASTIGLIONE
COPIA INTEGRALE DELL’ATTO DI MORTE
desunto dagli atti di stato civile dell’anno 1945 – parte I – atto n. quattro
L’anno millenovecentoquarantacinque, addì 4 del mese di marzo alle ore 18 e minuti trenta nella casa comunale.
Avanti di me Ferraris Mario, commissario prefettizio, ufficiale dello stato civile del Comune di Calasca Castiglione è comparso Paita Costantino di fu Pietro, di anni 47, agricoltore, residente in Calasca Castiglione, il quale, alla presenza dei testimoni Luchessa Valentino di fu Giovanni di anni 38, operaio residente in Calasca Castiglione e Bronzini Luigi di fu Carlo, di anni 45, operaio residente in Calasca Castiglione, mi ha dichiarato quanto segue:
il giorno 26 del mese di febbraio dell’anno 1945, alle ore 21 e minuti 0, in località Riale sotto la strada provinciale in Castiglione è morto Rossi don Giuseppe dell’età di 32 (anni), di razza…….. residente in Calasca Castiglione, parroco, che era nato in Varallo Pombia da Gerolamo, residente in Varallo Pombia e da De Ambrogio Angiolina, casalinga, residente in Varallo Pombia e che era celibe.
NOTIZIE SULLA GIORNATA DEL 26 FEBBRAIO 1945
E SUI PROTAGONISTI
I fascisti appartenevano alla Brigata Nera Corrao-Ravenna, battaglione Ettore Muti. Il battaglione si fermò nelle valli dell’Ossola e del Lago Maggiore fino al 23 aprile 1945, con sede a Pieve Vergonte e presidio a Castiglione.
Dopo la fine della guerra le Corti d’Assise straordinarie di Ravenna e di Novara processarono i responsabili delle rappresaglie.
A Novara è processato il 7 novembre 1946 Rodolfo Badiali (nato a Faenza, residente a Brisighella, Via Maglione 25, deceduto nel 1986); fu condannato a 24 anni con condono di un terzo; interpone ricorso e chiede grazia, che gli venne poi accordata, dopo l’intervento della madre presso don Severino Cantonetti per ottenere il perdono dai famigliari di don Rossi.
A Ravenna, con sentenza 13 dicembre 1945, viene condannato a 30 anni Sciumarini Francesco (di Forlì, Rocca S. Casciano) che fece parte del presidio di Castiglione.
A Ravenna condanna a morte per fucilazione alla schiena di Raffaeli Natale di Faenza (viene condannato per i fatti di Pieve Vergante). Il figlio di costui, Raffaeli Raffaele, già famigerato segretario politico del Fascio di Faenza, non compare in alcun processo benché fosse comandante del presidio di Castiglione: sarà stato passato per le armi mentre il 23 aprile puntava verso la Svizzera? Di costui sarebbe interessante capire la fine perché non lo si trova tra gli imputati. Del padre di lui se effettivamente fu fucilato (annotazioni di don Stoppa).
Tra i processati a Novara compare anche un Raffaeli Domenico, certamente implicato
Artefici dell’assassinio
Anche se la testimonianza di Ada Piffero parla di sei fascisti che prelevarono don Rossi, sembra da altre fonti più probabili che i fascisti fossero tre: il cuoco del presidio, il maresciallo napoletano, detto il "Balordo", lo "Zoppo", (probabilmente ucciso a Migiandone) e un piccolotto, detto "Gramigna". Costui, tra le 19 e le 20, rientrò in casa di De Andrea a lavarsi le mani, sporche di terriccio e di sangue.
Sembra che Badiali non fosse dell’idea di uccidere il prete (così almeno nella deposizione al processo). Prese il sopravvento la soldataglia. I fascisti rimasti vittima dell’aggressione del 26 febbraio furono: A. Bolognesi e A. Bondanesi: i loro nomi scritti in rosso su casa Birocchi dettero il nome al presidio.
Uno dei militi giunti il 26 febbraio era Ventura Adriano (in realtà si chiamava Livio) scappò in data imprecisata dal presidio; fu catturato dai partigiani nei boschi di Anzino; fucilato fu dal podestà fatto seppellire nel cimitero di Anzino.
Il 30 marzo 1945, venerdì santo, i fascisti di Castiglione invasero Anzino, saccheggiarono e arrestarono don Eugenio Manini, Parroco, condotto al cimitero a disseppellire un commilitone, ucciso dieci giorni prima circa.
Don Severino Cantonetti, successore di don Rossi, afferma di avere scritto due volte in risposta alle lettere della madre di Badiali. Nella seconda risposta, la più importante dell’8 luglio 1947, in risposta a quella del 5 luglio, scriveva: "Io, personalmente, sono disposto ad ogni perdono, ma non potrò mai dimenticare e predicare l’efferato massacro della persona di don Rossi e di altri caduti".
Ho firmato anche una dichiarazione, in favore della supplica di grazia del Badiali. Due parrocchiane, Tamoni Lucia in Faggi e Panighetti Palmira in Macri, la prima madre di partigiani, la seconda sorella di un fucilato in paese mi hanno liberamente seguito su questa strada di perdono cristiano.
Elenco degli ostaggi della tragica giornata del 26 febbraio 1945
Degli ostaggi 26 sono di Castiglione. Durante la giornata, presso il comando del Presidio fascista furono però fermate provvisoriamente e interrogate altre persone del paese e della valle.
Anche a Castiglione si formò il comitato clandestino di liberazione, così composto:
Il Comitato era sorto nel 1943 su iniziativa di Paita Costantino, uomo di alti sentimenti di libertà.
DOCUMENTI UFFICIALI DEL COMITATO
LIBERAZIONE NAZIONALE ALTA ITALIA
Dichiarazione
A richiesta si dichiara:
Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia
Comune di Calasca Castiglione
Il Presidente Luchessa Giovanni
Calasca Castiglione, 7 maggio 1945
Dichiarazione
Vittorio Veneto, 16 novembre 1945
Al Comitato Liberazione Nazionale
Faenza
OGGETTO: testimonianza contro il tenente Badiali della Brigata Nera "Carrao", battaglione Muti
Il sottoscritto Costantino Paita, fu Pietro, già membro del CLN di Calasca Castiglione (Novara), durante il periodo della resistenza, catturato dal reparto comandato dal suddetto ufficiale, ha già avuto occasione di presentare, per incarico del predetto comitato, regolare denuncia contro ufficiali e militi della Brigata in oggetto.
Comunque, a conoscenza che il Badiali è stato finalmente arrestato, il sottoscritto non può rinunciare a confermare quanto segue:
1. Il 26 febbraio 1945, dopo l’attacco delle forze partigiane al reparto del Badiali e come rappresaglia bestiale alle perdite subite (e giova notare in proposito che si partiva sempre dal balordo concetto della "imboscata", mentre veri militari avrebbero sempre dovuto viaggiare con almeno le più elementari precauzioni ai fianchi ed alle spalle), i militi, al comando del Badiali stesso, allora maresciallo, poi promosso tenente a seguito del suo brillante comportamento e del capitano Raffaeli, uccidevano a randellate il parroco del paese, don Rossi, occultando il cadavere e seppellendolo poi alla meglio in un’anfrattuosità del terreno, vicino al torrente "Uria".
Successivamente, anche un partigiano, certo Panighetti, veniva colpito a morte in casa di altro partigiano (Faggi) e la sua agonia durò circa otto ore, senza che nessuno potesse intervenire, richiamato dai suoi lamenti, per la minaccia degli "sgherri" che appunto impedivano qualunque soccorso tendente ad alleviare le sofferenze del partigiano.
Venivano seviziati parecchi elementi sospetti di aiutare i partigiani.
2° I militi, sempre al comando del Badiali e del Raffaeli, incendiavano nove case del paese (più precisamente delle frazioni Pisoni, Case Paita e Ronco di Santa Lucia) negando persino la possibilità di salvare le suppellettili e la biancheria ed il denaro contenuto in armadi. Visto poi che i "voltini" delle cantine avevano resistito ed il vino si era salvato, bucavano le botti per disperdere il liquido!
Al Ronco di Santa Lucia, all’apicoltore Luchessa Giovanni, veniva, per raffinata barbarie, incendiato l’apiario.
3° Avveniva successivamente ancora il saccheggio di tutto quanto capitava sottomano ed i militi si comportarono come in terra africana dopo una rivolta degli abissini.
4° I militi bruciarono, in proseguo di tempo, sempre al comando del Badiali e del Raffaeli, altre 14 case a Bannio e uccidevano altro partigiano, saccheggiando alberghi ed osterie in quella località.
5° Il Badiali ed il Raffaeli avevano la spudoratezza di dare colpa ai partigiani dell’uccisione del parroco, lanciando un "manifesto" alla popolazione e chiedendo la sua collaborazione per la scoperta dei colpevoli e minacciando in caso di ulteriori attacchi ai fascisti lo sterminio.
Il manifesto, a firma autografa del Badiali, venne consegnato a suo tempo al C.L.N. zona Ossola.
6° I militi, sotto gli ordini del Badiali, tenevano in istato di terrore la popolazione per circa due mesi e la uccisione del parroco è impressione generale che avvenne per iniziare il terrore stesso, in considerazione del sentimento religioso piuttosto radicato negli abitanti del paese e la forte impressione che ne sarebbe derivata. Ogni forma di imposizione venne utilizzata e la popolazione venne vessata in ogni guisa.
Il sottoscritto è stato trattato con umanità dal Badiali, all’atto della cattura e in compagnia della "staffetta" Teresina.
Non ha quindi alcun motivo di rancore personale contro il Badiali, ma dichiara che ha ancora davanti agli occhi lo spettacolo degli incendi e delle uccisioni e non può certo nemmeno dimenticare come venne costretto ad assistere, subito dopo la cattura, alla distruzione della casa del partigiano Faggi, poiché s’intese con tale atto, di fare della rappresaglia a seguito dell’attacco alla macchina del comandante la brigata, avvenuto appunto nel pomeriggio del 13 aprile, quando lo scrivente e la Teresina vennero catturati nelle immediate vicinanze.
Il sottoscritto non chiede alcuna vendetta, ma solo che la giustizia abbia il suo inesorabile corso.
In nome del popolo italiano
la Corte Straordinaria di Assise di Novara
Sezione speciale
composta dagli illustrissimi signori
dott. Giovanni Roitan
dott. Francesco Faranda
Cappa Piero
Accomazzi Enrico
Maierna Pietro
Scaramuzzi Luigi
Bossetto Guido
ha pronunziato la seguente sentenza nella causa penale contro BADIALI RODOLFO di Domenico e di Cobianchi Italia, nato il 29.01.1910 a Faenza, detenuto dal 5.10.1945. Imputato di aver collaborato con il tedesco invasore per aver ricoperto la carica di segretario del Fascio repubblicano di Brisighella e comandante di quel presidio, per aver ordinata un’estorsione di rilevanti somme in danno della succursale di Faenza della Banca d’Italia e per aver disposta la cattura del direttore di questo Istituto, Caramucchi Cesare, per essersi adoperto della cattura di Caroli Carlo, per aver percosso e tentato di uccidere Cardi Giuseppe, malmenato Cicognagni Francesco e catturata Gentilizi Ada, per avere catturati il generale di brigata Liberani Antonio, il colonnello Cipriani Saverio e certi Baldi Eugenio e Bergamini Luigi, per aver segnalato ai tedeschi nomi di antifascisti, per avere presenziato alla fucilazione di cinque ostaggi fatta dai tedeschi, per aver diretto un rastrellamento nella zona di San Mamante Vespignano, Villarezzano e S. Stefano, per avere, quale commissario prefettizio del comune di Brisighella, requisito al dott. Ghetti Giorgio un’automobile per conto del comune che poi mise a disposizione della Brigata Nera, per aver partecipato in Marzano alla cattura di cinque patrioti, successivamente fucilati, per avere partecipato ad un tribunale che condannò a morte a S. Prospero sei patrioti, partecipando poi anche al plotone di esecuzione, per avere partecipato al saccheggio e incendio della casa colonica Placci, per avere requisito arbitrariamente due automobili al dott. Savietti Pietro in provincia di Ravenna, dopo l’8.09.1943, per avere collaborato col tedesco invasore, per avere compiuto atti di violenza e di terrorismo tendente a reprimere lo spirito pubblico e a menomare la resistenza degli italiani verso l’invasore tedesco.
In provincia di Novara, dopo l’8.09.1943, per avere dal febbraio al 25.04.1945, nella zona di Castiglione Ossola concorso al saccheggio di numerose case di abitazione e come comandante del locale presidio, ordinato l’incendio di case di abitazione e per avere inoltre concorso alle sevizie inferte al partigiano Panighetti.
Fatto e diritto
Badiali Rodolfo, iscrittosi nel 1943 al Fascio repubblicano, fu nominato commissario politico del Fascio di Brisighella e commissario prefettizio dello stesso comune.
La questura di Ravenna, a un suo rapporto 7.11.1945, denunciò il Badiali per avere nel settembre 1944, ordinato unitamente a Raffaeli Raffaele (famigerato capo dei brigatisti neri di Faenza) ed altri, l’estorsione a mano armata di rilevanti somme in danno della Banca d’Italia di Faenza, per avere il 1° settembre 1944, malmenato e poi tentato di uccidere Caroli Giuseppe, malmenato la moglie di costui Cicognani Marcella e tratto in arresto Caratilini Ada, moglie di Caroli Carlo che era ricercato per essere catturato; per avere, nei primi di agosto dello stesso anno, denunciato al comando tedesco e fatto catturare dallo stesso, il generale Liberali Antonio, il colonnello Saverio Cipriani, Eugenio Baldi e Vergnanini Luigi ed altre persone, tutte di Brisighella, le quali erano destinate alla fucilazione per rappresaglia, essendo stati uccisi cinque soldati tedeschi. Con altro rapporto del 27.09.1945 i carabinieri di Brisighella denunciarono il Badiali per avere nell’agosto del 1944 requisito una macchina FIAT 1500 di proprietà del dott. Ghetti che venne assegnata al servizio della Brigata Nera, invece di essere adibita al servizio del Comune di Brisighella, per il cui interesse era stata giustificata la requisizione suddetta dal relativo decreto emesso dal Badiali, quale commissario.
[…] Poi il prevenuto dalla zona di Faenza ripiegava con le forze repubblicane nel Nord e dal febbraio 1945 fino alla liberazione del territorio nazionale dal Nazifascismo fu di stanza nel comune di Castiglione (prov. di Novara). Il Comitato Liberazione Nazionale di detto Comune con rapporto 30.05.1945 accusava il Badiali di numerosi atti di collaborazionismo e in particolare: di aver sostenuto il 26.02.1945 combattimento contro forze armate partigiane in Castiglione, ordinando subito dopo l’incendio e il saccheggio di alcune case; di avere lo stesso giorno proceduto alla cattura di parecchie persone, alcune delle quali furono trattenute per otto giorni, mentre uno di costoro, il partigiano Panighetti Marino, tradotto al presidio di Pieve Vergonte, comandato dal Raffaeli, veniva mantenuto in stato di detenzione e il 7 marzo successivo veniva condotto in Castiglione e ivi ucciso in casa di altro partigiano; di aver fatto assassinare in concorso col Raffaeli, a colpi di calcio di fucile, il parroco don Giuseppe Rossi, prelevato quel mattino insieme agli altri, liberato fittiziamente dal Badiali e successivamente la sera stessa fatto prelevare di nuovo da quattro uomini per farlo uccidere brutalmente, buttandone poi la salma in un burrone; di avere in concorso col Raffaeli fatto affiggere un manifesto sottoscritto dal Badiali e dal Raffaeli dove si prometteva alla popolazione che i colpevoli dell’omicidio di don Rossi sarebbero stati ricercati e inesorabilmente puniti e si minacciava la popolazione sotto pena di gravi lutti di denunciare quanto fosse stato a sua conoscenza sui movimenti e le intenzioni delle forze partigiane; di avere preso parte a diversi rastrellamenti in Castiglione e Comuni vicini, tra i quali di particolare rilievo quello eseguito ad Anzino, dove furono bruciate due case, e quello di Bannio dove furono date alle fiamme dai fascisti dodici case; fu ucciso un partigiano e furono compiuti atti di saccheggio e furti vari; di avere ordinato e permesso ai propri militi, durante il periodo che fu di stanza a Castiglione, furti e rapine in danno della locale popolazione; di avere arrestato certo Paita Costantino e Silvetti Teresa, membro del C.L.N. locale, il primo e staffetta partigiana la seconda; di aver prelevato due mucche in danno di certo Faggi; di aver partecipato all’incendio delle case dei fratelli Faggi, partigiani, di avere invitati i sacerdoti don Ribuoni e don Visconti a predicare nelle chiese che se un solo colpo fosse stato sparato contro i militi sarebbero state distrutte tutte le case della Valle Anzasca.
Per rispondere di tutti i suddetti atti di collaborazionismo, di cui in epigrafe, il Badiali Rodolfo è stato tratto in giudizio davanti a questa Corte.
Nella risposta il Badiali, che ammette di essersi iscritto nel novembre 1943 al Partito Fascista Repubblicano, in ordine ai fatti specifici commessi in provincia di Ravenna, si è mantenuto negativo, ad eccezione delle requisizioni delle tre macchine di danno del Ghetti e del Savietti. Nell’ottobre ha riferito l’imputato di esseri trasportato al Nord, con le Brigate Nere, e di essere stato prima in provincia di Vicenza e poi in quella di Novara dal febbraio 1945 fino alla liberazione e di avere preso stanza col reparto in Castiglione. Nega e ha negato di avere esplicato quell’attività criminosa che gli si addebita, compiendo i rastrellamenti, gli incendi, i furti, i saccheggi, le catture, le uccisioni, di cui in denuncia, ammettendo di avere soltanto proceduto all’arresto del Paita e della Silvetti.
Per quanto concerne l’attività collaborazionistica in provincia di Ravenna, di fatti specifici a carico dell’imputati sono stati acclarati i tre atti arbitrari di requsizione delle macchine in danno del Ghetti e del Saviotti. Oltre la confessione dell’imputato che peraltro assicura di aver proceduto a tali atti per ordine del capo della Provincia per la prima macchina e per ordine del federla per le altre due, vi sono in atti i provvedimenti di requisizione sottoscritti dal Badiali. Tali atti, pur ammettendo che la macchina del Ghetti sia stata presa per ordine del Grazioli, prefetto, erano atti illegittimi sia nella forma come nella sostanza, perché fra l’altro nessuna mercede o corrisposta venne pagata né al Saviotti né al Ghetti; per l’intento poi miravano (quello cioè di mettere le vetture a servizio a disposizione delle forze ribelli della R.S.F.) gli atti stessi si qualificano quali veri e propri illeciti penali.
Risulta altresì acquisita la responsabilità del prevenuto in ordine alla delegazione al comando tedesco del Liverani e degli altri, sui quali doveva esercitarsi da parte di quel comando la rappresaglia per l’avvenuta uccisione di cinque soldati tedeschi. Sia il Liverani come il Cipriani e il Baldi seppero che loro erano stati accusati quali elementi indesiderabili, perché antitedeschi e antifascisti dal Fascio di Brisighella. Il Cipriani vide due liste di nomi in carta intestata al Fascio di Brisighella, a esso rammostrate dai soldati tedeschi che lo catturarono, così pure il Baldi vide il suo nome in una lista. Al Cipriani e al Baldi al momento di essere liberati dalle carceri di Forlì venne detto dai tedeschi che i loro nomi erano stati fatti dal Fascio di Brisighella; la moglie del Liverani ebbe le stesse informazioni da un ufficiale tedesco presso il quale fece vana opera di intercessione per ottenere la liberazione del marito e dallo stesso Badiali, quando a lui si rivolse insistendo per ottenere la libertà del marito s’ebbe questa risposta: "Non posso mettere dentro un altro per liberare suo marito". Frase, questa, in cui è implicita una manifesta confessione della responsabilità del fatto. Inutilmente si difende oggi il prevenuto asserendo che l’opera di delazione sia stata compiuta dall’altro Fascio di Fognano che aveva sede anch’esso in Brisighella. Lo smentisce la sua palesa assunzione di responsabilità del fatto su accennata; e se non fosse stato lui a presentare la lista delle persone da fucilare per rappresaglia, data la gravità del fatto, non avrebbe accettato con quella frase sopra ricordata, la paternità del malefizio altrui, ma dato che in paese il fatto aveva suscitato pessima impressione, avrebbe avuto l’interesse morale di dire che egli era estraneo alla delegazione e avrebbe inviato la signora Liverani presso quel dirigente del Fascio di Fognano che in oggi egli pretende di far credere avesse compiuto la delazione ai tedeschi del Liverani e delle altre persone, quali elementi antinazisti da eliminare.
[…] L’accusa contro il Badiali, relativamente a tali fatti è contenuta in una dichiarazione del milite Schiumarini resa in sede di indagini di pulizia e in cui lo Schiumarini si è reso confesso per alcuni delli stessi fatti da lui addebitati al Badiali in concorso col quale sarebbero stati consumati e per altri fatti connessi a quelli attribuiti al Badiali. Davanti al P.M. tutte le dichiarazioni accusatorie contro il Badiali furono ritrattati dallo Schiumarini che negò la verità delle accuse da lui mosse contro l’attuale imputato, il quale disse d’essere stato costretto a fare per violenze fisiche subite. In difetto di qualsiasi elemento probatorio per controllare quale delle due versioni dello Schiumarini sia la vera non può la Corte accedere ad una tesi di responsabilità per tali fatti.
[…] L’esame va ora portato sull’attività spiegata dall’imputato in provincia di Novara. Costui, per sua ammissione, dopo aver ripiegato nel Nord, colle Brigate Nere, il 26 febbraio 1945, giunse con queste a Castiglione dove prese stanza rimanendovi fino all’aprile 1945. Risulta accertato che il giorno dell’arrivo in Castiglione (26-02-1945) i fascisti al comando di Badiali, sostennero combattimento con elementi patrioti ed immediatamente saccheggiarono e poi diedero alle fiamme le case di Polidori Luigi, Narciso Amilcare, Luchessa Amelia, Ghisoli Guglielmo, Torlone Luigi. Nella stessa occasione i militi delle Brigate Nere, sempre all’ordine di Badiali, procedettero a numerosi arresti. Che tali atti criminosi fossero stati diretti e voluti dal Badiali, è stato assodato attraverso le deposizioni di testi de visu che assistettero ai fatti. Così il Luchessa Giovanni ha riferito di aver visto il Badiali comandare gli uomini che quel mattino del 26 febbraio saccheggiavano e incendiavano le case. Il teste, oltre ad essere stato spogliato della somma di £ 100.000 e della sua roba, ebbe la casa distrutta dalle fiamme e venne catturato dagli uomini del Badiali. Avendo chiesto ai militi i soldi, costoro gli risposero che li portavano al loro comandante. Anche al Badiali il teste chiese la restituzione dei soldi e quegli rispose che i suoi uomini non erano delinquenti. Il teste Narciso Amilcare fu pure lui arrestato dai militi, presente il Badiali, che li comandava; constatò inoltre il teste che i militi vuotavano le case e le incendiavano sotto gli occhi del loro capo, il Badiali. La testimonianza del Narciso conferma quella del Luchessa: è interessante sotto altro punto perché dice una circostanza che era rimasta adombrata non sicuramente accertata dalla deposizione Luchessa e cioè l’effettiva consegna al Badiali delle £ 100.000 rubate al Luchessa. Il Narciso vide infatti un milite, denominato Tripolino, consegnare un pacchetto di denaro al Badiali e subito venne informato dal Luchessa del furto dallo stesso patito di £ 100.000. Il rifiuto di restituire anche solo in parte la somma di cui il prevenuto era in possesso alla vittima illumina la personalità morale del reo, rivelandone la pervicacia nel tenere in vita le conseguenze del reato che egli era in grado di attenuare lenendo la miseria e il dolore che i precedenti suoi gesti criminali avevano causato al Luchessa.
L’Adobati Teresio, catturato dai militi del Badiali, sentì quest’ultimo dare ordine ai propri uomini di bruciare le case e poi al comando tedesco sentì il Badiali assicurare all’ufficiale tedesco che egli aveva dato tempo ai proprietari, contrariamente al vero, di portare via la roba dalle case. Risulta così accertata non solo la presenza fisica dell’imputato in luoghi del saccheggio e degli incendi, ma anche la parte direttiva e principale avuta dallo stesso prevenuto in tali fatti criminosi. Al prevenuto, al dibattimento dell’8.10.1946, sono stati in modo specifico contestati tali fatti, nonché le sevizie inflitte al partigiano Panighetti inflitte dai fascisti del Badiali. In ordine a dette sevizie il teste Narciso ha sentito dal Panighetti che costui era stato bruciato alla faccia e al petto con un giornale acceso e il teste Adobati vide un milite zoppo picchiare con un ferro il povero Panighetti. Non si sa se tali atti bestiali fossero stati ordinati dal Badiali o comunque se egli essendone a conoscenza avesse permesso si commettessero onde mancano elementi per far risalire la responsabilità di tali sevizie efferate all’imputato.
Questi, per quanto riflette i saccheggi, ha dedotto un alibi: durante i saccheggi e gli incendi egli si sarebbe trovato assente da Castiglione per essersi recato ad accompagnare ad Intra i militi che erano rimasti feriti nello scontro coi partigiani. A sostegno di tale assunto sono state dedotte ed assunte al dibattimento diverse testimonianze, le quali però, riunite, non hanno provato affatto che il Badiali, durante i saccheggi e gli incendi avvenuti a Castiglione si fosse trovato assente da tale località. Un milite della Brigata Nera Mazzi Giulio, rimasto ferito, ha detto che la partenza dei feriti da Castiglione per Intra avvenne verso mezzogiorno, che il Badiali era in una macchina che seguiva il camion dei feriti e accompagnò detto camion fino ad Intra, dove il teste solo verso le ore 15.00 rivide il Badiali. Il fatto che solo verso le 15.00 il teste rivide l’imputato in Intra prova abbastanza che la macchina non giunse insieme al camion dei feriti in detto comune, perché se fossero giunti insieme il teste avrebbe dovuto scorgere e la macchina e il Badiali che era al seguito del camion all’arrivo di quest’ultimo a Intra. Quindi è un’illazione arbitraria e congetturale del teste che il Badiali, a bordo della macchina, avesse seguito l’autocarro dei feriti. Può darsi che la macchina avesse magari per un certo tratto accompagnato il camion ritornando poi indietro e che non accortosi di tale manovra il teste fosse rimasto convinto che avesse invece continuato a seguire il camion. Né si può pensare (circostanza peraltro che il teste non ha affermato) che il percorso da Calasca Castiglione a Intra fosse stato coperto dalle due macchine in tre ore, tempo di gran lunga superiore a quello occorrente per coprire la distanza fra i suddetti comuni anche andando a velocità ridotta. Il teste Ferraris Mario in allora commissario prefetizio di Calasca a tale carica designato dal famigerato e sanguinario Vezzalini, prefetto di Novara, vide in Castiglione il giorno dello scontro delle brigate nere coi partigiani il Badiali assieme a dei feriti a bordo di una macchina e ciò sempre verso mezzogiorno. Poiché sappiamo che i feriti furono trasportati tutti quanti su un camion è da pensare che il Badiali trasportasse i feriti in macchina fino al camion per essere ivi caricati sull’altro automezzo e nulla dice che l’imputato avesse in effetti trasportato a bordo della sua macchina alcuni feriti nel comune di Intra.
Le altre testimonianze della teste Ricci e della teste Franzoni sono del tutto inconferenti alla tesi dell’alibi. La Ricci ha narrato di aver notato un giorno verso le dieci un gran movimento di macchine davanti ad un albergo di Intra e verso le ore 15.00 o 15.30 dello stesso giorno vide il Badiali che disse alla teste di aver portato dei militi feriti in uno scontro a Castiglione. Il Badiali, in occasione di tale discorso sui feriti, era già conosciuto dalla Ricci che cinque o sei giorni prima aveva visto il detto Badiali in Intra e l’aveva accostato, notando il suo accento romagnolo, per apprendere dalla sua viva voce notizie della Romagna, immaginando che fosse risalito da quella regione colle brigate nere ripiegate al Nord. E’ ovvio che il movimento di macchine cui si riferisce detta teste non era quello delle macchine che trasportarono i feriti fasciti del 26 febbraio 1945 da Castiglione, e ciò sia perché non si concilia l’orario riferito dalla Ricci (10 o 10.30) come ora d’arrivo dei feriti a Intra con l’orario di partenza indicato da uno dei militi feriti (il Murra) che dichiarò che la partenza avvenne alle 12.00 da Castiglione, sia perché, essendo giunte le brigate nere a Castiglione provenienti da Faenza il 26.02.1945, non è possibile che cinque o sei giorni prima dello scontro di Castiglione la Ricci avesse visto il Badiali a Intra e parlato con lui, onde il movimento di macchine, che la teste non ha saputo precisare se avessero trasportato o meno dei feriti e il successivo colloquio del pomeriggio verso le 15.00 tra la teste e il Badiali di cui si è fatto cenno e in cui l’imputato disse alla teste di un trasporto di feriti da lui effettuato al mattino si riferiscono sicuramente a un giorno posteriore di almeno una settimana – così si argomenta dalla deposizione Ricci – ai fatti di Castiglione e al trasporto di feriti avvenuto lo stesso giorno di tali fatti.
[…] Anche la Franzoni, presente come inserviente nell’albergo di Intra, parla di feriti, dice di aver visto la Ricci parlare "animatamente col Badiali", verso le 15.30 o le 16.00 ma non ricorda il giorno.
Neutralizzata così la prova dell’alibi, non può menomamente revocarsi in dubbio che l’imputato sia stato fisicamente presente a Calasca Castiglione durante le depredazioni e gli incendi e gli arresti compiuti il 26.02.1945 e abbia avuto in tali fatti la parte che gli attribuiscono i testi che lo videro in tale occasione, e lo rividero più volte al presidio locale di cui egli era comandante e dove essi furono condotti in stato di detenzione e una volta liberati dovettero avere più volte occasione di incontrarlo essendo rimasto il prevenuto comandante il presidio di Castiglione fino al crollo della Repubblica Sociale Fascista.
Nessuna responsabilità a carico del prevenuto è stata acclarata in ordine ai fatti di omicidio in danno del parroco don Giuseppe Rossi e in danno del partigiano Panighetti, anzi la sorella di quest’ultimo ha riferito in ordine a questo secondo episodio che il di lei marito, tenuto in ostaggio dai fascisti, seppe dal Raffaeli che era stato esso Raffaeli a uccidere il Panighetti.
È certo che il Badiali, insieme al Raffaeli, sottoscrisse un manifesto, affisso in pubblico e contenente minacce di gravi lutti alla popolazione se questa non avesse rivelato ai comandi fascisti i movimenti e le intenzioni delle unità partigiane. Vanamente oggi si difende il Badiali col dire che fu il Raffaeli a segnare il nome di esso imputato senza il di lui assenso in quel manifesto, dove le minacce erano precedute da ipocrite promesse di ricerche per rintracciare i colpevoli della soppressione di don Rossi, ucciso barbaramente a colpi di calcio di fucile, certo da fascisti rimasti sconosciuti. Il Badiali è pure colpevole della cattura del Paita e della Silvetti, fatto del quale egli è confesso, avendo ammesso di aver arrestato due persone. Come pure responsabile è il prevenuto del prelevamento di due mucche di proprietà di certo Faggi.
[…] Per tali fatti, nonché per le considerazioni che esulano dall’attività criminosa dell’imputato, fatti di omicidio, competono lo stesso le attenuanti generiche degradate alla pena della reclusione che appare congruo irrorare al prevenuto nella misura di anni 24. La Corte inoltre ritiene di applicare al reo la confisca totale dei beni. Si conferma la condanna alla pena per anni 24 (ma condonata per un terzo) all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, al pagamento delle spese processuali e di sentenza.
ALTRE TESTIMONIANZE SULLA TRAGICA GIORNATA
Sacerdote Pietro Andreoli
Il sottoscritto sac. Pietro Andreoli, nato a Vogogna (NO) il 16.7.1923, residente in Pieve Vergonte, partigiano combattente della Divisione Partigiana Valdossola dichiara quanto segue: mentre con altri partigiani della Divisione Valdossola presidiava nell’inverno 1945, la zona compresa fra i comuni di Beura-Cardezza e di Vogogna, la sera del 26 febbraio 1945, una persona di Piedimulera giungeva al presidio di Cuzzego ed informava i partigiani della cattura da parte di reparti di nazifascisti di 45 ostaggi di Castiglione Ossola, fra gli ostaggi il parroco del luogo don Giuseppe Rossi: l’informatore chiedeva pure ai partigiani di sospendere ogni azione di guerriglia contro i nemici al fine di evitare una strage degli ostaggi in mano dei nazifascisti. Dopo qualche giorno si veniva a conoscenza che gli ostaggi erano stati rilasciati tutti ad eccezione del sacerdote. Dopo otto giorni circa giungeva al presidio di Cuzzego la notizia che anche il sacerdote Giuseppe Rossi era stato ritrovato in località Colombetti di Castiglione Ossola, massacrato in modo orribile.
Quanto dichiarato corrisponde a verità conosciuta attraverso la viva voce di persone che in paese avevano seguito attimo per attimo l’azione di rappresaglia delle forze nazifasciste.
Pieve Vergonte, 17.11.1970
(Firma autenticata dal Segretario Comunale di Pieve Vergonte, Aurelio Bozzola)
Dichiarazione di Pizzi Domenico (comandante Moro)
Il sottoscritto Pizzi Domenico, ex comandante Moro del battaglione "Torino" dei Partigiani, dichiara quanto appresso:
il 26 febbraio 1945, presso il ponte prima di arrivare a Castiglione, fra la mia formazione e la Brigata Ravenna dei fascisti avvenne una dura battaglia e i fascisti ne uscirono sconfitti con gravi perdite.
Qualche ora dopo i fascisti, per rappresaglia, dopo aver incendiato frazioni e cascine, prelevarono 45 ostaggi tra i quali il parroco di Castiglione d. Giuseppe Rossi, colpevole, secondo loro, di aver fatto suonare le campane nello stesso momento in cui sopraggiungevano i tre camions dei fascisti.
La stessa sera, d. Giuseppe Rossi fu portato presso la frazione Colombetti di Castiglione, esattamente a circa 300 metri da dove era avvenuta la battaglia, fu… (manca il seguito da recuperare presso il Municipio di Calasca Castiglione)
Dichiarazione di Lana Efisio di Piedimulera
La sera del 24 febbraio 1945 ci trovavamo in un’alpe sopra Cimamulera quando al Moro (capo partigiano) fu ordinato di attaccare una colonna di circa 70 fascisti che, al comando del capitano Raffaele, doveva recarsi a Calasca Castiglione per insediarvi un presidio a circa metà valle. Ci riunimmo per decidere quale tattica di guerriglia adottare e fu così deciso.
Sulla strada che portava in valle c’era un ponte senza parapetto e se noi fossimo stati in grado di bloccare l’autocarro che trasportava i militi proprio nel suo bel mezzo, questi non avrebbero avuto la possibilità di scendere lateralmente dal veicolo, perché data l’esiguità della carreggiata, saltando sarebbero caduti nel baratro.
Sarebbero così stati in nostra balia.
La mattina seguente, il 25 febbraio, partimmo in colonna percorrendo la vecchia strada (mulattiera) che porta in valle. Giunti sul posto io, chiamato col nome di battaglia Beura, Moro e Dumas, armati di mitra, ci appostammo poco sopra il ponte, mentre il resto del nostro gruppo si piazzò per l’imboscata più in alto.
Furono momenti di tensione spasmodica, fino a quando sentimmo il ronzio del mezzo che si avvicinava e, man mano che si facevano più vicini, sentii i fascisti che cantavano: "Per vincere ci vogliono i leoni di Mussolini, armati di valor. Battaglioni della morte creati per la vita…".
Il mezzo era armato con due mitragliatrici. Finito quasi in prossimità del ponte, Dumas lanciò una bomba a mano che però scoppiò urtando un ramo, dando così la possibilità al camion di fermarsi qualche metro prima del previsto.
A distanza seguirono altri due camions. La nostra imboscata non ebbe successo, ma chiarisce due particolari che dimostrano la totale estraneità ai fatti di don Giuseppe Rossi.
Per prima cosa noi avemmo l’informazione dell’ingresso in valle dei fascisti dagli alti comandi partigiani la sera precedente ed in secondo luogo non avremmo avuto la possibilità di organizzare, avvertiti da uno scampanio occasionale, l’imboscata che, anche se non andò come si era prevista, aveva richiesta una certa preparazione.
Ricordo di Paita Santina
Era in principio di settembre del 1944, mi recai in casa parrocchiale a comandare una Messa applicata ai nostri defunti; quindi il nostro caro e buon Prevosto Giuseppe Rossi mi disse che fino alla fine di ottobre non avrebbe potuto celebrare perché tutto era già stato occupato; ad ogni modo io volevo pagare e lui no non voleva, perché mi disse che poteva anche non arrivare a celebrarla, la Messa, ed io sì, mi schernivo come mai non poteva arrivarci, e lui di tutta risposta: "Ma, non si sa mai ciò che può accadere". Insomma, ha vinto lui: "Mi pagherete a tempo opportuno". Insomma mi ha lasciato molto perplessa, di questo suo linguaggio, ma che poi mi è restato impresso in me, dato poi il seguito.
Un altro vivo ricordo: erano qui da noi Filomena e Giuseppina Ghisoli che erano rimaste senza casa, e intanto si sparge la voce della scomparsa e poi del martirio. E la povera Giuseppina ebbe come un rimorso perché gli era successo il mio stesso caso che era andata a comandare la Messa, però con lei si era spiegato molto di più, ne era rimasta commossa e in parte anche incredula; ad ogni modo non aveva trovato una parola di conforto, ed è per questo che si trovava male, male, diceva: "Povero don Giuseppe, sentiva già il suo calvario".
Poi so che con un uomo del paese gli aveva detto: "Ma voi non dovete avere paura, che non vi faranno alcun male; noi sì, vogliono questa mia veste nera. È questa che vogliono". E purtroppo abbiamo potuto esserne persuasi.
Inoltre a benedire la casa è venuto il Rettore Giuseppe Visconti e lui pure ne era di animo dolente. Ci disse che era molto piacevole stare in compagnia di don Giuseppe, che aveva un animo proprio sereno, ma poi tutto ad un tratto si offuscava, aveva il presentimento che gli doveva giungere una cosa terribile e per entrambi non potevano più avere quella serenità di spirito.
Ho fatto questo piccolo elenco per testimoniare l’affetto che ho e che avrò sempre per il nostro glorioso martire.
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E a lei, Sig. Prevosto che tiene il suo posto e che si è sempre fatto tanto onore, col far sorgere l’asilo e col farci rivivere sempre colle sue parole e con l’esempio la vita di don Giuseppe dobbiamo essergli riconoscenti.
L’ultima raccomandazione che ci fece era di partecipare tutti alle S. Quarantore e di farle bene, ma purtroppo non ebbero esito.
27.02.1958
Testimonianza resa da don Giovanni Vandoni
Seminario S. Giulio, 27.3.1947
Molto Rev.do Signore,
scusi del ritardo con cui vengo a ringraziarla del gradito ricordino che mi ha inviato del mio defunto compagno, D. Giuseppe Rossi: l’avrò molto caro, mentre mi rammenterà la tragica, aureolata di martirio, del dolce e buono mio compagno, la cui fine ci è di monito e di esempio.
Colgo l’occasione per inviarle auguri di buona e santa Pasqua, gioiosa per il suo cuore di pastore nella rinnovazione spirituale delle sue pecorelle. Ricordiamoci vicendevolmente all’altare perché ci possiamo fare santi preti.
Mi saluti ed ossequi il Maestro Nuvoloni.
Saluti ed auguri a Lei.
P.S. La tenue offerta acclusa serva per l’opera di bene che lei vuole, nella sua Parrocchia, in memoria del povero don Rossi.
Testimonianza resa da don Giuseppe Soldani
Oggebbio, 8-2-1985
Carissimo,
in relazione alla tua del 4.2.1985, a riguardo di don Giuseppe Rossi, ti ricordo che sul mio bollettino parrocchiale sto raccontando la mia vita e sono già quasi alla trentesima puntata.
Ora, al capitolo settimo e al capitolo ottavo ho raccontato di quei tristi giorni della morte di don Rossi. Ti faccio avere i due capitoli.
È quanto so, anche perché, a distanza di tanti anni, la memoria ti può giocare qualche brutto scherzo.
Accetta quindi il mio umile contributo.
Ti saluto caramente
Testimonianza resa da don Giuseppe Soldani
Oggebbio, 14.02.1985
Carissimo,
tu pretendi la quadratura del circolo, ed io non ho la memoria di Pico della Mirandola.
Tieni presente che l’articolo sul mio bollettino io l’ho scritto nella "Voce di Oggebbio", Bollettino parrocchiale, mese di febbraio e marzo 1983 ed è gia molto quello che ho ricordato ed ho scritto tutto quello che ho ricordato: potrebbe anche darsi che qualche dettaglio sia anche sfumato; come si fa a ricordare tutto e bene?
Sulla "Voce del Seminario" di un 25-30 anni fa (credo) quando ero più fresco di memoria, ho pubblicato un articolo su don Rossi, che ricalcava l’articolo del mio bollettino. Io non l’ho presente. Potrebbe anche darsi che ci sia qualche migliore precisione. Io l’articolo non ce l’ho. Per quanto riguarda le tue domande:
1. Per la Messa non so dire di più di quello che ho detto. Ricordo solo il clima di catacombe di quella Messa e come una cappa di piombo che gravava sulla gente: si sentiva che vi era qualcosa di tragico in aria.
Non ricordo che qualcuno abbia espresso sentimenti ad alta voce. Per me è improbabile.
2. Per il ricordo del milite, anche qui, non ricordo di più, tenendo presente che il colloquio fu di pochi minuti.
3. Per le date, io so solo che dopo la Messa sono andato a Novara a riferire. Trovo infatti, nel mio registro di Messa: 5 – S. Messa nel duomo, 6 – S. Messa nel duomo; 7 – S. Messa a Piedimulera; 8 – S. Messa a Pestarena.
Tempi difficili, quelli per viaggiare!
So che al mio ritorno, i funerali erano già stati fatti.
Corrisponde a verità che io sono andato a Novara, prima del ritrovamento, altrimenti al comando non mi avrebbero detto che si sarebbero impegnati nella ricerca.
Evidentemente, ritrovato il cadavere, venne riferito a Novara sui particolari.
4. Non ricordo la data di quando don Rossi fu catturato.
Ho cercato "nel profondo del mio cervello" ma di più non sono riuscito a trovare. Non è l’aspettare che conta. Siamo della terza età e la memoria si annebbia. Il sole sta calando.
OItre a quanto esposto, sono a tua disposizione, anche se le nebbie del tramonto sono più fitte di quelle del mattino.
Cordialmente
Testimonianza resa da don Franco Pangallo
1982
Quest’anno ricorre il 70.mo della nascita di Don Giuseppe Rossi martire della Resistenza.
La Scuola Media Statale di Varallo Pombia a lui dedicata lo ha ricordato come ormai tradizione da qualche anno, nel giorno del suo ritrovamento, avvenuto nella sera del lontano 3 marzo 1945 con una celebrazione presieduta da Mons. Aldo Del Monte, nostro Vescovo. Le parole pronunciate da Mons. Vescovo per la circostanza sono state molto interessanti ed impegnative.
Una frase ha colpito un po’ tutti.
Una frase attinta da alcuni appunti del diario di Don Giuseppe andato disperso: "Non si segue Cristo fino ai piedi della Croce, ma sulla Croce".
Don Giuseppe aveva una fede grande e un amore profondo tanto da sacrificare se stesso amore seguendo il Maestro fino in fondo.
Come uomo don Giuseppe era di corporatura esile, ma coraggioso, forte di spirito e dotato di una fede profonda, veramente ammirevole, semplice e buono.
Come prete fu povero, pieno di bontà e fedelissimo al suo dovere. Amò molto la sua gente, amore che lo portò a non abbandonarla nell’ "ora della prova", come il Buon Pastore diede la vita per le sue pecorelle.
Come martire Don Giuseppe ha accettato senza parole il suo sacrificio per la salvezza della sua gente.
Sarebbe stato molto interessante conoscere le sue ultime parole, concludeva il Vescovo, ma questo non ci è possibile sapre. Possiamo immaginarle. Sono state parole di perdono e di amore.
Tra le tante figure di uomo, di prete, di martire non poteva non essere la scelta migliore per una scuola che si ispira all’ideale familiare.
La sua vita è esempio a tutti di altruismo e generosità fino alla donazione totale di se stesso nella distinzione dell’amore.
La figura di don Giuseppe Rossi non è inferiore per nulla a quella di Padre Kolbe, anzi ingigantisce ancora di più la figura del sacerdote pastore. Per questo ci auguriamo che presto si possa inoltrare la causa di beatificazione.
Testimonianza resa da don Giuseppe Visconti
Molto Rev.do don Angelo,
lei mi chiede di parlare di don Giuseppe Rossi e dei rapporti che ho avuto con lui. Lo faccio volentieri anche perché si tratta di soddisfare ad un bisogno e ad un dovere per i vincoli di amicizia che mi hanno legato a ui nei primi anni della mia vita sacerdotale.
Da allora sono trascorsi 40 anni, ma i ricordi che ho di lui non li posso mai dimenticare.
Vorrei incominciare da quanto è accaduto il 26.II.1945, anche se il fatto, come lei scrive, ormai è stato ricostruito nelle sue linee essenziali.
Può servire a confermare quanto si conosce o eventualmente correggere qualche inesattezza.
Il mattino di quel giorno due camions di repubblichini erano partiti da Gravellona Toce diretti in Valle Anzasca. Erano appena entrati in territorio di Castiglione quando, ad una curva, furono attaccati dai partigiani che subito dopo trovarono scampo sui monti vicini.
I fascisti diedero immediatamente fuoco ad una casa che sorgeva nelle vicinanze, poi entrarono in Castiglione e si insediarono in una palazzina posta a sinistra della strada che porta nella valle.
La notizia di quanto era accaduto si diffuse rapidamente e determinò la fuga di molti uomini che vollero mettersi al sicuro da eventuali azioni di vendetta e rappresaglia.
Don Giuseppe rimase al suo posto perché riteneva di non aver nulla da temere.
Ma alcuni fascisti salirono alla casa parrocchiale e lo portarono al comando.
Gli fu mossa l’accusa di aver suonato le campane; in realtà c’era stato solo il suono delle ore: le nove.
Mi sembra opportuno precisare questo perché recentemente mi sono incontrato con un signore che, rievocando l’episodio, sosteneva che fosse stato dato l’allarme ai partigiani a mezzo delle campane.
Don Giuseppe è stato trattenuto fino a sera, poi potè tornare a casa.
Pregò la sorella di preparargli qualche cosa da mangiare, ma non ebbe il tempo di prendere cibo perché fu ancora richiamato dai fascisti e c’è da ritenere che li abbia seguiti senza motivo di particolare apprensione pensando ad un supplemento di indagini.
Invece fu fatto proseguire senza entrare, pare, nella sede del comando, e fatto scendere per un tratto nel valloncello sottostante dove fu ucciso vicino ai ruderi di un mulino.
Cominciarono così i giorni – un’intera settimana – di attesa e di angoscia. C’era chi pensava che don Giuseppe fosse riuscito a mettersi in salvo, ma trascorsi i primi giorni senza che si fossero avute notizie di lui, mi confermai nella convinzione che don Giuseppe era stato ucciso.
Domenica 4 marzo, una giovane di una frazione diede indicazioni precise per il ritrovamento della salma.
Era stato un repubblichino a farle delle rivelazioni, ma lei per evitargli delle noie, disse di aver saputo tutto in sogno.
La salma fu composta nella casa parrocchiale ed esposta alla visita dei parrocchiani che si alternarono commossi per tutta la giornata.
Il mattino di martedì si fecero i funerali.
C’era sui volti di tutti l’espressione di un dolore profondo e insieme di sbigottimento e di paura. Sul portale della chiesa i fascisti avevano affisso un manifesto con l’invito alla popolazione ad unirsi nella ricerca dei responsabili dell’uccisione di don Giuseppe.
Al termine della cerimonia la bara dovette rimanere in chiesa perché erano sorte delle difficoltà per l’immediato trasporto a Varallo Pombia. Nel pomeriggio il Vicario Fornaeo, don Antonio Ghisoli, parroco di Ceppo Morelli, mi affidò la reggenza della parrocchia e io non potei fare altro che pregarlo di presentarmi al comando perché fossero messi a conoscenza dell’incarico ricevuto.
Da allora le campane rimasero mute; la gente si faceva trovare in chiesa per la Messa festiva all’ora convenuta.
Tornarono a suonare la domenica successiva al 25 aprile e posso dire che allora finalmente ci siamo sentiti sollevati da un incubo durato troppo a lungo e la celebrazione della Messa più che dalla preghiera è stata accompagnata da un pianto generale.
Il 1° maggio ci fu la prima rievocazione di don Giuseppe vicino al luogo del martirio e in quella circostanza fu presa la decisione di erigere una cappella in sua memoria.
Questi brevemente i fatti come sono accaduti.
Lei però chiede soprattutto di mettere in evidenza la figura sacerdotale di don Giuseppe.
Non ho particolari rivelazioni da fare, ma posso dire di averlo conosciuto bene, grazie al rapporto di amicizia che c’è stato e che le circostanze hanno contribuito a rendere più autentico e profondo.
Sentivamo il bisogno di sentirci vicini e di sostenerci l’un l’altro. Erano momenti terribili in cui la scarsità dei viveri non costituiva l’aspetto più grave della situazione.
Preoccupavano invece le divisioni che suscitavano sentimenti di odio e portavano a vivere nell’incertezza e a volte nella paura.
Senza parlare dei posti di blocco, dei rastrellamenti, delle scorribande di tedeschi e di partigiani.
Per questo erano frequenti – quasi settimanali – le visite che ci scambiavamo e che servivano non solo ad uno scambio di vedute, ma soprattutto ad un reciproco incoraggiamento per affrontare la realtà di ogni giorno.
Per quanto riguarda il suo comportamento sotto il punto di vista politico, posso affermare con assoluta sicurezza che don Giuseppe si è sempre mantenuto su di una linea di prudenza e neutralità e così si è sempre guardato dal parteggiare per gli uni o per gli altri.
La verità è che eravamo stanchi dei fascisti, dei tedeschi e anche dei partigiani e sentivamo il peso di una guerra che sembrava non dovesse mai finire.
La mia amicizia con lui ha avuto inizio prima ancora di conoscerlo di persona.
Gli avevo scritto per comunicargli la mia destinazione alla parrocchia di Cimamulera e per prendere gli accordi per l’ingresso e lui mi rispose con un biglietto postale che ancora conservo, in data 25-VIII-1942 che terminava con queste parole: "Possa trovare a Cima le più belle consolazioni in questi primi giorni nel ministero sacerdotale: te lo auguro di cuore. Questo però è certo, che ci faremo ottima compagnia".
E così è stato. Il primo gesto di attenzione e di amicizia l’ho avuto il giorno stesso dell’ingresso in parrocchia, domenica 6 settembre, quando don Giuseppe mi ha posto sulle spalle la sua mozzetta.
L’ultimo incontro ha avuto luogo in casa parrocchiale a Cima due o tre settimane prima della sua tragica scomparsa.
Era riuscito a procurarsi mezzo quintale di riso e mia mamma gli faceva bonariamente osservare che ne avrebbe avuto per molto tempo.
Il discorso finì facendo riferimento agli anni di ciascuno e a quel punto don Giuseppe disse testualmente: "Ho 33 anni, l’età del Signore, l’età di morire".
Purtroppo furono parole profetiche.
La nostra amicizia finiva così; ma non mi è stato possibile dimenticarlo e anche a distanza di anni il ricordo di lui è sempre vivo nella mia mente e nel mio cuore.
Don Giuseppe era un uomo schivo e di poche parole.
Le apparenze potevano facilmente trarre in inganno e impedire di giungere alla sua vera personalità. Ma una volta stabilito un rapporto di fiducia e di intesa, si scopriva la sua ricchezza interiore di sacerdote, un’intelligenza viva, una preparazione non comune in campo teologico, un cuore sensibile alle gioie e ai dolori della sua gente, un amico sincero.
E’ stato un ottimo parroco. Rifuggiva da tutto ciò che è apparenza, chiasso e futilità e tendeva ad assolvere con impegno e serenità ai doveri del suo ministero, nella ricerca più nel riconoscimento che vien da Dio, che non negli applausi degli uomini.
La sua morte è stata il degno coronamento della sua vita.
Se n’è andato in silenzio, alle prime ombre della notte, solo con i suoi carnefici.
Nel momento di dare la vita non ebbe nessun conforto, tranne quello che gli veniva dalla fede e dalla testimonianza della sua coscienza.
Sopra, nelle case, la gente non poteva rendersi conto del sacrificio del loro pastore che stava per consumarsi nel vallone; ma subito dopo non ebbe difficoltà ad ammettere che la sua morte era servita a salvare la vita ad altri e a scampare il paese da feroci rappresaglie.
La sua grandezza, a me pare, sta tutta qui: nell’aver accettato in silenzio di morire.
Toglierlo da questa luce, mitizzare la sua figura, sarebbe, a mio avviso, fare un torto gravissimo alla sua memoria.
Ho messo giù queste righe come il cuore ha suggerito per rispondere alla sua richiesta e per contribuire a tener vivo il ricordo di un amico.
La saluto cordialmente.
Comignago, 18-2-1985
Testimonianza resa da don Mario Ingignoli
Marzo 1985
Don Giuseppe Rossi
La sua infanzia, la sua giovinezza
Quando mi è stato chiesto di scrivere dell’amico don Giuseppe Rossi, specialmente della sua vita privata, non ho potuto esimermi dal rendere la mia testimonianza su questa grande figura di Sacerdote. Tuttavia ora, nell’assolvere l’impegno preso, mi sento a disagio nel parlare di lui e, di riflesso, anche di me che sono vissuto in una profonda, intima amicizia con lui: sempre assieme fino al Sacerdozio; sempre uniti nel cuore anche quando, per il nostro ministero, ci siamo separati: entrambi nell’Ossola, ma in valli diverse, ad affrontare tutti gli ostacoli della guerra, particolarmente dura in quei luoghi.
Ed è proprio perché l’ho conosciuto tanto bene che mi è alquanto difficile parlare di lui. Temo di violare la sua modestia e la sua umiltà sollevando un poco il velo della sua vita interiore: qui, infatti, è tutta la sua grandezza, nascosta agli uomini – "come le umili pratoline" direbbe S. Teresa del B.G. -, ma conosciuta da Dio che ha seminato e fatto crescere nella sua anima questa ricchezza interiore di grazia e di virtù.
"Si scoprono ovunque anime vive e grandi, per coloro che sono degne di vederle" (Mauriac). Sì, Dio talora le rivela anche al mondo distratto, ma l’amicizia fa entrare nel segreto delle anime e ne percepisce ed intuisce la grandezza. E questa era una prerogativa di don Giuseppe: un uomo capace di profonda, fedele, disinteressata amicizia, soprattutto nelle sofferenze e nelle prove della vita degli amici, quando si trova e si prova una vera amicizia.
Sembrava un timido…
Alla prima impressione, ad uno sguardo superficiale, don Giuseppe sembrava un timido, perché era di poche parole. La sua morte, preveduta ed affrontata consapevolmente, lo ha invece rivelato quale realmente era: un uomo coraggioso, un martire.
"Il coraggio più raro e più necessario è quello che ci fa sopportare ogni giorno, senza testimoni e senza elogi, le traversie della vita" (Bernardin de Saint Pièrre), per cui la grandezza e la luminosità del suo tramonto si possono già conoscere dal mattino della sua vita, vissuta con coraggio e sacrificio.
Vita di famiglia…
Dio formò e temprò l’anima di don Giuseppe fin dai primi anni, nella sua famiglia. E’ stata per lui una scuola di sacrificio: visse e crebbe nella povertà nascosta e contenta; unico sostentamento fu il lavoro, faticoso e di scarso rendimento, nei pochi campi che davano appena il sufficiente per vivere. Solo più tardi la povertà è stata alleggerita dal lavoro in fabbrica della sorella (la quale sempre si sacrificò perché il fratello potesse continuare gli studi e gli fu vicino anche a Castiglione, nel lavoro e nelle sofferenze di ogni giorno e, soprattutto, nella terribile notte della sua immolazione). Fu una povertà dignitosa a tal punto che don Giuseppe era persino restio ad avvicinare le persone benestanti per non dare l’impressione di voler sollecitare un aiuto. Pure alla scuola, fatta più di esempi che di parole, della sua famiglia fece maturare la sua fede robusta e profonda, che lo sostenne durante tutta la vita.
La fede nella famiglia "è esattamente come il calore. Essa si trasmette. La si riceve dalla madre, col calore del suo seno, dal suo latte, dalle sue labbra. Per me la fede è prima di tutto il calore di mia madre. E’ la vita stessa" (Virgilio Georghiù).
E nella comunità ecclesiale..
La fede di don Giuseppe venne poi alimentata nella comunità ecclesiale. Abbiamo avuto la grazia di avere a Varallo Pombia, nei due anni dopo le elementari, nell’età delle scelte e delle decisioni, don Giovanni Preti, che personificava, ai nostri occhi di ragazzi, sensibili ed attenti, l’ideale e la figura del sacerdote: pietà viva e serena; amore premuroso e paterno per i ragazzi e per i giovani; trascinatore con il suo entusiasmo ed il suo dinamismo; fucina inesauribile di iniziativa che coinvolgevano tutta la gioventù.
All’ombra di don Preti…
Allora il timido e riservato Giuseppino diventò il protagonista di tutti i drammi rappresentati a getto continuo: "Piccolo parigino", "Yvonnik Tradek", ecc. Specialmente Yvonnik: visse talmente il personaggio da strappare commozione e lacrime a tutti gli spettatori (potremmo dire tutta la popolazione) accorsi alle numerose repliche. E Yvonnik diventò il suo nome, anche negli anni di seminario.
Yvonnik, questo ragazzi fucilato durante la rivoluzione francese per la fedeltà alla fede dei suoi Vandeani, non è stato forse un presagio, o, quanto meno, un simbolo della sua vita e della sua morte?
Ma dove risultavano di più la sua tenacia ed il suo impegno è nello studio del catechismo, reso vivo e comprensibile anche alla nostra mente di ragazzi dalle spiegazioni vivaci e profonde di don Giovanni. Questi aveva l’arte di attirare tutti i ragazzi: l’Oratorio era una sala, il cortile della casa parrocchiale; si saliva poi sul camino, e anche dentro il camino, e sulla vigorosa vigna del cortile. Ma l’attrattiva più irresistibile era lui, don Giovanni, con la sua persona e con la narrazione avvincente e vivacissima delle avventure de "I fratelli Starkos". Ci sembrava il più bel romanzo e tutti avremmo voluto comprarlo, ma, poi, seppimo che l’inventava lui di volta in volta, con la sua fantasia inesauribile.
Il racconto durò per circa due anni: il tempo passato da lui a Varallo Pombia. Il racconto era interrotto ogni volta nel punto più bello, tanto che non passavano mai quei giorni per poterne ascoltare il seguito. Allora bisognava studiare tutto a memoria. Giuseppino, già impegnato nell’aiuto ai genitori, nello studio e nelle lunghissime prove delle recite, lo imparò talmente bene da meritare il primo premio (tra un centinaio di ragazzi) nel concorso di Plaga ad Arona e si classificò tra i primi nel concorso diocesano di Novara. A quei tempi, in questo genere di concorsi, era sufficiente qualche incertezza nelle lunghe risposte alle quasi trecento domande del catechismo di Pio X per essere eliminati.
Una vita così intensa non poteva non sfociare in una vocazione sacerdotale: Giuseppino è stato il primo a sceglierla e, con lui, due altre vocazioni sbocciarono e tutt’e tre arrivarono al sacerdozio (N.B. di don Stoppa: si tratta di don Ingignoli e don Corini).
Vita di seminario…
La vita di don Giuseppe in seminario: è stata un crescendo continuo in una profonda pietà; in uno studio tenace che non si fermava alle materie scolastiche; in una disciplina perfetta, anche qui con le sue caratteristiche personali: umiltà, riserbo, sacrificio. Era amato da tutti, ma forse senza essere scoperto nella sua ricchezza interiore se non da chi lo conosceva intimamente. Era tranquillo nell’apparenza, ma dentro di sé era sospinto dalla inquietudine dei santi a fare sempre più e sempre meglio. Era sereno e gioioso, e la sua gioia, come la sua virtù che ne derivava, era come la stella alpina: cresce in alto, inosservato dai più e si conquista tra le rocce del sacrificio.
Le vacanze di don Giuseppe: la sua vita cambiava per le situazioni esterne, ma non nella sua intensità. I tre seminaristi vivevano sempre insieme, uniti non dalla disciplina, ma dalla profonda amicizia e dalla comunanza di ideali. Assieme nelle lunghe ore in chiesa, dalla prima alba fino a tardi; assieme nei lavori più umili in chiesa, in canonica, nell’oratorio; assieme nelle folte pinete del nostro paese, non solo per le passeggiate, ma per la lettura e lo studio.
Per alcuni anni, nelle vacanze, era salito a Campello Monti: la carità lo portò a concedersi questa evasione, per fare compagnia all’amico (don Ingignoli) che aveva bisogno di cure montane. Alloggiavamo nella casa parrocchiale, messa a disposizione dal cuore generoso e buono del parroco di Forno, mons. Zolla.
Il sole al tramonto…
Era una vita bellissima, ma anche dura. Per economia dovevamo fare tutto noi, usando, per lo più, vettovaglie che ci venivano inviate da casa. E poi, continue scalate sui monti circostanti! Un esempio: volevamo vedere la levata ed il tramonto del sole sulla cima del Capezzone. Salimmo con un’angusta tenda, con l’unico conforto di una tela cerata sopra la terra. Era una splendida notte stellata di settembre, con un vento freddo e tagliente che penetrava sotto la tenda, la scuoteva e ci impediva di dormire e persino di stenderci sulla fredda stuoia; unico conforto qualche mozzicone di candela che riscaldava un poco le mani… ed il canto, al chiarore della luna e delle stelle. Ma quel tramonto luminoso, di fuoco, con il sole che camminando sulle cime del Rosa andò a tuffarsi nella sella del Pizzo di Andolla, ci ripagò delle dure fatiche.
Quel tramonto è stato un simbolo.
Una vita vissuta "col coraggio di sopportare ogni giorno le traversie e il dovere della vita" è stata la più efficace preparazione al suo glorioso tramonto di sangue che l’ha tuffato nell’infinito fuoco di Amore: Dio.
Ma anche quaggiù don Giuseppe irradia ancora, e sempre più, i raggi della sua santità e del suo martirio.
Marzo 1985
Testimonianza resa da don Secondo Falciola
Eremo, 10-IV-1985
Carissimo,
non ti ho ancora ringraziato per le immagini dell’indimenticabile don Giuseppe che mi hai mandato.
Lo faccio ora dopo le fatiche Pasquali che per Grazia di Dio, hanno visto la quasi totalità dei malati ai SS. Sacramenti.
Non ho ancora visto il mosaico in loco. Spero di potere un giorno discendere a visitarlo anche per elevare la mia preghiera a don Giuseppe che io conobbi in Seminario come un chierico buono, mite, ricco di una riservata e dolce pietà. Il Signore gli ha voluto già fin d’allora un bene grande fino a renderlo degno del martirio.
Grazie, caro don Severino, di esserti ricordato anche di questo povero "eremita".
Ti faccio i miei fraterni auguri e ti abbraccio di cuore. Dio ti benedica!
Testimonianza resa da don Ugo Bamberga
Maggiate Superiore, 29-4-1985
Carissimo don Angelo,
grazie del tuo ricordo di me e dell’invito a ricordare D. Giuseppe Rossi.
Nel 1934-35 eravamo all’Isola di San Giulio in 2° ginnasio, e D. Rossi era prefetto della I sezione; io però ero nella I sezione con D. Aurelio Cantoni.
Ricordo che D. Rossi era un giovane chierico ricco di umanità, di dolcezza e di brio. Animava la ricreazione con la sua vivacità, ed era però attento alle persone… o personcine di 13 anni… spesso "torturate" dalla severa disciplina del Regolamento. I rapporti umani allora non erano accentuati o praticati.
D. Giuseppe era brillante e intraprendente, ma anche rispettoso… certamente aiutato anche dalla naturale sua timidezza che nascondeva all’occhio superficiale (metteva in risalto) una persona sensibile e interiormente ricca.
Se tu passi da Maggiate avrai un plico di documenti sull’ "Opera Pia Scolari", se ti interessa.
Con affetto cordiali saluti
Testimonianza resa da don Severino Cantonetti
Alcuni ricordi
1. Ho conosciuto don Giuseppe Rossi all’Isola di San Giulio nell’anno scolastico del seminario 1934/35 quando frequentavo la seconda ginnasio. Io facevo parte della sezione A essendo il mio cognome tra le prime lettere dell’alfabeto: la C ed avevo come prefetto il carissimo don Aurelio Cantoni.
Ma nella seconda sezione, la B, era prefetto il chierico di teologia Rossi Giuseppe.
Se non lo avevo vicino direttamente nell’aula scol. però gli fui a fianco in tutti gli altri luoghi e tempi di vita seminaristica, in cortile, nelle ricreazioni, nei giuochi, nelle passeggiate, in chiesa e nelle normali sostituzioni dell’assistenza dei due prefetti della stessa classe.
2. Era una persona esile, fine, linda, pacata, serena, con un sorriso costante ma sempre contenuto, mai esorbitante: potrei dire che l’ho visto spesso sorridere ma mai ridere. (Don Aurelio invece era al limite più simpatico, certamente più aperto e confidenziale… più bonario anche se poi aveva delle uscite "certi cicchetti" che ci facevano tremare). I due costituivano una coppia perfetta di assistenza e di educazione anche per i loro caratteri diversi: una volta tanto quindi una scelta intelligente da parte dei superiori.
3. Aveva dei nervi d’acciaio perché nel giuoco della palla avvelenata gettava la palla veramente avvelenata: i suoi colpi erano secchi e precisi per cui tutti temevamo le sue "pallate" specialmente sulle orecchie.
4. Era intelligente: un’intelligenza immediata, spontanea, non difficile, sempre ragionata.
Il carattere non era espansivo: non dava confidenze, almeno alla classe.
5. Spesso si toglieva gli occhiali e metteva la testa tra le mani e rimaneva così alquanto tempo stropicciando gli occhi: penso che non vi vedesse bene: gli occhiali che furono ritrovati nel vallone del suo martirio portano queste diottrie: meno 2,5, meno 1,75.
Lo ricordo una volta quando fummo sorpresi da una tempesta sul lago di S. Giulio: il barcone della B arrivò alquanto prima di quello della A nel porto dell’isola perché lui stesso aveva preso in mano i remi del suo barcone dando delle remate che hanno stupito tutti.
6. In quel tempo, già prima della guerra in Etiopia, di proposito si tirava la cinghia in seminario per comperare pissidi e continenze: ricordo che i prefetti presentarono reclamo al rettore così zelante della casa del Signore ma non altrettanto della salute dei chierici; verranno poi le sanzioni contro l’Italia per la guerra abissina a completare l’astinenza forzata.
7. Era pio, di una pietà seria, riflessiva, moderata: non ho mai notato in lui particolari entusiasmi almeno esteriori.
Potrei anche aggiungere che aveva due occhi penetranti per cui il suo sguardo acquistava un certo potere sull’interlocutore.
***
Ho poi frequentato don Rossi quale parroco-prevosto di Castiglione negli anni di relativa pace e poi di guerra mondiale dal 1939 al 1944.
Passando le vacanze al mio paese nativo di Anzino, nella stessa Valle Anzasca a 6 km da Castiglione mi era facile fare una visita al mio ex-prefetto: le visite non furono frequenti per varie difficoltà ambientali quali la pessima manutenzione della strada di Valle, l’esiguità dei mezzi di trasporto; ma alcune visite le ricordo sufficientemente.
La prima volta mi accompagnò a lui, ritirandomi la bicicletta ed indicandomi la strada alla casa parr. un giovane del paese molto educato che portava il distintivo dell’Azione Cattolica: seppi poi che si chiamava Paita Piero, un ragazzo che in seguito, chiamato alle armi, morirà per cause belliche a Torino.
Don Giuseppe mi ricevette nello studio e poi passammo un’ora sul bel balcone di casa parlando di tutto un po’: del seminario, della fame, della guerra, del sacerdozio: c’era anche l’amico don Enrico Borionetti, che frequentava la casa Parr. di Anzino.
Mi confessai da lui, penso due volte poiché il mio Parroco, primicerio di Anzino don Eugenio Manini non confessava noi teologi.
E nella confessione era serio, piuttosto energico e sbrigativo; non ricordo sue particolari espressioni di dottrina teologica, morale e pastorale: certo aveva sempre un discorso molto pratico.
Ricordo invece nettamente i suoi riferimenti ai tempi difficili che si attraversava non solo materialmente…; anche i movimenti di liberazione di Valle Anzasca non erano teneri verso il clero anzaschino. E di fatto la maggioranza di esso ebbe a soffrire atti di anticlericalismo.
Io stesso ebbi a soffrire un’ondata di angherie nel luglio 1944 portando la veste ed il tricorno sulla strada a Pontegrande: angherie che il comandante garibaldino Moro che teneva la disciplina, punì poi senza mezzi termini.
Come tutti i preti della Valle veniva puntualmente al santuario di S. Antonio nella festa del 13 giugno mettendosi piuttosto al confessionale che alla cantoria poiché non aveva una gran voce.
E quando il 3 novembre 1944, dopo i 34 giorni di libertà vissuti con entusiasmo nella Repubblica Ossolana, io potevo rientrare in seminario per il mio ultimo anno di teologia, caricato della mia valigia sulle spalle, a piedi ho fatto la strada carrozzabile di Valle che non aveva alcun servizio di trasporto pubblico.
A Molini sotto Cosasca, sono stato arrestato dai fascisti, messo contro un muro dell’osteria dell’Albina: per loro ero un disertore; chieste informazioni presso il municipio di Bannio Anzino, dopo un’ora abbondante, mi lasciarono proseguire non senza una romanzina fascista che per la verità ha finito per divertirmi interiormente.
Ma quello che mi interessa a dire è questo: passando da Castiglione verso le 9.30 ho intravisto don Giuseppe seduto, come spesso faceva, dice la sorella, al bel balcone della casa parrocchiale. Dalla strada ho fatto un richiamo, mi ha subito riconosciuto, ci siamo dati un saluto ed un augurio, affrettato perché io ero già in ritardo per il treno a Piedimulera.
Non avrei mai e poi mai immaginato di succedergli tra pochi mesi, dopo un suo olocausto così tragico e glorioso.
20 agosto 1985
Testimonianza resa dal don Severino Cantonetti
Castiglione Ossola, 26 agosto 1946
Veneranda Curia,
ottenuta la prescritta licenza con decreto del 3 agosto 1946 attesto che il 16 agosto 1946, nella grande commemorazione del sac. Don Giuseppe Rossi, compianto prevosto di Castiglione Ossola ucciso dai nazifascismi il 26 febbraio 1945, ho benedetta secondo le norme liturgiche la cappella-oratorio eretta nel territorio della Parrocchia di Castiglione Ossola in onore del divin Crocefisso a memoria gloriosa del sacrificio compiuto dal suddetto sacerdote.
Della compiuta benedizione il presente atto è inviato alla Veneranda Curia; un altro si conserva nell’archivio parrocchiale.
In fede
Testimonianza resa dal sacerdote Giovanni Del Boca
Premosello, 11.3.1945
Caro Picconi,
Don Siblia, dal suo rifugio presso la casa paterna, per mezzo del maestro Coscia Giovanni di Castelletto e insegnante a Villadossola, il quale il lunedì e il sabato si porta in bicicletta dall’una all’altra località, tra l’altro mi mandò a dire di preparare una relazione in merito alla soppressione del parroco di Castiglione, relazione che detto maestro mi avrebbe dovuto portare a Castelletto, e che Don Sibila avrebbe poi pensato portare in Curia.
L’ambasciata mi sembrò strana. Che c’entro io con Castiglione? quale indelicatezza sarebbe stata verso i viciniori e verso il Vicario della Valle? poi mi risultò che dopo il prelevamento del parroco predetto il prete di Pestarena era stato a Novara a riferire; e che dopo il ritrovamento del cadavere per telefono erano stati informati i superiori.
Per quanto ragioni, e anche perché io non fui sul sito ad informarmi (e che titolo avevo per farlo) non credetti opportuno stendere la mia relazione.
Oggi mi vedo in casa il seminarista Zanoli che domani ritorna a Novara. Data l’occasione di corrispondere direttamente scrivo quanto so e come so.
Il prelevamento. Certamente fu narrato a Novara con maggior esattezza dal sacerdote di Pestarena. Lo riassumo in questi particolari. Uomini vestiti da militi lo prelevarono in casa parrocchiale: scesero con lui lungo la mulattiera che unisce la casa parrocchiale alla stradale: passarono davanti all’osteria che sta all’imbocco della mulattiera con la stradale: altri uomini vestiti da militi vi si unirono: passarono davanti all’osteria Paita, sede del Comando della milizia e proseguirono…
Il ritrovamento: Domenica 4 c.m. una ragazza di 12 anni dice di aver saputo in sogno il luogo del seppellimento. Essa guida i ricercatori, indica il posto coperto da muschio, sassi e rami che nessuno avrebbe potuto pensare nascondere un cadavere. Si scava, si trova Don Rossi col cranio spaccato. I funerali furono fatti martedì.
Chi commise il delitto? La milizia risponde: i partigiani vestiti da militi. Ed in questo senso fu diffuso un manifesto in valle. La popolazione sembra credere ai militi autentici.
Il sogno della ragazza è autentico? Non si può escludere a priori: e allora sarebbe un segno soprannaturale che dice come quel morto non è come gli altri. Penso che non si deve essere facili a credere. Può darsi che qualcuno, conscio della sorte del prete (o per avervi preso parte, o per essere stato testimone non visto) ritenuto pericoloso esporsi direttamente, abbia istruito la ragazza. Certo che presto o tardi si verrà a conoscere la verità.
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Prima di chiudere ti dico che io ritengo opportuno che Don Sibilia stia lontano.
Ricordiamoci l’un l’altro con la preghiera.
Saluti cordiali.
Testimonianza resa dal Can. Aurelio Cantoni - Intra
Intra, 18-3-1986
Caro don Angelo,
ti spedisco queste poche righe cedendo alla tua cortese insistenza. Ti confesso però che lo faccio con molta fatica non solo per le mie disastrose condizioni di salute, ma soprattutto perché mi risulta molto doloro riandare le vicende di un caro amico scomparso in circostanze così angosciose e perché la caratteristica del nostro rapporto è sempre stata un grande rispetto per il nostro "privato". Del resto non credo di poter dire nulla che non ti sia già stato ampiamente riferito. E si riduce necessariamente all’esterno, direi alla scorza di quello che si indovinava essere il vero Don Rossi.
Vidi l’ultima volta Don Rossi, a guerra iniziata, in occasione di un convegno di preti palliatesi, presso Don Rigorini. Mi venne incontro particolarmente festoso e, alla mia dichiarazione che mi sentivo felice di rivederlo, rispose: "Lo sono anch’io, tanto che sono venuto a piedi". Una risposta assolutamente insolita in lui, sempre così misurato e quasi anonimo, tanto che ho pensato che dovesse trovarsi molto solo.
Cercherò di riassumere le impressioni che conservo di lui, più che accatastare fatterelli, che, forse, farebbero al caso tuo.
Era di poche parole. Spesso più che rispondere accennava a un leggero sorriso. Mi capitava di camminare con lui a lungo sotto i portici del nostro Seminario, avvolti nel caratteristico mantello invernale quasi senza dire nulla. Eppure faceva piacere stare con lui. Lo si sentiva vicino e amico.
Qualche anno fa mi capitarono tra mano (erano in un libro di dogmatica) parecchi disegni che fece di me mentre studiavo. Purtroppo li ho distrutti. Rivelavano intuizione e sensibilità. Me li metteva davanti senza dire neanche una parola.
Gli era spontaneo fare tutto bene, senza posa, ma con attenzione e con una certa eleganza direi innata, tutto: scrivere, vestire, camminare, giocare. Non era mai trasandato e dozzinale.
Dava l’impressione di essere molto tranquillo, eppure lasciava intravedere una ricchezza di sentimenti non comune. Non si apriva facilmente, ma non era curioso degli altri. Non ricordo di averlo sentito mai alzare la voce o lamentarsi; tuttalpiù si rattristava.
In questo momento me lo rivedo vicino sereno, silenzioso, controllato, bravo in molte cose e rimpiango l’amico con cui era bello vivere e lavorare. Don Cantonetti ti ha certamente parlato della nostra collaborazione all’isola di San Giulio. Per me è stato uno degli anni più belli della mia vita.
Ti chiedo scusa se mi fermo qui e se ti ho deluso, ma mi sento un po’ a disagio e penso che il giorno in cui ci incontreremo, come spero, nella casa del Padre, Don Giuseppe non mi rimprovererà.
Ti ricordo con molta simpatia.
Testimonianza resa da don Pietro Spagnolini
Novara, 15 giugno 1987
Caro don Angelo,
ti rispondo con qualche giorno di ritardo, e te ne chiedo scusa.
"Le espressioni di ricordo di don Giuseppe Rossi nella (mia) omelia della recente riunione del clero in Seminario" (come tu scrivi), sono state limitate, e prese in prestito dalla tua opera! "Il parroco Giuseppe Rossi eroe della carità".
Ti dico come ho costruito la mia omelia (molto modesta!).
Premetto che stavo leggendo la vita di don Rossi.
Quando il Rettore del seminario mi affidò l’incarico, diedi uno sguardo alla liturgia del giorno (lunedì della 4° settimana di Pasqua, anno A), e mi resi conto che soprattutto il vangelo ("Il buon pastore") si adattava molto bene alla circostanza.
Mentre meditavo sul brano evangelico, mi venne in mente di fare un cenno a don Giuseppe, che era stato ordinato anche lui con noi il 29 giugno del 1937.
Sul tuo volume portai la mia attenzione a due brani: il primo furono gli appunti di Mons. Giuseppe Castelli che _________________ la tua allocuzione durante la Messa di Ordinazione in Cattedrale: tu li trascrivi a pag. 40 del suo diario quotidiano. Soprattutto mi sembrò suggestivo l’episodio della sorella di Mons. ________________ che scrisse al fratello, dietro una immagine che gli inviò: "Non essere mai prete senza essere anche vittima" cioè (così interpretai) "senza offrire anche te stesso insieme con Cristo. Era questa la consegna per la vita che il Vescovo consacrante ci aveva data quel giorno. Non nominai però don Rossi.
Ma passai subito al brano evangelico. In esso Gesù presenta se stesso come "il buon pastore" (vs. 11). E lo delinea sullo sfondo del ladro "che non viene se non per rubare, uccidere e distruggere" (vs. 20); e del mercenario, al quale "non importa delle pecore" (vs. 13). Il buon pastore Gesù invece è venuto "perché (le sue pecore) abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" (vs. 10). Evidentemente si tratta della vita sacramentale, cioè della vita divina che il Verbo Incarnato possiede nella sua pienezza, e che Egli vuole comunicare alle sue pecore.
Un Dio ha disposto che la comunicazione della vita avvenga sempre in un contesto di amore, anche la vita soprannaturale non sufgge a questa legge. D’ora in avanti perciò nel suo discorso Gesù parla del suo amore, che è la via seguita da lui per donare la vita al suo gregge.
Analizzando il brano mi è parso che emergessero le quattro dimensioni dell’amore di Cristo, come le delinea Antonio Rosmini (nel suo discorso su "la carità (Domodossola, _____________) (egli però sviluppa un insegnamento di S. Tommaso riportato da lui a p. 182 e seg.).
COMMEMORAZIONI E OMELIE
Don Giuseppe Visconti, reggente di Castiglione Ossola
29 aprile 1945
Domenica IV post Pascha, 29 aprile – Castiglione.
Lettura del Vangelo.
Non il solito commento al Vangelo voi attendete da me, ma una parola tutta nuova, una parola che sia in intima rispondenza con i sentimenti del vostro cuore, sentimenti che voi come me avete tenuti compressi per settimane e settimane nel segreto del vostro cuore come entro un forziere e che oggi imperiosamente esigono di uscire dal buio e dal silenzio.
Ed oggi finalmente soddisfo a quello che è vostro e mio desiderio, vostro e mio bisogno, di parlarvi cioè con semplicità ed affetto, di sfogare il nostro comune dolore, dolore che traspare dai nostri occhi. Colui che vi parla e che da alcune domeniche viene da voi a celebrare la Messa festiva non è un estraneo, un reggente qualunque, delegato dal Vescovo per il periodo di vacanza della vostra Parrocchia, ma uno che già vi conosceva, vi stimava per la vostra grande fede, uno che come con voi aveva partecipato a giornate di festa e di gioia, così con voi ha condiviso i dolori e le prove di questi ultimi mesi.
E voi per me non siete una popolazione qualunque, ma siete i parrocchiani del caro, indimenticabile don Giuseppe. Lui mi ha fatto tacitamente la consegna di voi e della vostra parrocchia, così come il padre morente, prima di iniziare il viaggio dell’eternità, chiama al capezzale il figlio maggiore e gli affida la cura e la responsabilità della casa.
Per questo sento di essere legato a voi e di volervi bene, per questo prometto nel limite delle possibilità, di rendere meno penosa e sentita l’assenza del sacerdote.
Il vostro e il mio pensiero in questi istanti si portano a quei giorni di fine-febbraio e di inizio di marzo in cui, improvvisa, inaspettata, terribile si abbatteva la bufera su di voi, sulle vostre case, sulla vostra parrocchia.
Passando per lo stradale che mi conduce a voi, il mio occhio istintivamente si leva a contemplare quei ruderi di case di due vostre frazioni che la furia del fuoco ha distrutto e un sentimento di profonda tristezza mi pervade pensando alle famiglie così duramente colpite e provate. Ad esse la mia parola di conforto. Il mio invito a sperare, e l’invito a tutti quelli che sono nella possibilità a venir loro in aiuto.
Ma quando io sullo stradale mi reco alla vostra parrocchia non posso trattenermi dal volgere il mio sguardo anche al burrone, verso un punto ben determinato, là dove scorre il torrente e si alza un muro diroccato. E allora la mia sofferenza e il mio dolore sono ben maggiori ancora di quando guardo le case distrutte dal fuoco. Là fu ucciso il vostro Prevosto, il caro don Giuseppe.
Il fatto è così grave, così mostruoso; è avvenuto così fulmineamente con un contorno tale di ferocia che ci pare assurdo, ci pare incredibile, ancora ci sembra impossibile che abbia potuto accadere. Eppure è successo: il cuore che ancora sanguina e lacrima ce ne fornisce la testimonianza più sicura e voi tutti ricordate quei giorni di ansia, di attesa, di ricerche, lunga settimana di passione e di strazio.
E chi di voi, sollevato il terriccio, il muschio ed i rami che coprivano la cara salma, non potrà mai più togliere dallo sguardo quella visione macabra, la visione di quel capo così orribilmente straziato. E chi non lo ha visto nella fossetta dove gli assassini lo avevano nascosto? Lo ricorda disteso nel suo lettino bianco, il capo fasciato di candide bende, le mani piamente composte.
Quante lacrime e quanto dolore in quei giorni! Miei buoni Castiglionesi. Chi vi parla già conosceva l’affetto che il vostro Prevosto vi portava e neppure era all’oscuro dell’affetto e della venerazione che voi gli ricambiavate, ma permettetemi che vi dica che il vostro cordoglio così unanime e sincero se non mi ha sorpreso, mi ha vivamente commosso.
Ricordo il giorno dei suoi funerali: sento l’eco lugubre e funereo delle vostre campane: oh anch’esse le campane piangevano perché il defunto era questa volta il Pastore della Parrocchia, rivedo la bara portata qui davanti a questa balaustra dopo il breve giro trionfale attorno alla chiesa: sento nuovamente i gemiti e i sospiri che nessuno sforzo di volontà poteva farci trattenere, neanche fuori del tempio, un’atmosfera greve di minaccia che mozzava il respiro e toglieva la gioia di vivere.
Non è mia intenzione, miei cari, tesservi, stamane, un elogio funebre; questo ci sarà ed allora la figura di don Giuseppe balzerà in tutta la sua luce e il suo splendore; intendevo semplicemente cominciare a riparare al silenzio forzato di questi due mesi, volevo semplicemente ubbidire ad un comando del cuore e invitarvi al suffragio.
"Lo ricorderemo" mi diceva qualcuno di voi che bruciava dal desiderio di parlare e di sentir parlare del caro scomparso. Sì lo ricorderemo questa vittima innocente dell’odio satanico, questo martire purissimo: accanto alla lunga schiera dei martiri anche questo martire sacerdote ricorderà la storia; accanto ai ricordi più cari e preziosi anche il ricordo del vostro Prevosto trucidato, tramanderete da una generazione all’altra. Sì, lo ricorderemo, vi ripeto, ma intanto con orgoglio e sincerità possiamo testimoniare di non averlo mai dimenticato in nessun giorno.
La sua figura buona e mite ci balzava viva allo sguardo mentre eravamo intenti al nostro lavoro, il pensiero di lui ci seguiva ad ogni istante.
Iddio la colga nella felicità del cielo, Iddio dia fortezza, rassegnazione e conforto ai suoi famigliari, Cristo Signore, il redentore e mediatore riceva e renda prezioso il nostro suffragio.
Aggiungo una parola di lode per la costante frequenza alla chiesa e per la serietà dimostrate. Continuate così. Nessuno si abbandoni a spensieratezze o peggio ad una gioia scomposta. La pace che noi abbiamo da anni sospirato ed atteso, è lì a pochi passi, a poche settimane da noi e questo indubbiamente è un motivo di gioia, però non si dimentichi che la gioia che tien dietro all’uragano quando questo è passato, non può prescindere dalle rovine che l’uragano stesso ha accumulato. E le rovine non sono solo materiali. Quale triste panorama di sangue si presenta al nostro occhio. Vite falciate dalla guerra sui campi di battaglia e vite stroncate nei paesi, nelle città, dappertutto.
Per non profanare la memoria di questi morti, per non profanare il ricordo del vostro Prevosto che col suo sangue ha certamente meritato presso Dio di risparmiarvi da ulteriori sciagure, io vi invito a mantenere un contegno serio e composto, una condotta di bontà, di purezza e di preghiera; preghiera di suffragio per il caro, indimenticabile scomparso, preghiera di ringraziamento a Dio per l’avvicinarsi di tempi migliori.
Castiglione, 1° maggio 1945
Ci sono delle date nella vita di ogni nazione che segnano una netta linea di demarcazione fra un’epoca che tramonta e un’alba che sorge; delle date che sono destinate ad essere altrettante pietre miliari nel cammino dei popoli; delle date che la storia dovrà incidere, nei suoi annali, a caratteri cubitali e indelebili.
Per l’Italia e per gli italiani tutti una di queste date è quella dei giorni attuali, giorni in cui finalmente, liberati dalle pastoie d’un passato in disfacimento, che con mille tentacoli cercava di tenerci avvinti, stiamo per metterci decisamente sul nuovo cammino, verso nuovi orizzonti e nuove mete.
Il nostro pensiero ci porta in questi istanti alle gesta gloriose di quella parte sana e vitale della nazione che, con manovra travolgente, in un’atmosfera infuocata d’entusiasmo, ha determinato il crollo definitivo di un mondo fossilizzato e ha ridotto per sempre al silenzio i guaiti di prezzolati gazzettieri e i belati di falsi profeti.
Non c’è luogo nell’Italia Settentrionale, dalla città popolosa al piccolo paese sperduto nelle vallate montane, non c’è luogo che non abbia portato il suo contributo fattivo di eroismo, di sangue e di sacrifico alla liberazione della nazione. E quando ci sarà dato di leggere nel libro d’oro che fu scritto in questi ultimi mesi e di conoscere ad una ad una, se ciò non sconfina oltre il limite delle possibilità, le gesta di chi tutto ha donato e sacrificato per la causa della giustizia e della libertà, noi proveremo certo una sorpresa: la sorpresa di chi mai avrebbe sospettato la vastità del movimento.
Castiglionesi, nel libro d’oro dei nomi che la storia additerà alla storia dei posteri, io vedo un nome ed è il nome del vostro paese. Due date affiorano alla mia mente in questo momento. Quella di lunedì 26 febbraio che segnò l’inizio della vostra Via Crucis e quella di lunedì 26 aprile che segnò una tregua alla vostra sofferenza e al vostro martirio centellinato e la fine ai vostri timori e alle vostre trepidazioni. La data che più ci interessa in questo istante è quella di lunedì 26 febbraio, data che rimarrà scolpita nel cuore di ciascuno di noi e che nessuna vicissitudine di tempo mai potrà cancellare: data a cui noi ci pieghiamo riverenti perché ricorda non solo l’incendio di alcune delle vostre case, ma la rappresaglia feroce e ingiustificabile contro il vostro Prevosto.
L’odio non sazio delle lacrime di chi all’improvviso era rimasto senza tetto, l’odio non sazio del divampare sinistro del fuoco, sentiva un’acre bramosia di sangue.
E andò scrutando fra le tue case o Castiglione, per scegliere la vittima più illustre, la più innocente e posò il suo occhio cattivo sul tuo pastore e con manovra diabolica lo condusse al martirio, al macello.
Il cuore non regge al pensiero di quanto avrà sofferto il caro don Giuseppe mentre passo per passo si avvicinava al luogo del supplizio, mentre discendeva verso il suo calvario.
L’anima pronta a spiccare il volo verso l’immensità dei cieli, il pensiero ai suoi cari, lo sguardo, l’ultimo sguardo, rivolto alla sua Castiglione a cui diceva addio e poi il colpo fatale.
Con mani macchiate dal sangue dell’innocente e con le maledizioni di Dio nel cuore i disgraziati carnefici gettarono la loro vittima in questa piccola fossa, la coprirono con sassi, terriccio e fuscelli e poi risalirono. Satana con ghigno beffardo poteva ben vantarsi di aver fatto caccia grossa quella sera.
Ma intanto nel cielo di Castiglione una stella nuova dai riflessi purpurei s’era accesa per annunciare che l’anima del caro defunto aveva varcato i confini dell’eternità.
Miei buoni Castiglionesi, non voglio rendere più viva e dolorante una ferita che ancora non accenna a rimarginarsi o a cicatrizzarsi, non voglio strappare nuove lacrime ai vostri occhi che già tante ne hanno versate, vi dico che ci sono dei dolori che vogliono mantenersi entro un alone di riserbo, che ci sono dei morti che non solo hanno diritto al nostro rispetto, ma alla nostra venerazione, non solo al nostro ricordo, ma alla nostra riconoscenza.
Ebbene, don Giuseppe Rossi è uno di questi morti, morto alla vita fisica del corpo, ma vivo più che mai nella vita spirituale dell’anima; a cui tutti indistintamente devono tributare il proprio omaggio di riconoscenza e venerazione.
Già voi avete cominciato a soddisfare a questo dovere venendo con gentile pensiero al luogo del suo martirio, a deporre fiori e preghiere e più ancora intendete fare per l’avvenire. Uomini che mi ascoltate: qui ha da sorgere la cappelletta monumento a ricordo perenne del caro scomparso, ma ricordatevi che i lineamenti di quel volto mite e buon di sacerdote li dovete portare incisi nell’anima perché vi siano guida alla bontà e invito ad un cattolicesimo praticato senza rispetti umani e vissuto senza mezzi termini.
All’alba di questo maggio verdeggiante, all’alba di tempi nuovi, per quanto ci sia motivo di tristezza, la visione di questa madre Italia, che dall’Alpi al mare tutta è dolorante e sofferente, noi guardiamo con fiducia all’avvenire perché siamo certi che il sangue dei buoni, degli innocenti, come fu il sangue del sac. Giuseppe Rossi, non sarà stato versato invano, ma sarà seme fecondo da cui germoglieranno tempi migliori.
Commemorando don Giuseppe Rossi
Castiglione, 13 maggio 1945
Si racconta che Pericle, al termine della guerra del Peloponneso, raccolse tutto il popolo sul luogo dove per lungo tempo i suoi soldati avevano combattuto e accennando a quel terreno, consacrato dal sangue, dove riposavano le salme dei caduti, con l’accento della disperazione nel cuore, dicesse: "L’anno ha perduto la sua primavera!".
Evidentemente Pericle non alludeva alla primavera della natura che ogni anno fa ritorno dopo i rigori d’inverno, alludeva alla primavera di giovinezza che la guerra aveva stroncato e falciato.
Miei cari, all’inverno rigido e gelido di qualche mese fa, ha tenuto dietro una primavera ricca di luce, di sole, di fiori: se proprio a questi giorni di fiori e di verde, proprio a questi giorni pulsanti di vita, la sorte, meglio la Provvidenza, riserbava l’aurora di un giorno che tutti i buoni e gli onesti da tempo sognavano e pregavano da Dio; l’aurora della pace, l’aurora di quel giorno in cui gli uomini cessavano una buona volta di odiarsi, affamarsi, uccidersi.
Questo sole di pace, o miei cari, è tornato: non è ancora un sole di pieno meriggio, ma già i suoi raggi sono sufficienti per diradare quelle lacrime di tnenebra, di minaccia e di trepidazione che fino a ieri rendevano incerto l’avvenire. Sui volti segnati dagli stenti e dalla miseria molte rughe si sono spianate, ci siamo data la mano, ci siamo guardati negli occhi con affetto nuovo, la vita ha ripopolato le strade prima deserte, i giovani, costretti ai monti per lunghi mesi, hanno potuto ridiscendere alle loro case senza più il pericolo di essere inseguiti, perseguitati, braccati come ieri. Motivo di gioia sincera e spontanea per noi questo ritorno di pace, motivo di sollievo per tutti, motivo di speranza per l’avvenire che ci attende.
Ma, o miei cari, se noi diamo uno sguardo a quel passato recente che abbiamo lasciato alle spalle, se sostiamo a riguardare le strade percorse in questi ultimi anni, strade segnate da una scia di dolore e di sangue, strada di rovine materiali e di strazi morali, allora il nostro occhio si copre d’un velo di mestizia e un grido ci esce dal cuore, il grido di Pericle: "L’anno ha perduto la sua primavera".
Otto giorni sono trascorsi dalla festa di San Gottardo, festa preparata da una giornata di adorazione e riuscita bene per le numerose confessioni e comunioni, per le funzioni solenni e le processioni, ed oggi ancora ci troviamo ai piedi di Gesù non più per tessere le lodi del Santo vostro protettore, ma per rievocare la figura mite e buona di colui che fu l’ultimo vostro pastore.
Vi parlo di don Giuseppe Rossi stamane, così come il cuore detta, senza nessuna pretesa di tenervi un discorso vero e proprio o di tracciarvi un elogio funebre perché il miglior elogio funebre del vostro Prevosto lo avete fatto voi con il vostro dolore così profondo ed unanime; vi parlo di lui come un amico parla di un amico, un sacerdote di un sacerdote.
1. Voi, o Castiglionesi, ricordate certo il giorno in cui la Provvidenza ha condotto don Giuseppe Rossi al vostro paese: don Giuseppe era uscito allora dal seminario; da un anno aveva celebrato la prima Messa. Un giorno il Vescovo l’aveva chiamato e gli aveva detto semplicemente come fa un Superiore a cui si è promesso ubbidienza: "Andrai a Castiglione nella Valle Anzasca. Ti affido delle anime: onore grande e grande responsabilità".
Fu così che il Signore riserbò a voi questo sacerdote veramente buono, laborioso, zelante. Fu così che un giorno lo vedeste venire fra di voi, esile nella persona, ma dallo sguardo vivido e intelligente, dal volto di asceta. In mezzo a voi ha cominciato a lavorare con l’ardore di ogni sacerdote novello, con lo zelo di un sacerdote santo; un lavoro nascosto spesso agli occhi del mondo, un lavoro che il mondo superficiale e materiale spesso non comprende e non apprezza, un lavoro di delicatezza e responsabilità qual è il lavoro di educare dei cuori e di formare delle anime. Offrire i mezzi di santificazione, ricondurre gli erranti sulla via buona, sollevare i caduti, incoraggiare i fiacchi e i dubbiosi, guidare tutti sulla via del bene, tutti precedendo con il suo esempio.
Ecco, in sintesi, il programma di ogni sacerdote, programma a cui don Giuseppe si mantenne fedele dal primo giorno all’ultimo del suo ministero in mezzo a voi. Voi che lo avete avvicinato don Giuseppe, seguito, amato, voi che avete goduto i benefici del suo apostolato all’altare, al pulpito, al confessionale, ben potete testimoniare come don Giuseppe sia stato un sacerdote modello, un sacerdote che mai è venuto meno alla consegna di guidare con la dottrina e di illuminare con l’esempio il gregge affidatogli.
Chi vi parla non ha conosciuto don Giuseppe, durante il corso di studi in seminario: mi precedeva di cinque anni e quindi quando entravo in teologia lui già aveva lasciato il seminario. La prima volta che ebbi la fortuna di incontrarlo – mi sia permesso il ricordo personale – fu a Cimamulera nell’agosto del 1942. Gli avevo scritto della mia destinazione a quella parrocchia, gli avevo comunicato la data di una mia visita a Cima, ed eccolo là nel pomeriggio a dirmi una parola buona come sapeva dirla lui, una parola di antidoto contro le facili depressioni di chi è giovane e per di più novello ed inesperto della vita.
Caro, indimenticabile amico! Ancora conservo una sua lettera in cui mi diceva testualmente: "Possa tu trovare le più belle consolazioni in questi primi passi nel ministero sacerdotale: te lo auguro di cuore. Questo però è certo che ci faremo ottima compagnia!". Sì, ci siamo fatta ottima compagnia. Lo attesto con tutta la sincerità della mente, lo attesto qui pubblicamente per un dovere di gratitudine. Don Giuseppe è stato l’amico, il compagno, il fratello dei primi anni di sacerdozio… Trovare uno che ci comprenda, uno a cui confidare i propri crucci segreti, le proprie pene, le proprie preoccupazioni è spesso un bisogno del cuore, una necessità, un togliere il pericolo di lasciar cadere le braccia vinti dallo smarrimento.
Don Giuseppe è stato per me tutto questo: la sua giovinezza gli faceva intuire ogni sentimento del mio animo, la sua bontà gli faceva trovare la parola adatta per illuminare, correggere, confidare.
Caro, indimenticabile amico! Lo ricordo in montagna nelle scarse passeggiate che la guerra ci ha concesso. Come amava la montagna! Si direbbe che sentiva un’attrattiva particolare per le vette, per le altezze, per i sentieri ripidi e scoscesi. E camminava; camminava con passo svelto, senza quasi sentire la stanchezza. E in alto il suo occhio diventava ancor più vivo, ancor più luminoso, contemplava in silenzio le cime circostanti: "Là, mi diceva, l’anno scorso alla Colma, additandomi il Pizzo San Martino, là devi venire con me l’anno prossimo!". Caro, indimenticabile amico, forse al tuo sguardo già si profilava la visione di un altro monte ben più alto: il monte che doveva condurti al cielo e all’eternità!
Lo ricordo curvo sulla bicicletta, saettava via snello, veloce, poi si fermava ad attendermi.
Lo ricordo nelle visite che così di sovente ci scambiavamo: si parlava della propria parrocchia, delle iniziative, delle gioie, delle delusioni comuni, si entrava in argomento di studio, di dogmatica, di morale. Misurato nelle parole sapeva esprimere con sintesi e lucidità il suo pensiero, il suo punto di vista. Solo la sua umiltà e il suo riserbo facevano velo a chi non lo conosceva intimamente alla sua bella intelligenza.
In mezzo ad un gruppo di sacerdoti ascoltava con attenzione, ma per lo più taceva; ma quando parlava, bastavano poche battute per rivelarci il suo mondo interiore, la sua abitudine alla meditazione e alla riflessione. Non mai un giudizio affrettato e superficiale sul conto del prossimo: sapeva riconoscere ed apprezzare il bene da chiunque fosse compiuto, sapeva vedere il male nelle giuste proporzioni e condannarlo quando il dovere lo richiedeva senza esitazioni e timidezze con parola schietta e franca.
Ecco alcuni tratti che ci danno la fisionomia morale di lui, alcuni ricordi che ce lo fanno sentire ancora presente in mezzo a noi come lo era non molte settimane fa.
2. Qui nel vostro paese tutto procedeva normale e tranquillo. La guerra indubbiamente pesava anche su di voi: i figli lontani, i giovani sui monti, la scarsità dei viveri, l’esosità del mercato nero. Ma tutto voi sapevate sopportare senza piagnistei con generosità e fermezza cristiana pensando a quanti ancora di più di voi soffrivano. Ci voleva proprio quel fatale 26 febbraio per piombarvi improvvisamente nel lutto, nel dolore, nello strazio.
Capita spesso in una giornata afosa d’estate che si addensi nel cielo un temporale minaccioso, temporale che dopo breve tempo riversa sulla campagna verdeggiante il suo carico di grandine. Qualche ora dopo brilla di nuovo il sole e sull’azzurro spiccano i colori dell’arcobaleno: ma il contadino osserva la sua campagna devastata e piange. Uno di questi nubifragi nell’agosto del 1940 aveva sorpreso sul lago d’Orta un mio compagno in barca e lo aveva sommerso. Dopo qualche tempo il lago era tornato tranquillo: non un’onda increspava le sue acque, ma intanto in pochi minuti aveva inghiottito una vita, aveva fatto una vittima.
Così nel cielo del vostro paese s’è abbattuta improvvisa la burrasca: dopo appena due mesi ritornava il sereno, il sole; ma intanto nel cuore si era aperto un solco di dolore e questo dolore si fa sentire a voi quando meno ci pensate, quando meno ve l’aspettate. Nei momenti di tristezza per dirvi che altri hanno sofferto più di voi, nei momenti di gioia e di festa per dirvi che qualcuno non è più con voi a partecipare alla vostra gioia e alla vostra festa.
Mi vorrete perdonare, carissimi, se ancora una volta richiamo a voi una pagina di dolore, mi vorrete perdonare se ancora una volta metto allo scoperto il vostro dolore. Se lo faccio è perché lo credo assolutamente necessario in occasione di questo solenne ufficio funebre; è perché ritengo mio dovere riparare al passato silenzio dei mesi scorsi, silenzio che non fu un atto di viltà, ma sacra misura di prudenza per evitare che al male si aggiungesse altro male, alle rovine altre rovine, per evitare che non più una popolazione ma due corressero pericolo di rimanere senza assistenza religiosa.
26 febbraio – giornata che voi avete iniziato come qualunque altra: voi vi eravate recati al vostro lavoro: chi in campagna, chi nei boschi, chi alle fabbriche. Un sole tiepido vi annunciava la vicina primavera… E invece prima che il sole calasse dietro i monti voi dovevate assistere ad uno spettacolo ben triste: l’omicidio e la distruzione di due vostre frazioni.
Ma questo non era che l’inizio, la prima tappa del Calvario. Il fuoco non bastava: ci voleva del sangue. Ci voleva una vittima contro cui riversare il proprio furore, la sete di vendetta.
E Satana lanciò la sua proposta: "Prendete il prete, uccidetelo, vedrete quale gioia, quale soddisfazione ad uccidere un prete!".
Cadevano le prime ombre della sera e come nella lontana sera del Giovedì Santo gli sgherri andarono a catturare Gesù per condurlo al patibolo della croce, così qui altri sgherri non meno posseduti dal demonio di quelli, salirono la breve erta che conduceva alla casa parrocchiale per prendere la vittima designata e condurla alla morte. E don Giuseppe Rossi, rimesso poco prima in libertà dopo gli interrogatori da cui era stato riconosciuto come un buon italiano, e a cui la coscienza non rimproverava nessun favoritismo verso l’una o l’altra parte, li seguì ben lontano dal sospettare, almeno all’inizio, le loro intenzioni cattive. Ma giù nel burrone vicino a quelle mura diroccate da qualche ora s’era messa in agguato la morte ed attendeva…
Come si sarà trovato don Giuseppe di fronte alla morte? Qualcuno di voi pensando a quell’istante supremo mi diceva: "Don Giuseppe certo non si è perso di coraggio perché era preparato". Il sacerdote che assiste i moribondi e li accompagna dalla vita all’eternità, il sacerdote che insegna agli altri a morire, dev’essere qui pronto a morire; lui, per primo deve sapere come si fa a morire. E don Giuseppe, ne possiamo essere certi, era pronto a presentarsi a Dio; pronto non solamente per essersi preparato in questi ultimi istanti, ma pronto perché sempre era vissuto sotto lo sguardo di Dio, sempre ne aveva seguito la volontà, pronto perché lui aveva quasi divinato la prossima fine della sua vita. Ora che non è più tra noi, quel non voler accettare elemosine di Sante Messe, quegli accenni più o meno velati alla persecuzione religiosa, hanno tutta l’apparenza di veri e propri presentimenti.
L’ultima volta fu da me, pochi giorni prima di morire, parlando di non so più che cosa, diceva testualmente: "Sono nel 33° anno di età, l’età del Signore, l’età di morire". Ma anche prescindendo da queste considerazioni non possiamo ben essere certi della sua morte da sacerdote e da forte, anzitutto perché Iddio proporziona la grazia ai bisogni del momento e quindi in quegli istanti lo avrà sostenuto con una grazia tutta particolare, e poi perché se ha scelto lui e non un altro sacerdote, e non uno qualunque di noi è perché ben più di ogni altro era maturo per il cielo.
Da quella sera, miei buoni Castiglionesi, cominciava quella che io amo definire la vostra settimana di passione. Il giorno seguente veramente trascorse senza troppe apprensioni perché da diverse parti si diceva che don Giuseppe era fuggito; c’era persino, tanto è immaginosa la fantasia di qualcuno, chi l’aveva visto da me; ma nel pomeriggio di mercoledì, quando ci si dovette render conto dell’insussistenza di queste voci, quando da tutti i presidi ci veniva risposto che nulla si sapeva di lui, allora le pur tenui speranze, cedettero il posto ad un triste presentimento: il presentimento della sua scomparsa.
Allora cominciarono le ricerche della salma; ricerche dapprima ostacolate e poi a stento concesse per non urtare maggiormente la vostra sensibilità. E col cuore in trepidazione siete discesi nel burrone, l’avete percorso in ogni senso. Quella volta non era più il buon pastore che andava alla ricerca delle sue pecorelle, erano le pecore che andavano alla ricerca del loro pastore ucciso. Finalmente, dopo lunghi giorni, in cui fu messa alla prova la vostra fedeltà e il vostro affetto i vostri occhi intravidero la sua salma.
Caro, indimenticabile don Giuseppe, quale scempio avevano fatto su di te i tuoi assassini! Quel dolce sorriso che illuminava il tuo volto era sparito per sempre. Le mani tremanti ti lavarono al torrente, fasciarono il tuo capo e poi ti portarono su, in posizione di dolce riposo. Il popolo, il tuo popolo volle sfilare davanti a te per darti l’ultimo saluto, per vederti l’ultima volta. Le preghiere si alternavano con le lacrime. C’era chi parlava di te facendo le lodi più belle, c’era chi baciandoti le mani invocava protezione, aiuto, conforto come si fa con i santi. Accanto al tuo letto anche i piccoli, anche i bambini venivano senza esitazione e senza paura. Tu non eri un morto come gli altri, venivano a portarti il loro saluto e l’omaggio delle prime viole sbocciate sui pendii dei monti.
Anch’io ho bussato all’uscio di casa tua. Ma tu non sei più venuto ad aprirmi; qualcuno mi condusse alla tua stanza e mi disse semplicemente con un gesto più che con le parole: ecco qui il nostro Prevosto. E ti ho visto, caro don Giuseppe, ti ho visto disteso, immobile, morto, ho visto il tuo capo fasciato e mi sono risvegliato come da un sogno triste e lugubre e ho pianto come si piange davanti ad un fratello ucciso, ad un amico perduto per sempre, e un grido di indignazione mi è uscito dal cuore contro i barbari tuoi assassini, ed un gesto verso il cielo anche: "Perché o Signore?".
Ripenso alla tua ultima visita. Ecco mi parlavi della tua parrocchia, delle prossime Sante Quarantore ed un sorriso buono sfiorava come sempre il tuo volto d’asceta. Ma io non ho saputo fissarti bene in faccia e comprendere che quello era il sorriso d’addio, che nelle tue pupille già c’era il riflesso dell’eternità.
Così ti ho rivisto sul tuo lettino bianco, inerte, immobile e ho pianto come ho visto piangere le donne, i bambini, gli uomini.
Vennero i sacerdoti della Valle per i tuoi funerali: tutto il popolo si era raccolto qui in chiesa; tutto no: qualcuno mancava: erano i giovani che non potevano scendere. Ma anch’essi, i tuoi giovani, dall’alto del monte seguirono il corteo funebre che si snodava lento attorno alla chiesa, anch’essi accompagnarono la tua anima con le lacrime agli occhi, la preghiera nel cuore.
Ora tu riposi nel cimitero della tua nativa Varallo, il tuo corpo riposa sotterra in attesa della risurrezione finale, ma la tua anima bella, candida e pura come quella di un bimbo innocente è salita al cielo, è giunta alla Patria vera, alla felicità eterna. E dal cielo tu ancora vegli sulla tua Castiglione, su coloro che hai amato tu preghi e invochi da Dio benedizione e conforto sul tuo popolo.
Castiglionesi, sollevatevi al disopra del vostro dolore nella luce e nel conforto della fede. Fede che getta un raggio di luce sul mistero del dolore, fede che ci mette sulla via della Provvidenza, fede che ci assicura che chi vi fu così brutalmente tolto da mano anonima partecipa della vita gloriosa del cielo.
Accanto a San Gottardo patrono ufficiale della vostra chiesa io non esito a mettere anche don Giuseppe, di cui tutti indistintamente avete attestato lo spirito di preghiera, la bontà, la purezza.
Nella scia luminosa del suo esempio cerchiamo anche noi di avanzare sulla via del bene, cerchiamo di non offuscare la sua memoria. Cerchiamo di cogliere quegli inviti al bene che ancora ci manda. Defunctus adhuc loquitur. Don Giuseppe è uno di quei morti che sono continuamente con noi e ci parla.
Insieme con don Giuseppe noi siamo ben lieti di commemorare stamane anche altre quattro vittime dell’odio: Pierino Zanetti che ha subito una morte analoga a quella del vostro Prevosto, e di cui non è il caso che vi ricordi i particolari, perché tutti li conoscete, Martino Panighetti, e i due giovani patrioti uccisi l’anno scorso alla Colma. Le salme di questi due ultimi sono qui vicino a voi e saranno oggi stesso portate al loro paese natale.
Noi vogliamo con l’ufficiatura funebre di stamane suffragare le loro anime e rendere alle loro salme quegli onori che il nemico non volle concedere. Noi vogliamo dire ai loro cari in lacrime la nostra più schietta partecipazione al dolore e a questi defunti la nostra commossa riconoscenza. Perché se oggi nuovo sole di pace, giustizia e libertà è sorto, come vi dicevo all’inizio, sul cielo della patria, il merito in gran parte va a queste giovinezze che seppero fare l’immolazione totale di sé per il bene di tutti.
"Sine sanguine effusioni non fit remissio". Senza spargimento di sangue…
Commemorazione tenuta dall’on. Oscar Luigi Scalfaro
nel 1985 (allora Ministro dell’Interno)
Don Giuseppe Rossi, 40 anni dopo!
La sua vita fu più povera che semplice; una povertà marcata dal sacrificio dei genitori perché lui fosse sacerdote; mi è rimasta impressa la figura della mamma che va ogni anno alla monda del riso sempre per questo scopo.
In quella casa la chiamata di Dio è una risposta di amore con una singolare disponibilità alla Croce, alla consumazione per amore. Per questo non fa meraviglia la morte di don Giuseppe, quella morte! Eppure la sua offerta non sa di eccezione, ma è una prosecuzione logica che non si ferma al calvario, ma sale fin sulla Croce.
"Pastore è colui che va avanti e le pecore lo seguono, colui che lascia al sicuro le pecore e va fuori a cercare la pecora smarrita… ed è colui "che conosce le sue e loro lo conoscono alla voce". E ancora "il buon pastore dà la vita per le sue pecore", non fugge!
"Non fugge… Questa ipotesi nell’animo, nella mente, nel cuore di don Giuseppe non c’è stata mai; lui è il pastore e basta; lui sale sulla Croce… Pare pensiero ardito, eppure persino la Madonna rimase ai piedi della Croce, "stabat" anche se con l’anima la vita era lassù.
Allora è vero: sacerdos alter Christus!
Nella sua vita sacerdotale si scorge vivo l’animo dell’apostolo, l’amore per le anime, l’incontro con le anime; la diversità tra l’una e l’altra e l’amoroso rispetto per ciascuna, l’adattarsi a ciascuna, perché ognuna è persona.
"Fui chiamato ad essere per vocazione Apostolo della fede: come tale devo assicurare le anime. Compito difficile, arduo. Il terreno spirituale si presenta molto accidentato, per la varietà dei caratteri, che non si possono trattare con un solo identico metodo. Tante teste, tanti modi di agire e di "pensare" una norma elementare da tenersi presente". Ed ecco il rispetto di ciascuno, di ogni persona, lo sforzo di prendere ciascuno come è.
"La vita è bella quando le infinite vibrazioni si intonano con quelle dell’anima. Ma nell’armonia delle cose e degli spiriti, quante battute di arresto, quanti contrattempi, quante stonature là dove più sublime dovrebbe essere la poesia, nel mondo delle anime come un’atmosfera pesante avvolge gli uomini e li riduce ad una prosa mortificante".
Avvicinandole, amandole, le anime si presentano come sono, si confidano, non nascondono la loro realtà. Si sente nel cuore del sacerdote la partecipazione (e quanto costa!), all’avventura delle anime, di ciascuna di esse, quanto costa il vivere con ciascuna la propria atmosfera.
Intervengono le delusioni, le sconfitte, il senso dell’inutilità… a che serve, tutto è nulla! Non sono capace... oppure anche se sono bravissimo, servo inutile sono?
"Dopo cinque mesi di vita parrocchiale... quale il risultato del mio lavoro? Nullo o quasi. Non vedo alcun frutto.
Isolato, con il dolore che mi penetra fino alle ossa, non trovo un metodo di conquista. Una roccia impenetrabile mi sta di fronte; un popolo senza desideri di bene, di sacrificio, di eroismo.
Mi pare di battere invano col furore dei miei giovani anni, di sprecare le migliori energie in un lavoro vano.
Dopo questa amara constatazione, non getto le armi perché non dispero ancora del tutto.
Sopra il mio capo, sull’agitarsi di passioni umane, veglia un Essere che tutto può".
Ora ricerca in sè i motivi della non riuscita della depressione della desolazione. Un esame di coscienza coraggioso quasi spietato e quindi la diagnosi e la scelta. "Festa di S. Giuseppe: ho notato nel mio intimo qualche meschinità, nascosta nel desiderio di captare l’aura popolare in qualche segno esteriore di beneficenza. Sono contento di essere stato deluso. Così "tempro la mia anima che voglio rendere tetragona alle bufere della vita".
L’uomo superiore non cerca ricompensa nell’opera buona, nè chiede riconoscenza; anzi ama nascondersi nell’ombra dove evitando delusioni ed abbagli, gli è facile equilibrarsi nella serenità dello spirito tra le violente tempeste della vita.
Questo l’ideale dell’uomo, a cui aspiro, umilmente, conoscendo le mie forze, ad ogni costo, cosciente delle dure prove che mi attendono". La noia, la tristezza, la malinconia, lo smarrimento... "coepit pavere et tedere".
"La noia mi opprime, se inizio la giornata senza un preciso programma; mi agito allora come fossi alle strette di mani invisibili che mi fanno soffrire. Mi sento l’anima triste, melanconica: mi pare di essere un pellegrino che ha smarrito la strada e si volge a destra e a sinistra, interrogando, sempre indeciso e di ritorno sui suoi passi".
Come uscire, come avere la forza di superare le stonature, l’isolamento, il dolore, la sconfitta verso le anime, la partecipazione alla loro "vita di ogni giorno intessuta di miserie e di colpe che fa l’anima e nauseata? dove trovare aiuto?
"Mi getto disperatamente tra le braccia di Gesù di cui devo seguire le orme verso la Croce, il Calvario. Si scatenano bufere umane che paiono tutto travolgere: con Dio io sono oltre la grigia nuvolaglia delle passioni, nell’atmosfera serena, nell’azzurro infinito, nella pace divina".
Ora non è più l’uomo il modello, è Cristo e Cristo crocefisso.
"… Studio un modello che è la verità personificata. Mi sforzo di ritrarlo nei vari momenti della sua vita, con la passione di chi aspira alle gioie pure dello spirito. Un modello che va avvicinato con umiltà, se no si guasta, si falsifica; con amore, se no svanisce in una vaporosità che confonde le linee della figura.
Ho questo intimo desiderio di capire il Cristo, nella storia e nella vita, perchè riempie di sè il passato e il presente. Non si segue Cristo fino ai piedi della Croce, ma sulla Croce. Il Crocifisso è il simbolo del Cristianesimo".
Sull’immagine ricordo della sua ordinazione sacerdotale le parole di Paolo ai Corinzi: "Darò quanto ho, anzi darò tutto me stesso per le anime vostre". Tutto!
Don Giuseppe, a nome del tuo popolo, grazie; a nome di ciascuno di noi, grazie!
E tu, Mamma, che Don Giuseppe ha tante volte invocato Ausiliatrice...". Affidami, Gesù, alla protezione della tua Mamma Immacolata", fa’ che non dimentichiamo, non disperdiamo la sua insanguinata offerta di Amore!
E ora siamo presenti, partecipiamo all’ultima Messa di Don Giuseppe. È il 26 febbraio 1945. Nella notte in cui fu tradito (e fu tradito dagli uomini violenti> prese come pane, come vino, la sua vita, il suo sangue e mentre sotto i colpi dei calci dei fucili, con le mani, con le unghie scavando preparava il suo altare, disse a Gesù con il cuore: "Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue offerti in sacrificio a Te per il mio popolo, per i miei figli. E anche voi fate questo per amore! Chi ama, dà la vita".
Commemorazione tenuta da Mons. Carlo Brugo nel 1985
Nel ricordo di Don Giuseppe Rossi, a 40 anni dal suo sacrificio
"Justorum animae in manu Dei sunt et non tanget illos tormentum malitiae: visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace…" (Deut.).
È una certezza che ravviva, in commozione, la celebrazione del 40 anniversario dell’immolazione di Don Giuseppe rossi… e viene tanto spontaneo il ricordo del Vescovo Leone – che visse giornate di paterna trepidazione, allorché venne informato prima del trafugamento e poi dell’uccisione del caro confratello e volle venire di persona ad immolare la Vittima divina sul luogo dell’eccidio – e del Vescovo Gilla Vincenzo, che ripetutamente fu a Castiglione per commemorare l’atto eroico dell’umile prete di montagna, che fu meraviglioso nella totale donazione di sé per salvare la sua gente dalla voluttà vendicatrice di persone senza cuore.
Mi sono chiesto tante volte da dove Don Giuseppe, mite per natura ed apparentemente esile, abbia attinto la straordinaria fortezza, che lo indusse non alla fuga dinnanzi all’incalzare della banda disumana che lo cercava a morte, ma ad accettare il rischio ed a rendere la testimonianza suprema, "non impugnando le armi – come fu scritto recentemente -, ma per sola effusione di bontà, per sola testimonianza di sacrificio, per missione di salvezza…".
La risposta viene dall’orazione principale di questa domenica: "O Dio, fortezza di chi spera in Te,… soccorrici con la Tua grazia, perché fedeli ai Tuoi comandamenti, possiamo piacerTi nelle intenzioni e nelle opere" (Dom. XI).
Fu il programma di Don Giuseppe, in sintonia con l’esempio chiarissimo di Gesù: "piacere a Dio nelle intenzioni… ("Faccio sempre ciò che piace al Padre mio" è il ritornello del divin Maestro!) per uniformarsi alla Sua santa volontà nelle opere… e diventare un vero pastore di anime, seguendo l’esempio di Lui fino all’effusione del sangue.
La ragione del suo programma appare evidente da un passo del diario, che svela la ricchezza del suo spirito e dà, per così dire, la chiave di volta della sua condotta: "solo l’umile si regge da forte nella prova", proprio perché l’umile porta in sé, con la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie fragilità, la certezza della divina presenza ed assistenza.
"… sopra il mio capo – sono ancora sue parole –, nell’agitarsi di passioni umane, veglia un Essere che tutto può…" e più avanti: "… mi getto disperatamente tra le braccia di Gesù, di cui devo seguire le orme verso la Croce, il Calvario. Si scatenano bufere umane che paiono tutto travolgere: con Dio io sono oltre la grigia nuvolaglia delle passioni, nell’atmosfera serena, nell’azzurro infinito, nella luce divina".
Da questa sorgente inesauribile la forza del suo animo che lo rendeva generoso fino alla totale donazione di sé! "… per la nostra liberazione si sarebbe volentieri sacrificato lui…", ha dichiarato uno degli ostaggi catturati dalla banda fascista.
Quando aveva fatto quell’affermazione, probabilmente Don Giuseppe aveva sentito risuonare dentro di sé la parola di Gesù: "… Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la vita per le sue pecore; il mercenario, colui che non è pastore, al quale non appartengono le pecore, vede venire il lupo ed abbandona le pecore e fugge…" (Gv 10,11-12).
Il buon pastore! "Il prete, un giovane, nei cui occhi traboccano la Fede e la naturale gioia di vivere…". Ma un giovane animato dal senso del dovere, illuminato dalla Fede, che lo ha fatto ministro di Cristo, e dalla carità, che lo ha reso padre delle anime, al punto da sentire la sublimazione dell’amore nel sacrificare se stesso per il bene del prossimo: "Non vi è amore più grande, che dare la vita per i propri amici…" (Gv 15,12).
Di qui la tensione per rendersi sempre più idoneo ad assolvere la responsabilità della cura d’anime, potenziando in sé la vita interiore, perché "nessuno dà quello che non ha".
Penso che possiamo applicare a lui, senza forzatura, la preghiera di un credente laico, il quale si rivolgeva al Signore così: "Tu che sei al di sopra di noi, Tu che sei uno di noi, Tu che sei anche in noi: possano tutti vedere Te anche in me; possa io preparare la strada per Te, possa io rendere grazie per tutto ciò che allora mi toccherà; possa io non scordare in ciò i bisogni altrui. Tienimi nel Tuo amore, così come vuoi che tutti dimorino nel mio. Dammi puri sensi per vederTi; dammi umili sensi per udirTi; dammi sensi di amore per servirTi; dammi umili sensi di fede per dimorare in Te" (Da "Linea della vita" di Dag Hammarskjold + 18.09.1961).
Può vivere questi intendimenti un’anima ricolma di Dio, inebriata dai veri valori della vita, quelli iniettati – se così posso esprimermi – dalla totale donazione di Cristo in una creatura, capace di credere pienamente all’amore del Signore per la nostra povera umanità, ridondante di miseria.
Di qui la fortezza di chi spera nel Signore ed attende con fiducia il Suo aiuto, come abbiamo pregato all’inizio della celebrazione.
E noi? Guardando all’esempio di questo nostro fratello, vittima dell’odio e della violenza, nutriamo di confidenza la nostra sete di certezza, il nostro muto bisogno di Dio, mentre fissiamo – mente e cuore – Gesù crocifisso, che ripete il suo invito alle anime seriamente disposte a seguirlo. Quale sarà la nostra risposta?
"Bagliori di fiaccole
danzano nel mio cuore
aperto a Te
che chiami dalla Croce.
Ho risposto: Eccomi!
e la Tua luce
ha squarciato la mia notte.
Non ho più timore:
dietro a Te
camminerò fino alla Tua morte!
Quando vorrai
la mia piccola croce
si fonderà nella Tua
in un gesto d’amore,
suggello del sì
che non ha fine" (Candido Tara)
Esili espressioni di sentimento?
Direi piuttosto: luminosa poesia di vita. Don Giuseppe Rossi l’attinse all’altare del Signore e la consumò nel sacrificio della vita.
Anche noi l’attingiamo dalla stessa fonte limpida ed inesauribile, memori che la goccia d’acqua, per quanto piccina, unita all’Oceano non si secca più!
Castiglione Ossola, 16 giugno 1985
Commemorazione di Tito Chiovenda
tenuta a Castiglione d’Ossola il 16 agosto 1946
Per don Giuseppe Rossi: Castiglione d’Ossola 16 agosto 1946
Convalligiani miei e voi concittadini di don Giuseppe Rossi che avete compiuto il lungo pellegrinaggio per venire ad assistere a queste modeste onoranze e voi circondati qui da una più intensa, commossa riverenza, Genitori e congiunti di lui: io ho letto stamane sul manifesto delle onoranze queste magnifiche parole: "Eroe della fede e della libertà".
Se a me, laico, e devoto dall’adolescenza senza alcuna parentesi alla causa della Libertà, è stato commesso di commemorare brevemente questo martire, è certamente alla Libertà che si è pensato. Eppure io non posso dimenticare che questo caduto per la Libertà è stato un sacerdote di Cristo. E vorrei che le parole di lode fossero pronunciate da una bocca più degna e mi piacerebbe che ciò avvenisse in chiesa.
Perché questo privilegio che il rito accorda al sacerdote defunto, di essere lodato fra le pareti della chiesa, anche se egli non è elevato all’onore degli altari ed i fedeli sono chiamati a pregare non lui ma per lui, privilegio che a me cristiano un po’ ribelle e memore delle parole di S. Pietro: "Anch’io sono un uomo", sembrava ingiusto, oggi mi sembra degno e bello. Degno e bello che, come il professore lodato nell’aula dove impartì il sapere, il soldato sul campo di battaglia dove è caduto, così il sacerdote sia lodato là dove la sua voce si è levata ad insegnare, a consacrare, ad assolvere, a intercedere.
Ma don Giuseppe Rossi è stato anche un soldato, e deve essere brevemente lodato anche qui, in questo orrido burrone, dove è caduto. Un soldato più valoroso di quelli che combattono con le armi, pur sacrosante, della difesa e dell’offesa; perché egli non oppose al nemico che lo straziava e lo uccideva altre armi che il suo petto innocente e non levò le mani se non, ancora una volta, a benedire.
E quelle pure mani, che avevano versato sulle fronti dei vostri bimbi l’acqua battesimale, avevano congiunto le destre dei vostri sposi, avevano calata la palpebra sulle pupille spente dei vostri vecchi: quelle mani che non avevano saputo altri gesti che quelli della carità e della preghiera, furono costrette dagli assassini, proprio qui, a scavare fra sassi e spini la sua misera tomba!
Particolare atroce che richiamerebbe sulle nostre labbra parole d’odio e di vendetta, se non suonasse ancora più forte la voce di Lui che ci parla dall’oltretomba parole di amore. Indomabile, meraviglioso amore quello di questo pastore che prese alla lettera le parole del suo Maestro e diede la vita per le sue pecorelle. E possiamo ben dire che ha voluto darla; perché quando un milite meno scellerato dei compagni si recò alla canonica ad avvertirlo che, per la sua ostinata opera di aiuto ai difensori della libertà, era destinato a morte e che si mettesse in salvo, egli rispose che non avendo fatto nulla di male non credeva di correre alcun pericolo e non se ne sarebbe andato. Ora per quanto semplice come una colomba, egli in realtà ben sapeva che il pericolo lo correva, e quale; ma volle correrlo, perché pensava che fosse bene morire uno per il popolo e che forse morendo Lui salvava il suo popolo. E non fu vana speranza, perché, infatti, dopo compiuto l’enorme delitto, quasi inorriditi loro stessi, non osarono più coprirsi di altro sangue e posero fine, se non agli incendi, agli eccidi.
Nessuno di noi sa se la Chiesa ufficiale, ravviando in questa fine la virtù del cristiano esercitata in grado eroico, eleverà don Giuseppe Rossi agli altari: io so però che voi suoi parrocchiani l’altare glielo avete già eretto nei vostri cuori e Lo chiamate santo. E so anche, pur non avendo mai udito le sue prediche, ch’Egli non potè parlarvi che di cose sante e che, perciò, lasciando a voi padri di famiglia la cura di quegli interessi che, essendo di questa terra, non appartengono al regno di Cristo, insegnò ai padri ed ai figli ad essere buoni cristiani il che è sempre il migliore dei partiti.
Io non so s’Egli sarà detto ufficialmente santo; ma poiché Egli è già santo nei vostri cuori, possa quella sua voce risuonare ivi a lungo e fare del vostro villaggio una roccaforte di fratellanza, di tolleranza, di cristiana ed italiana civiltà.
E possa il suo ricordo, tramandato di padre in figlio e di successore in successore, durare saldo ed eterno come le rocce su cui i vostri padri eressero le vostre case e voi avete eretto questa cappella espiatoria e votiva.
Senatore Carlo Torelli
Commemorazione di don Rossi
Castiglione Ossola, 26.02.1965
In questo ventennale della Resistenza tutt’Italia ha commemorato i caduti per la libertà, ha ricordato la cronaca dolorosa di quegli anni di fuoco, di dolore e di sangue, tutt’Italia ha ricordato le ansie e le speranze che guidavano gli uomini della Resistenza nella lotta per un domani che si voleva sereno in un regime libero e democratico.
Ma qui, oggi, i normali limiti delle commemorazioni ormai entrate nel cuore del nostro popolo, sono superati, qui siamo davanti ad un altare, dove si è sacrificato un sacerdote per testimoniare con la vita il bene che voleva a Dio e al suo prossimo. Le mie parole quindi vogliono essere di meditazione, di ringraziamento e di ammonizione al cuore e alla mente.
Chi ha vissuto quegli anni, che furon chiamati "gli anni della caligine" sa che la lotta aveva basi politiche, che si combatteva contro uno straniero ma anche contro un avversario interno legato allo straniero; ma qui, a Castiglione lo scontro politico non è stato che la maschera del solito dramma che mette il sacerdote nella condizione di essere la vittima espiatrice nelle ore più nere della storia umana.
Il solito dramma, di cui è sempre protagonista il sacerdote che predica l’amore nei giorni della violenza e dell’odio.
Son trascorsi vent’anni dai giorni in cui soldataglie di ogni genere terrorizzavano la valle, mentre i nostri giovani e gli uomini validi avevano deciso di "resistere" e combattere per acquistare la libertà.
Mentre si combatteva sulle montagne, altri si opponevano nelle città, mentre si pativa nelle prigioni, altri morivano nei campi di deportazione: ovunque era sofferenza e dolore, ma vicino al suo popolo il sacerdote dava il suo contributo di presenza e di amore, di assistenza e di esempio, di carità e di verità.
Quando gli uomini si pongono gli uni contro gli altri, minando la fraternità, il diritto e la giustizia la prima Resistenza – proclamando ben alto e ben chiaramente – è quella della Chiesa con il suo insegnamento di carità, di verità e di pace.
La prima resistenza morale contro l’errore della tirannide, contro la violenza, contro l’odio e la fazione è sempre quella della Chiesa.
Questa prima resistenza, che è anche la più forte, s’impone e viene condotta avanti senza armi o meglio con un’arma soltanto: quella della carità per confortare i cuori, per aiutare chi soffre, per pacificare gli animi, per predicare la pace.
Non è forse vero che in quei giorni, nelle città come nei piccoli villaggi di montagna, il sacerdote era divenuto il garante dell’ultima convivenza civile, oppure l’amministratore dei pochi beni che scarseggiavano, o l’intermediario per la salvezza di persone o la non distruzione di case?
Non è forse vero che contro lo spirito di violenza e di vendetta unico punto sicuro, unica testimonianza di pace, unica fonte di diritto e di morale, rimaneva il sacerdote?
Non è forse vero che mentre sacerdoti e vescovi affrontavano la morte per strappare vittime alle fucilazioni, alle deportazioni o per recare loro il conforto supremo, erano sempre loro a raccogliere e a lenire le angosce di famiglie lacerate e disperse o piangenti nella miseria e nell’abbandono?
Non è forse che nei giorni della caligine la casa del sacerdote era l’estremo rifugio e il luogo certo dove si poteva deporre il dolore per ricevere in cambio una parola di amore e di speranza?
Ma ognuno di questi interventi, ogni contributo di carità sacerdotale comportava per il Ministro di Dio il sospetto, o l’imputazione, spesso la cattura, la tortura, la morte.
Fu così per il parroco di Castiglione, il nostro don Giuseppe Rossi, testimone della fede e della libertà in quel lontano 26 febbraio 1945.
Inutile ricordare i fatti che sono nel cuore di ognuno di noi.
Castiglione era caduta nel vortice di una rappresaglia, le case d’una frazione erano state date alle fiamme, nel paese tutti gli uomini erano scomparsi, restavano poche donne e don Giuseppe che diceva: "Non posso fuggire, resto con voi perché potreste avere bisogno di me".
Per tutto il giorno i carnefici cercarono qualche vittima, ma invano, allora a sera prelevarono il parroco. Da quel momento non se ne seppe più nulla.
Dopo 8 giorni il suo corpo fu ritrovato qui, a testimoniare come sanno morire i preti.
Sono io, uno della Resistenza che ha vissuto e sofferto quei giorni, che vi dico: "La morte di un sacerdote si distingue da quella pure eroica e gloriosa di ogni altro combattente per la libertà".
L’olocausto dei sacerdoti – e il loro martirologio ne conta ben 727 – si distingue perché si compì senza offesa di ognuno, non impugnando le armi, ma per sola effusione di bontà, per testimonianza di sacrificio, per missione di salvezza, per onorare la verità, per servire la giustizia, per servire la Patria.
In quella sera del 26 febbraio 1945 don Giuseppe Rossi rappresentava l’estrema resistenza del bene contro il male, era l’espressione dell’amore in un momento di odio, era una figura di pace in una giornata di guerra, era un piccolo prete, esile di statura, ma ferreo nella fedeltà del suo mandato, che resisteva solidale col dolore della sua popolazione straziata, che non doveva abbandonare, quindi la ferocia dei persecutori non poteva che condannarlo a morte perché lui, il resistente ultimo a cedere, pagasse per tutti.
Così si compiva la missione del sacerdote: dare la vita per tutti, dopo aver raccolto il dolore di tutti, dare la vita per tutti dopo aver amato tutti.
Oggi don Giuseppe Rossi è qui, con noi. I morti non sono degli assenti, sono degli invisibili.
Egli è qui, nel luogo del suo calvario per un appuntamento di perdono e di concordia.
Egli non ci dice di dimenticare, tutt’altro. Quando tutto era menzogna e odio il sacerdote fu più che mai pastore delle sue pecorelle, pronto ad offrire la vita per esse e in quei tempi, molti uomini di ogni ideologia scopersero inaspettatamente la Chiesa, proprio attraverso l’eroico comportamento dei suoni ministri.
Passati gli anni, divergenze e antagonismi sembrano velare quel ricordo e far risorgere astiosità e faziosità.
Non dobbiamo dimenticare né lasciar dimenticare le vesti sacerdotali strappate e sostituite col camice degli internati nel campo di sterminio, la veste talare che onorò le celle dei torturati, che si confuse nel mucchio delle vittime delle fucilazioni sui sagrati o nei suburbi delle città, non dobbiamo lasciar disperdere quelle testimonianze di sacerdoti che avvinsero attorno a sé la solidarietà e l’unità di tutto un popolo.
Questi sacerdoti, come don Giuseppe Rossi, non devono essere con noi, ma sempre davanti a noi, come insegnamento ed esempio, come quell’uomo della leggenda, che si strappava il cuore precedendo la folla per levarlo in alto e luminoso su tutto il popolo che lo seguiva osannante.
Don Giuseppe Rossi ha perdonato, certamente non poteva non perdonare, egli si era offerto ai carnefici, era rimasto in attesa di qualunque sacrificio, egli era pronto a pagare un debito che non era il suo, quindi era mondo da ogni rancore perché ha seguito l’esempio di Gesù che pagò per primo un debito che non era il suo.
Oggi da lassù Egli ci ripete: perdonate e vivete in concordia.
Il delitto compiuto fu talmente efferato da non averci neppure permesso di conoscere le sue ultime parole. Tutti i condannati a morte della Resistenza ci lasciarono uno scritto e ci fu tramandata una parola: tutti – nessuno escluso – compirono il sacrificio estremo pronunziando parole di perdono e di speranza; io amo pensare che don Rossi nell’atto di avvicinarsi al Signore abbia ricordato il suo popolo lasciandogli un messaggio supremo: perdono e concordia.
Non poteva che essere questo il suo ultimo saluto, perché soltanto così può morire un prete che, come don Rossi cade per altri e in sostituzione di altri.
Il suo martirio è e deve essere considerato una vittoria.
Presso i competenti uffici ministeriali è in corso l’istruttoria per la concessione alla memoria della massima onorificenza al valore civile: sarà il riconoscimento ufficiale di tutto il popolo italiano.
Ma per noi il martirio di don Rossi è e rimane una vittoria nel futuro che dovrà essere esaltata e premiata da noi.
Spetta a noi, a tutti noi, a tutti gli italiani degni di questo nome, ai nostri figli e alle generazioni che sono e che verranno essere degni di questo sacrificio.
Ma lo siamo degni?
Grave domanda, trepidazione tremenda alla quale noi possiamo rispondere soltanto coll’offerta del nostro cuore e della nostra volontà: volere cioè un’Italia cristiana.
Soltanto questo sentimento cristiano può rendere fecondo il sacrificio dei martiri.
Lo diceva Pio XII di santa memoria: "… fare di questa guerra, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prende le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo e la riordinazione totale del mondo".
Ecco il monito che sorge da questo calvario: fare un’Italia cristiana.
Ecco l’impegno a cui ci trascina don Giuseppe Rossi: fedeltà ai principi e lavoro per la costruzione di una famiglia cristiana, di una società cristiana, di un’Italia cristiana.
Ecco la nostra resistenza più che mai attuale contro ogni forza disgregatrice.
Ecco che cosa significa la fiamma perenne che da oggi arde in questo luogo, un atto d’amore verso il martire, ma anche una nostra promessa verso la Chiesa e verso la Patria.
Sia questa promessa sacra come un giuramento e ci accompagni in ogni atto della nostra vita.
Oggi, domani e sempre.
Soltanto così saremo degni di incontrarci tutti, lassù, con don Rossi, che ci segue e, nell’attesa prega per noi.
Commemorazione del Ministro On. Giulio Pastore
Calasca Castiglione, 6.06.1965
Abbiamo partecipato con grande commozione, in questi mesi, alle solenni celebrazioni del ventennale della Resistenza e della Liberazione. Abbiamo ricordato i nostri caduti, abbiamo rievocato le più aspre battaglie, abbiamo esaltato la felice conclusione di quella lotta che impegnò tutto il popolo italiano; abbiamo soprattutto cercato di riscoprire e trasmettere alle nuove generazioni, i motivi autentici che caratterizzarono quella fondamentale fase della storia del nostro paese.
Queste celebrazioni sono giuste e doverose. Noi vogliamo esaltare i motivi ideali che sono all’origine di quel grande momento. Con l’animo sereno, sgombro da odio e da rancore, noi vogliamo ricordare, non per amore della retorica, ma perché sappiamo che gli ideali che animarono la Resistenza sono perenni e che a quelle fonti noi dobbiamo costantemente ricondurci, per trarre gli indirizzi della nostra azione di oggi e di domani.
Non possiamo dimenticare che il destino della pace e della civiltà nel mondo sono strettamente connessi al rispetto e all’esaltazione dei valori eterni che trovano la loro radice nella bimillenaria civiltà cristiana. E’ infatti da constatare che se anche alla Resistenza parteciparono uomini di diverse opinioni politiche e fedi religiose, l’obiettivo perseguito era unico ed era rappresentato dalla salvaguardia di ideali che il nazifascismo calpestò senza ritegno.
Sono di fatto gli ideali del cristianesimo il fondamento di quel grande movimento che fu la Resistenza, perché nessuno dei combattenti di quel periodo fu ribelle per spirito di odio, di reazione o di vendetta; furono tutti ribelli per amore, combattenti per il trionfo della personalità umana che la dittatura mortificava, per conquistare la libertà, intesa come la più alta espressione della dignità dell’uomo.
Ricordando don Giuseppe Rossi, sentiamo tutta la forza illuminante che ci proviene dal suo supremo sacrificio. E’ la forza dell’esempio che egli ci ha dato: esempio di estrema fedeltà ai ricordati contenuti morali della lotta di liberazione.
La Resistenza italiana non fu soltanto la sollevazione popolare contro l’invasore straniero, fu soprattutto una ribellione di coscienze che, a costo di qualunque sacrificio, vollero promuovere una ferma opposizione ad una torbida follia ideologica. È anche per questo che nella Resistenza sono presenti i sacerdoti di Cristo, quei sacerdoti che meglio di tutti conoscono la vera anima del popolo.
Un sacerdote modenese di 24 anni, mentre si avviava alla fucilazione, mormorava: "E’ la mia missione!".
Per lo stesso motivo è caduto don Giuseppe Rossi: per assolvere la sua missione di amore in mezzo a queste popolazioni, per testimoniare Cristo e far risplendere la sua luce divina nell’oscurità di un tempo di barbarie; per affermare, come ha scritto il nostro Vescovo Mons. Cambiaghi: "La fedeltà alla sua vocazione sacerdotale".
Mai come nel sacrificio di don Rossi, emerge tutto il significato della figurazione evangelica del pastore che sente la responsabilità di dover custodire il gregge a lui affidato.
Chi era don Rossi? Un sacerdote come tanti altri, nato da un umile famiglia in questa terra novarese che ha dato alla Chiesa tanti spiriti eletti. Probabilmente la sua vocazione sacerdotale, così forte, così pura, ha origine proprio nella sua infanzia sofferta, nell’umiltà dignitosa della sua famiglia, nella provenienza da un mondo contadino abituato alla fatica e alla sofferenza. Certamente fiorì sin d’allora, nel cuore di don Rossi, il sentimento di profondo amore per gli uomini, che caratterizzò tutta la sua vita.
Nella bufera che venti anni fa imperversò anche in queste nostre contrade, anime come quella di don Rossi furono la luce, il punto di riferimento costante, perché nessuno si disperdesse. La presenza di quelle anime rappresentò la fiducia, la guida sicura, soprattutto la testimonianza che l’uomo poteva e doveva ancora sperare, che doveva credere nella luce e nella perennità del Cristo, anche quando più oscura sembrava la notte e gli istinti parevano sopraffare lo spirito.
I nostri vescovi, i nostri sacerdoti, con la loro abnegazione, ci offrirono questi beni preziosi. Fu nell’atto di questa generosa offerta che don Rossi incontrò la morte.
[…] "Se cadremo, fa’ che il nostro sangue si unisca al tuo innocente, o Signore, e a quello dei nostri morti per crescere al mondo giustizia e carità". Sono parole che troviamo nella sublime preghiera dei partigiani. […]
Don Morosini, un altro eroico sacerdote ucciso a Roma, al cappellano di Regina Coeli che gli annunciava l’imminente esecuzione diceva: "Non è difficile morire, è più difficile vivere bene".
[…] Don Rossi è caduto come un martire cristiano. È stato giustamente notato che egli fu preso e assassinato perché era il prete. Se non lo fosse stato lo avrebbero lasciato libero come rilasciarono gli altri 45 (sic!) ostaggi. È stata la sua veste di sacerdote a indurre i suoi carnefici alla condanna, secondo la barbara legge della rappresaglia. Bisognava sacrificare una vittima: e fu scelto il pastore del gregge, colpevole soltanto di amare i propri figli, di lasciare che il suo cuore palpitasse per quelli che più soffrivano. I martiri cristiani in cielo fanno corona a Dio: don Rossi è certamente là, in mezzo a loro.
Noi dobbiamo pregare; e dobbiamo saper cogliere il frutto del suo sacrificio: anzitutto l’insegnamento dell’amore perché l’amore è il fondamento della pace.
Un sacerdote martire
D. Giuseppe Rossi – Vittima del Nazi-Fascismo
Da "L’Azione" 19 ottobre 1945
Dal pulpito, nel giorno solenne del suo ingresso parrocchiale, il 30 ottobre 1938, Don Giuseppe Rossi aveva detto al popolo di Castiglione Ossola: "Darò tutto quello che ho, anzi darò tutto me stesso per le anime vostre. E non fu questa una vana espressione oratoria, ma un sentito programma di apostolato, suggellato col sangue. Tutta la popolazione si era stretta attorno a quel giovane prete, che aveva un aspetto infantile, fatto d’innocenza e di carità, nel mite luminoso sorriso che traluceva dal volto aperto e simpatico, per la grazia divina che inondava il suo cuore generoso.
E l’offerta suprema si avverò tragicamente in una notte di odio e di vendetta…
Il 26 febbraio u.s. una compagnia motorizzata della Brigata Nera Corrao-Ravenna, entrava in Valle Anzasca per raggiungere Castiglione Ossola. Giunta nel vallone detto "di Case Paita", ove la strada s’incurva profondamente, venne assalita da un gruppo di partigiani del comandante Moro. I militi furono fermati con gravi perdite di morti e di feriti. Sopraggiunti però nuovi rinforzi, essi riuscirono ad avanzare, scatenandosi come belve feroci ad incendiare le case delle frazioni adiacenti, per entrare poi in Castiglione avidi di sangue. Prelevarono subito una quarantina di ostaggi; tra i primi il parroco Don Giuseppe Rossi, accusato di aver suonato le campane per dare segnali ai partigiani. A coloro che gli avevano detto di fuggire, Don Giuseppe aveva ripetutamente risposto: "Perché fuggire? Mi sento tranquillo in coscienza… D’altra parte il mio dovere di pastore, di parroco è di rimanere qui tra voi, che potete avere molte necessità".
Arrestato alle ore 10.00 fu rilasciato verso le ore 18.00 di quel triste 26 febbraio, dopo i soliti avvilenti interrogatori. Ma alle 19.00, quattro militi si presentarono in casa parrocchiale, intimando arrogantemente a Don Rossi di seguirli. Il giovane sacerdote fu visto un’ultima volta in mezzo ai quattro militi, armati come sgherri, avviarsi verso la sede del Comando. Poi più nulla… Un pauroso incubo di mistero circondò la sua persona. con un ripugnante cinismo i comandanti della Brigata Nera assicuravano di non sapere nulla; anzi, con volgare menzogna, accusarono i partigiani di un nuovo delitto. Con un colpo d’impostura, in data 4 marzo, fu pubblicato un manifesto, nel quale si diceva tra l’altro: "Questo Comando si unisce al paese tutto nel sincero rimpianto per la scomparsa del Parroco di Castiglione, reputato persona onesta ed animato da puri sentimenti di italianità. Si dichiara pertanto che alle ricerche iniziate per ricercare i colpevoli della morte dei nostri camerati, si aggiungeranno quelle per la ricerca dei responsabili della scomparsa del vostro Parroco".
Ma la popolazione aveva i suoi dolorosi sospetti ben fondati e, passato il primo momento di spavento, tutti si diedero all’angosciosa ricerca di Don Giuseppe. Invano per una lunga settimana s’indagò tra i boschi, i burroni, i torrenti. Finalmente un milite diede segretamente una precisa indicazione. Per stornare il sospetto degli altri militi sul rivelatore, si fece sparegere nel paese la leggenda che una fanciulla avesse sognato l’avvenimento e la località….
Finalmente Don Giuseppe fu ritrovato il 4 marzo in fondo al vallone della frazione Colombetti, sepolto al piede di una roccia, vicino alle rovine di un antico mulino, coperto con terra, sassi, muschio, rami d’albero. Aveva tutta la fronte e la testa spaccata, sfondata. Sul corpo crivellato di pallottole, erano evidenti i segni di dure percosse; aveva il braccio